Il Paese è praticamente in guerra, e a reclamare il suo territorio sono i deserti in espansione

Le (dis)economie emergenti: il caso della Cina

Tra inquinamento e desertificazione, la faccia della crescita economica che non vogliamo vedere

[29 luglio 2013]

E’ onestamente incredibile leggere ancora tanti articoli e scritti di opinionisti, editorialisti, politologi e commentatori che continuano ad ignorare il gravissimo deficit ecologico che una crescita continua ha prodotto e produce nei sistemi di supporto della vita sulla Terra, negli stessi sistemi naturali che consentono la presenza dell’umanità sul pianeta e il mantenimento della sua civiltà.

Non a caso la comunità scientifica internazionale ha sottoscritto un ennesimo documento dedicato proprio alla necessità di mantenere i sistemi di supporto della vita sulla Terra come assicurazione per il futuro dell’umanità stessa (il testo dell’appello di cui ho già parlato nelle pagine di questa rubrica è  Scientific Consensus on Maintaining Humanity’s Life Support Systems in the 21st Century: Information for Policy Makers e si trova sul sito della Millennium Alliance for Humanity and Biosphere, presso la prestigiosa università di Stanford). L’impatto umano ha ormai raggiunto livelli insostenibili di pressione, modificazione, distruzione degli ecosistemi e della biodiversità sul nostro pianeta, livelli che stanno drammaticamente indebolendo i sistemi ecologici di supporto della vita sulla Terra, fondamentali per il nostro benessere, le nostre economie, il nostro futuro.

Nonostante la grave crisi economico finanziaria che sta ormai colpendo, almeno dal 2008, tantissimi paesi al mondo, si continuano a leggere articoli entusiasti sulle economie emergenti che, nonostante tutto, continuano a trainare la crescita economica mondiale, e si ignora pervicacemente l’altra faccia della medaglia, sempre più grave e drammatica, dei nefasti effetti ambientali che essa produce, sia a livello locale che a livello globale.

La Cina costituisce uno straordinario esempio emblematico di questa situazione, e non è un caso che il grande analista ambientale Lester Brown da anni ammonisca tutti sulle crisi ambientali di questo paese al quale ha dedicato un bellissimo libro, nel 1995, dal titolo Who Will Feed China? Wake up for a Small Planet (edito da Norton), proprio sulla produzione e sul consumo alimentare in Cina e i riflessi sulla sicurezza alimentare mondiale. Brown è stato tra i primi a richiamare l’attenzione sui drammi ambientali presenti in quel paese a fronte della sua forte crescita economica, indicandoli come un vero e proprio “campanello d’allarme” per l’intero pianeta.

Dopo quasi vent’anni questa analisi appare finalmente anche nei grandi giornali economici. In Italia il Sole 24 Ore ha pubblicato diversi articoli sui drammi ambientali ormai visibilissimi e palesi di questi paesi, soprattutto della Cina che, in particolare per l’inquinamento atmosferico ha raggiunto da anni il primo posto nelle hit parade planetarie.

Il sito www.pm2d5.com rende noto in tempo reale il livello del particolato PM 2.5 presente nell’aria delle città della Cina, indicando dati realmente preoccupanti e sconvolgenti (la città di Shijizhuang nell’Hebei, registra PM 2.5 con livelli di 217.1 microgrammi per metro cubo, raggiungendo la vetta della classifica – dobbiamo ricordare che la soglia critica viene indicata intorno a 20).

Lester Brown ha pubblicato numerose analisi sull’argomento ed anche in uno dei suoi ultimi libri Un mondo al bivio. Come prevenire il collasso ambientale ed economico (Edizioni Ambiente, 2011, edizione italiana a mia cura), dedica uno spazio particolare al mix dei problemi sociali ed ambientali presenti in Cina (quali l’erosione dei suoli, la penuria di risorse idriche e la contaminazione chimica dell’ambiente, che costituiscono il classico esempio dei chiari limiti che i meccanismi di crescita economica dovrebbero avere).

