L’orizzonte finale guarda al 2034, anno in cui scade l'ultima concessione

La Toscana punta forte sull’acqua pubblica: una holding per gestirla su tutto il territorio

Un percorso che valorizza il referendum del 2011, ma che richiede ingenti risorse finanziarie: 2,2 miliardi di euro di investimenti sulla rete e 300 milioni di euro per liquidare i privati

[12 settembre 2018]

«Il Consiglio regionale ha l’opportunità insieme ai sindaci, che hanno un ruolo fondamentale, di regolare un processo di ripubblicizzazione dell’acqua per il quale i cittadini si erano già espressi in larghissima maggioranza nel 2011». Un obiettivo cui puntare man mano che scadranno le attuali concessioni. È questa la proposta avanzata oggi dal presidente della Regione Enrico Rossi, illustrando in aula la comunicazione della Giunta sul servizio idrico in Toscana.

Già oggi (e da sempre) l’acqua rappresenta un bene comune, ma da circa vent’anni la gestione delle relative infrastrutture – acquedotti, fognature, depurazione – è generalmente affidata sul territorio a società miste pubblico-private. Una fase che potrebbe avvicinarsi al tramonto. A luglio i sindaci dell’area metropolitana hanno già deciso che al termine dell’attuale concessione Publiacqua dovrà essere interamente pubblica (oggi lo è al 60%), e la posizione espressa oggi dal governatore rafforza e generalizza quest’indirizzo. «La nostra Regione – argomenta Rossi – può essere considerata, senza falsa modestia, l’esperienza più avanzata del panorama nazionale, con una legislazione di ‘riferimento’ per altre regioni e con un ente di governo di ambito, l’Autorità idrica toscana (Ait), che è considerato la punta di diamante della regolazione locale nel settore dei servizi idrici», e ormai l’opinione è che la conoscenza del territorio e delle peculiarità dei servizi nelle diverse aree della Toscana renda sempre meno necessaria la presenza di un partner industriale esterno, scelta su cui invece si puntò venti anni fa per uscire da un decennio di blocco degli investimenti su acquedotti e depurazione.

«Se dunque – continua Rossi – l’assemblea regionale dei sindaci, seguendo le indicazioni della legislazione vigente (che prevede che la società pubblica che supera il 25% della popolazione in ambito regionale rilevi le altre società), accoglierà ciò che i sindaci dei Comuni serviti da Publiacqua hanno già deciso all’unanimità di passare a una società interamente pubblica, il passo successivo sarà che entro il 2034, anno in cui scade l’ultima concessione per Gaia, Publiacqua avrà assorbito tutti le società e sarà effettivamente il nuovo gestore unico», al posto delle attuali sette società presenti sul territorio.

Oggi come venti anni fa rimane però un problema sensibile da affrontare, che sta nelle risorse economiche necessarie per la gestione tutta pubblica dell’acqua: «La vera risorsa mancante è quella finanziaria», riconosce difatti Rossi. Secondo i dati forniti da Ait, nata grazie alla  legge regionale 69 del 28 dicembre 2011 e dunque immediatamente successiva al referendum sull’acqua pubblica, la Toscana presenta difatti un fabbisogno annuale di 450 milioni di metri cubi d’acqua, con un consumo medio pro capite di 100/150 litri al giorno e una dispersione lungo la rete del 37% dovuta soprattutto alle cattive condizioni delle tubature. Tutto questo senza tener conto della depurazione, dove i problemi non sono solo a monte ma anche a valle (ovvero nella gestione dei fanghi da depurazione che da tempo non trovano adeguata collocazione a causa di ampie incertezze normative e lacune impiantistiche). Per avere un’idea delle cifre in ballo, il Consiglio regionale ricorda che fino alla fine di ciascun affidamento, l’Ait ha programmato la realizzazione di oltre 2,2 miliardi di euro di investimenti per la manutenzione straordinaria e per la realizzazione di nuove opere; liquidare le quote private può richiedere invece dai 250 ai 300 milioni di euro.

Per questo una volta perseguito l’obiettivo della nuova gestione con una società a completa partecipazione pubblica dei Comuni toscani, si tratterà, ha spiegato Rossi, di individuare un soggetto finanziario, anch’esso di estrazione pubblica (ad esempio collegato a Cassa depositi e prestiti o alla Bei), che possa sostenere il notevole sforzo finanziario necessario a liquidare i partner privati attuali e a realizzare i nuovi investimenti programmati dall’Ait. Che la gestione dell’acqua sia privata, pubblico-privata o squisitamente pubblica, i criteri ordinatori del servizio non possono che rimanere gli stessi: sostenibilità ed efficienza, di cui ci sarà sempre più bisogno con l’avanzare dei cambiamenti climatici. In questo contesto, come ha recentemente ricordato il presidente di Confservizi Cispel Toscana, Alfredo De Girolamo, «finanziare investimenti e garantire efficienza e cultura di impresa sono le due sfide per i soci pubblici di una in house e per i regolatori locali e nazionali».

Un percorso che rimane dunque lungo e nient’affatto facile, ma verso il quale la Regione ha scelto di puntare con decisione: «Ripubblicizzare è necessario – conclude il presidente Rossi – perché c’è il sentimento diffuso che l’acqua è un bene comune e, se governato dal pubblico, ci possono essere più garanzie di lungimiranza».