Cittadinanzattiva: «Una famiglia italiana ha speso in media 376€, +5,9% in un anno»

L’acqua torbida post referendum e le tariffe del servizio idrico in Italia

Dopo cinque anni dal voto del 2011, l’incertezza normativa pesa sull’oro blu quanto gli acquedotti colabrodo

[31 marzo 2016]

risparmio acqua

Come ogni anno l’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva torna a mettere in fila i costi dell’acqua pubblica nei vari comuni italiani. Per il servizio idrico integrato nel 2015 una famiglia italiana ha speso in media 376€, con un +5,9% rispetto al 2014 e un +61,4% rispetto al 2007. Perché tali rincari?

Una parte importante della risposta la si indovina andando a spulciare la parte alta della classifica: tra le 10 città in cui il servizio idrico integrato risulta più salato, 9 sono toscane. E non a caso. Si tratta della prima Regione in Italia ad aver riorganizzato i propri servizi idrici come indicato 15 anni fa dalla legge Galli: il gestore deve rispettare standard di efficienza e qualità, coprendo interamente i costi operativi e di investimento. Costi che – si parla di centinaia di milioni di euro necessari per acquedotti, fognature, invasi, depuratori – si riversano poi in tariffa. Costi che, è dunque bene premetterlo, sono destinati ad aumentare ancora in futuro.

Basta dare un’occhiata ai dati: nonostante le tariffe più alte d’Italia ed ingenti investimenti, in Toscana (secondo i dati estrapolati da Cittadinanzattiva dall’ultimo dossier di Legambiente Ecosistema urbano) la dispersione dalla rete idrica è ancora al 35% (diminuita dell’1% dal 2014). Un valore molto minore rispetto alle regioni meno virtuose – nel Lazio si arriva al 60% – ma comunque ancora al di sopra della media italiana, ferma al 33%. Significa che ogni tre bicchieri d’acqua riempiti al rubinetto, ce n’è un quarto che viene buttato via. Uno spreco inaccettabile che esige d’esser sanato, tramite ingenti investimenti, in tutto il Paese. La specificità italiana accompagna a un servizio qualitativamente pessimo basse tariffe – sebbene in crescita – almeno se confrontate con altri stati Ue, ma i dati sugli sprechi ci vedono in buona compagnia. Secondo gli ultimi dati riportati dall’Unep, infatti, se in Italia le perdite d’acqua dalla rete oscillano attorno al 30%, in Svezia arrivano al 35%, in Slovenia al 40% e in Nigeria all’80% (dal lato opposto della classifica troviamo Danimarca e Israele, entrambi al 10%, e la Germania al 5%).

Quando si parla di acqua e tariffe, non bisogna dunque dimenticare il contesto e le esigenze del nostro territorio che, con l’avanzare dei cambiamenti climatici, avrà sempre meno acqua (e precipitazioni più concentrate) con la quale poter fare i conti. Rimanendo in Toscana, ci aspetta fino all’80% in più di periodi aridi. Per non parlare delle regioni del Sud, dove gli sprechi paradossalmente sono più accentuati.

Questa realtà di fatto chiede di essere ancora pienamente incrociata, in Italia, con le istanze emerse chiaramente – 27 milioni i voti raccolti tra i cittadini – ormai 5 anni fa dal referendum 2011 sull’acqua pubblica (in realtà l’oggetto era l’intero mare magnum dei servizi pubblici locali, ma gli intenti tutti catalizzati sull’oro blu). Risalendo ancora più indietro nel tempo, al 2007, si arriva al testo originario di quella proposta di Legge di iniziativa popolare sul servizio idrico che solo due giorni fa è approdata alla Camera, dopo i passaggi in commissione. Al proposito la pubblica attenzione nelle ultime settimane si è concentrata sull’approvazione di un emendamento a firma Pd, che è intervenuto sull’articolo 6 cassando la ripubblicizzazzione obbligatoria di tutti gli attuali gestori del servizio idrico integrato, che era oggetto esplicito della legge di iniziativa popolare – la quale sta emergendo profondamente revisionata dal normale confronto parlamentare – ma non del referendum del 2011, che ha bloccato l’obbligo di gare obbligatorie per l’affidamento della gestione del servizio idrico a privati o soggetti pubblico-privati, e al contempo cancellato la remunerazione del capitale fissata al 7%.

Ripubblicizzare obbligatoriamente avrebbe infatti creato non poche difficoltà alle casse pubbliche e ai cittadini che le rimpinguano, che avrebbero dovuto finanziare l’acquisto delle quote del gestore oggi private, interrompendo al contempo un servizio senza giudizi di merito sulla sua qualità. Ma sono proprio qualità, efficienza e investimenti – sia che arrivino dal pubblico, sia che contribuisca il privato –  gli elementi che dovrebbero rimanere preminenti nel dibattito sull’acqua, insieme al mantenimento di questo elemento indispensabile alla vita come bene di proprietà pubblica.

Tutti elementi sollevati, in modo confuso ma democratico, dal referendum del 2011. L’istituzione referendaria con il suo bianco-e-nero non è certo la più adatta per intervenire su tematiche tanto complesse, ma i suoi risultati non possono essere elusi: se i cittadini italiani si sono riuniti attorno alle urne per deliberare sull’acqua è perché la politica si è dimostrata incapace di fornire soluzioni e sintesi che dovrebbero invece competerle.

A distanza di anni, continuare a far finta di niente è sintomo assai preoccupante. Da questo punto di vista, a far sobbalzare – più che le evoluzioni della legge di iniziativa popolare – è l’impianto della riforma Madia sulla Pubblica amministrazione, che cerca di bypassare gli esiti del referendum e al contempo ignora l’evidenza (sottolineata sulle nostre pagine dalla responsabile Ambiente della Cgil, Simona Fabiani) di investimenti idrici cofinanziati dai gestori solo per l’11% tramite tariffe, che tra l’altro continuano ad aumentare.

Ma dai movimenti per l’acqua come da Cittadinanzattiva non demordono. «Auspichiamo che l’introduzione del nuovo sistema di regole omogenee, in tema di qualità contrattuale, possa essere un primo passo – dichiara Tina Napoli, responsabile politiche dei consumatori di Cittadinanzattiva – per porre tutti i cittadini italiani in una situazione paritaria a livello di diritti legati agli aspetti commerciali, in attesa di un simile provvedimento sulla qualità tecnica che garantisca a tutti l’accesso e la continuità del servizio stesso». Purtroppo però tali risposte, chieste tra l’altro anche dai gestori consapevoli del valore di norme chiare, dalla classe politica continuano a non arrivare. Tra lacune e ritardi che si accumulano per anni, l’incertezza normativa continua a essere una piaga per l’acqua pubblica almeno quanto le tubazioni che attraversano il nostro Paese, oggi divorate dagli anni che passano e dall’incuria che impera.