Sono solo alcuni dei gravi aspetti che la Cina oggi si trova a dover affrontare e risolvere. E si tratta della sfida più gravosa e impegnativa, che però non viene purtroppo palesata da indicatori economici standard, come il ben noto Pil.

Dopo le riforme economiche che hanno trasferito la responsabilità dell’agricoltura dalle grandi squadre di produzione a organizzazione statale alle singole famiglie di agricoltori, la popolazione cinese di bovini, pecore e capre ha subito una crescita impressionante.

Gli Stati Uniti, che hanno una superficie a pascolo di dimensioni equivalenti a quelle della Cina, registrano oggi 94 milioni di capi di bestiame contro i 92 milioni di capi della Cina, ma per quanto riguarda pecore e capre gli Stati Uniti hanno una popolazione totale di solo 9 milioni mentre la Cina ne conta 281 milioni. Questi animali, concentrati nelle province cinesi occidentali e settentrionali, stanno privando il suolo della vegetazione che lo protegge. I venti agiscono ulteriormente rimuovendo il suolo e contribuendo a trasformare i pascoli in deserto.

Wang Tao, ritenuto uno dei maggiori studiosi di deserti al mondo, riporta che nel periodo dal 1950 al 1975 si è trasformata in deserto, ogni anno, una superficie di circa 1.550 chilometri quadrati. Da allora alla fine del secolo scorso il numero è salito a 3.600 chilometri quadrati ogni anno e nella seconda metà dell’ultimo secolo circa 24.000 villaggi nella Cina settentrionale e occidentale sono stati abbandonati interamente o parzialmente a causa dell’avanzamento del deserto.

L’Agenzia per la Protezione Ambientale cinese riferisce che dal 1994 al 1999 la superficie del Deserto dei Gobi è cresciuta di 32.500 chilometri quadrati, un’area grande quanto metà dello stato della Pennsylvania. A causa dell’avanzamento del Deserto dei Gobi, che ormai si trova a 240 chilometri da Beijing, sembra che i leader cinesi abbiano finalmente colto la gravità della situazione.

Brown ci ricorda quindi che la Cina è praticamente in guerra, ma a reclamare il suo territorio non sono eserciti invasori, bensì i deserti in espansione. I vecchi deserti avanzano e se ne formano di nuovi, come gli attacchi di guerriglieri che colpiscono all’improvviso costringendo Beijing a combattere su più fronti.

Il deficit globale di acqua è causato dal triplicarsi della domanda mondiale di questa risorsa fondamentale verificatosi nella seconda metà del secolo, per soddisfare la quale si è promossa la rapida diffusione, in tutto il mondo, di potenti pompe alimentate a diesel o a motori elettrici. Solo grazie all’avvento di queste pompe i contadini sono stati in grado di prelevare acqua dalle falde più rapidamente della capacità di “rigenerazione” delle stesse da parte delle naturali precipitazioni.

Mentre la domanda mondiale di cibo cresceva rapidamente, milioni di contadini hanno trivellato pozzi di irrigazione per aumentare i propri raccolti, e in assenza di controllo da parte dei governi sono stati, di fatto, trivellati troppi pozzi. Il risultato è che il livello delle falde si sta abbassando rapidamente e i pozzi si stanno prosciugando in almeno 20 paesi in tutto il mondo tra i quali l’India, la stessa Cina e gli Stati Uniti, i tre paesi a cui si deve la metà della produzione mondiale di cereali.

Il prelievo eccessivo dagli acquiferi per l’irrigazione aumenta temporaneamente la produzione di cibo creando però una “bolla” di produzione destinata ad esplodere con il progressivo esaurimento della falda.

Oggi il 40% del raccolto di grano mondiale proviene da terreni irrigati artificialmente, quindi il potenziale calo della disponibilità di acque irrigue è fonte ovviamente di grande preoccupazione. Per quanto riguarda i tre principali paesi produttori di cereali, negli Stati Uniti proviene da terre irrigate circa un quinto della produzione, in India la proporzione è di tre quinti e in Cina di circa quattro quinti.

