COSPE è da anni impegnato per la tutela del diritto alla terra e all’acqua

La terre est à nous! Il land grabbing in Mali raccontato dall’attivista Massa Koné

[30 marzo 2017]

I casi di land grabbing hanno cominciato ad assumere una certa visibilità in seguito al consistente aumento dei prezzi agricoli del 2007-2008 e della conseguente minaccia alla sicurezza alimentare, contro cui molte entità sia statali che private hanno cercato di tutelarsi attraverso la corsa all’accaparramento di terre. È un fenomeno che continua a diffondersi impetuosamente, portandosi dietro incalcolabili danni per l’ambiente e per le comunità del sud del mondo. Non a caso definito come una nuova forma di colonialismo, il land grabbing priva intere comunità non solo di una risorsa essenziale alla loro sopravvivenza, ma anche di un elemento integrale della propria identità culturale, sociale e storica.

COSPE è da anni impegnato per la tutela del diritto alla terra e all’acqua, sostenendo i movimenti sociali e le reti attive contro i fenomeni di land e water grabbing. Il 23 marzo l’associazione ha avuto il privilegio di ospitare Massa Koné, attivista maliano che ha offerto la propria testimonianza di vittima di land grabbing e di rappresentante di un movimento sociale capillare che, nel tempo, è riuscito a raggiungere una massa critica in grado di attirare l’attenzione delle forze governative.

«L’ accaparramento delle terre – ha detto Massa Koné- – è sostanzialmente un problema di legittimità e legalità: terre legittimamente riconosciute a famiglie o comunità vengono improvvisamente espropriate senza alcun tipo di consultazione con la popolazione e senza che queste azioni abbiano una base giuridica certa. Il Mali è una Repubblica che ha meno di 60 anni, ma le comunità abitano questi territori da secoli. Le espropriazioni mettono in discussione la legittimità stessa di tradizioni profondamente radicate. L’eredità della terra è un valore fondamentale per il popolo maliano. Perdere la terra e non poterla più tramandare è un’onta inaccettabile: siamo disposti alla morte pur di difendere questo nostro diritto».

È per difendere questo diritto che le vittime di land grabbing si sono dapprima unite in diverse associazioni di villaggio per poi confluire nell’Union des Associations et Coordinations d’Associations pour le Développement et la Défense des Droits des Démunis (UCADDDD), una piattaforma che unisce oggi 334 organizzazioni di comunità locali in rappresentanza di più di 3 milioni di cittadini provenienti da tutte le regioni del Mali. I vari movimenti, associazioni e sindacati hanno in seguito dato vita alla Convergence Malienne contre l’Accaparement des Terres (CMAT), di cui Koné è porta voce, per coordinare azioni concrete di lotta ed analisi politica. Sono infatti ormai dieci anni che i maliani subiscono ogni forma di espropriazione di terra: terreni agricoli e minerari, foreste, risorse naturali, aree urbane e periurbane. Ma qual è l’origine di questo fenomeno?

«L’origine – ci dice Koné – è riconducibile al processo di aggiustamento strutturale, liberalizzazione ed apertura dei mercati avviato dagli inizi degli anni ’90, dopo il periodo delle grandi siccità, e fortemente incoraggiato dalla Banca Mondiale. I casi di accaparramento si sono fatti più intensi in seguito alla crisi economica del 2008, con l’emissione da parte del governo centrale di titoli enfiteutici su 700.000 ettari di terre arabili, 1 milione di ettari di terre minerarie e 2,5 milioni di ettari di foreste. È stata istituita un’Agenzia apposita per la gestione della vendita delle terre e un ministero dedicato, ma continua a non esistere un catasto. È un processo totalmente gestito dall’alto e privo di controllo democratico».

Altissime sono oggi le conseguenze sociali oltre a quelle economiche: «Nei villaggi – racconta ancora l’attivista – il risentimento verso le ingiustizie subite spinge soprattutto i giovani ad abbandonare il territorio di origine o, nel peggiore dei casi, ad unirsi a gruppi armati che promettono di rivendicare i soprusi dello Stato. In questa situazione dilaga l’odio per i “bianchi occidentali”, visti come eredi dei colonizzatori che si sono arricchiti grazie alle risorse africane e che, di nuovo, tornano nel continente per appropriarsi delle terre. Questo clima di odio e frustrazione è terreno feritile per il proliferare degli estremismi religiosi, che riescono a fare proselitismo soprattutto tra i giovani pieni di rancore e rabbia».

In questa situazione la CMAT ha un ruolo cruciale. Si tratta infatti di una rete che permette alle vittime di organizzarsi e di difendere i propri diritti, di fermare attraverso vie legali le azioni di espropriazione violenta delle terre e anche di esigere forme di risarcimento per le vittime. «Quello che facciamo – continua Massa Koné – è innanzitutto cercare di essere sempre informati sulle mosse del governo e dei funzionari locali, in modo da poter avvisare preventivamente le comunità e dare loro il tempo di organizzare forme di resistenza. Svolgiamo poi una forte azione di sensibilizzazione e di formazione alle comunità, per rendere tutti consapevoli delle ingiustizie subite. Attiviamo inoltre forme di assistenza giuridica alle vittime: fare causa contro un’espropriazione è spesso un espediente per prendere tempo e posticipare le confische, sebbene molto spesso queste cause non vadano a buon fine».

In Mali il codice del demanio e la legge agraria sono documenti confusi, così come ambigua è la loro applicazione da parte dell’amministrazione pubblica. Mancano dei decreti attuativi e scarsa attenzione è data a quei pochi articoli che parlano del diritto consuetudinario, che è invece alla base dei tradizionali insediamenti delle comunità locali. La CMAT ha anche fatto una proposta di legge fondiaria rurale al Governo maliano che è attualmente in discussione all’Assemblea Nazionale. La versione originale è stata però modificata e sono stati levati i riferimenti essenziali alle “terre delle famiglie”. «Nei mesi scorsi – conclude Massa Koné – abbiamo cercato di bloccare l’approvazione di questa versione, dovendo però fare i conti con la Banca Mondiale che, dall’altra parte, ha fatto pressione per far votare la legge, in cambio di generosi aiuti finanziari al paese. Proprio in questi giorni è stata accolta in Assemblea una delegazione della Convergenza».

Una situazione, insomma, ancora in divenire e disseminata di ostacoli, ma l’esempio maliano dimostra come l’unione e il coordinamento delle forze dal basso riesca a dare alle vittime di land grabbing gli strumenti per scoprire i propri diritti, imparare a rivendicarli e ad avere voce nelle sedi politiche che decidono le sorti delle terre del paese.

di Cospe per greenreport.it