La geotermia provoca terremoti? Falso: «Non c’è nessun nesso»

Lo sostiene Adele Manzella, geologa del Cnr che esclude anche possibili contatti con le falde acquifere

[17 gennaio 2014]

In una recente intervista rilasciata all’agenzia di stampa Adnkronos, Adele Manzella, geologa e ricercatrice dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse (IGG) del Cnr, esclude che vi siano possibili collegamenti tra la produzione di energia geotermica e l’attività sismica, con gli attuali sistemi tecnologici.

«Le tecnologie attualmente in uso – ha detto la Manzella – non hanno evidenziato alcun collegamento con l’attività sismica», ricordando che la geotermia esiste da 100 anni, un tempo di osservazione piuttosto ampio.

Altra cosa se si considerano le nuove tecnologie che sono allo studio  per aumentare la produzione geotermica. «Una delle tecnologie che si sta utilizzando – ha spiegato Manzella – è la Enhanced geothermal systems (EGS) che prevede iniezioni di flusso in profondità per rompere le rocce e, in alcuni casi, è emerso un rischio sismico».

«Una tecnologia  – ha aggiunto – che è in sperimentazione, non ha un utilizzo industriale, e si sta studiando proprio per evitare questo problema».

Sulle stesse posizioni si erano espressi anche Giovanni Santarato e  Nasser Abu Zeid del Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra dell’Università di Ferrara. Nessuna trivellazione, per se stessa, innesca un terremoto – avevano spiegato i due geologi intervenendo nel dibattito acceso dalla possibilità di estendere il teleriscaldamento della città estense utilizzando vapore del sottosuolo – mentre a provocarlo potrebbe invece essere l’uso che si fa della trivellazione e le tecnologie utilizzate, quali ad esempio la fatturazione delle rocce con immissione di acqua.

«L’evenienza di un terremoto associato ad una trivellazione – spiegano – richiede necessariamente due condizioni: la sismicità anche piccola dell’area e l’uso che si fa della trivellazione: in Svizzera, sia a Basilea nel 2006 (magnitudo 3.4) che lo scorso 20 luglio 2013 a S. Gallo, l’uso del pozzo non è stato neutro. A Basilea si è iniettata acqua ad alta pressione per fratturare le rocce di un serbatoio geotermico “secco” ed estrarne il calore; a S. Gallo si è iniettata acqua ad alta pressione (650 m) per bloccare una fuga di gas, che poteva far esplodere il pozzo».

«In entrambi i casi – continuano – si è finito per creare fratture in maniera artificiale e quindi stressare la roccia scatenandone l’energia accumulata. Quest’energia si sarebbe comunque scatenata in futuro, a livelli superiori, quando avesse superato il limite di rottura “naturale” delle rocce. Se ne potrebbe desumere che questo tipo di uso delle trivellazioni anticipa e diluisce il rilascio dell’energia sismica!».

La ricercatrice del CNR, Adele Manzella, spiega anche che «non c’è contatto con le falde acquifere perchè le perforazioni vengono effettuate a regola d’arte». Conclusioni cui era giunto anche il gruppo di lavoro dell’Università di Siena, incaricato dalla Regione Toscana di valutare se vi fossero sull’Amiata interferenze dell’attività geotermica con la falda idrica. “La geochimica comparata dei fluidi geotermici e delle acque di falda dell’acquifero idropotabile esclude che sussistano interferenze (fenomeni di mixing) tra i due sistemi idrogeologici”, si legge, infatti, nella relazione conclusiva degli studi.