Esistono due fonti principali di acqua per l’irrigazione, e cioè le acque sotterranee e le acque superficiali. La maggior parte delle acque sotterranee proviene da acquiferi che vengono regolarmente alimentati dall’acqua piovana: da questi è possibile effettuare dei prelievi, purché la quantità di acqua che viene prelevata non superi la quantità che viene immessa dalle piogge.

Vi è però una minoranza di falde fossili, che contengono acqua che vi si è depositata in tempi molto lontani. Poiché queste falde non possono essere nuovamente alimentate con facilità, l’irrigazione giunge al termine quando si esse si prosciugano. Tra i più importanti acquiferi fossili vi è l’acquifero definito di Ogallala sotto le Grandi Pianure degli Stati Uniti, quello in Arabia Saudita e il profondo acquifero situato sotto la Pianura del Nord della Cina.

La situazione dei fenomeni di inquinamento in Cina non è certo migliore rispetto agli altri problemi brevemente analizzati. Le autorità cinesi a causa della presenza di sostanze inquinanti dannose alla salute hanno identificato già 459 “villaggi del cancro” con il suggerimento di evacuarli. Le statistiche del Ministero della Sanità cinese mostrano che il cancro è ora la principale causa di morte nel paese. Il tasso di mortalità causato dal cancro ai polmoni, alimentato anche dall’abitudine al fumo, è aumentato di circa 5 volte negli ultimi 30 anni.

A causa di uno scarso controllo dell’inquinamento, presso intere comunità risiedenti nei pressi delle industrie chimiche si registrano tassi di cancro senza precedenti. La Banca Mondiale dichiara che i tassi di mortalità per cancro al fegato della popolazione rurale cinese cono quattro volte superiori alla media globale. Il tasso di mortalità per cancro allo stomaco è doppio rispetto al resto del mondo. Gli industriali cinesi costruiscono fabbriche in aree rurali dove trovano manodopera a basso costo, e i controlli sul rispetto delle norme sull’inquinamento scarseggiano o sono del tutto assenti. I giovani abbandonano le campagne in gran numero per cercare un lavoro e la possibilità di godere di una salute migliore, ma molti sono troppo malati o poveri per potersene andare.

Anche per quanto riguarda le automobili che circolano sulle strade cinesi la situazione comincia a preoccupare soprattutto per gli sviluppi futuri che ci saranno in questo settore in una situazione complessiva sempre più deteriorata ed inquinata. Secondo i dati del Vital Signs 2012 del Worldwatch Institute (edito da Island Press), la “flotta” mondiale di automobili ha raggiunto i 669 milioni di vetture. Nel 1992 erano 413 milioni e nel 2000, 500 milioni. Le automobili presenti sul pianeta erano invece, nel 1950, solo 53 milioni.

Se includiamo anche i camion, grandi e piccoli, sulle strade di tutto il mondo oggi circolano 949 milioni di veicoli. Nel 1992 in totale erano 559 milioni. Dal 2009 la Cina è diventata la prima produttrice di automobili.

La Cina ha continuato ad espandere non solo la sua produzione di autoveicoli ma anche il numero di automobili che è in possesso della sua popolazione. Attualmente si calcola che sulle strade cinesi vi siano più di 50 milioni di autoveicoli, una cifra simile a quella presente negli Stati Uniti nel 1947.

Il settore trasporti è responsabile, a livello mondiale, di circa un quarto dell’utilizzo energetico e presenta la crescita più rapida di emissioni di carbonio rispetto ad ogni altro settore dell’economia. Il trasporto su strada copre oggi il 74% di tutte le emissioni di anidride carbonica dovute complessivamente al settore trasporti a livello mondiale.

Come abbiamo visto da queste brevi note sulla situazione ambientale della grande economia cinese non possiamo non renderci conto, ancora una volta, come il modello di sviluppo che persegue la crescita economica indefinita sia veramente al capolinea in tutto il mondo. Sarebbe bene che, d’ora in avanti, tutti coloro che scrivono articoli a favore della crescita economica ammettano chiaramente l’impossibilità di perseguirla indefinitamente se non vogliamo compromettere le stesse basi che garantiscono il nostro futuro.