Le lacrime di coccodrillo non fermano siccità e bombe d’acqua

Il ministro dell’Ambiente: «La situazione di emergenza rischia di essere la normalità, dobbiamo intervenire». Ma il problema è adesso, e la prevenzione si è mostrata insufficiente

[26 giugno 2017]

All’emergenza siccità, com’era prevedibile, si stanno già aggiungendo avvisaglie della prossima calamità: le bombe d’acqua, che hanno già iniziato a colpire il centro nord italiano, dopo un prolungato periodo dove le precipitazioni sono rimaste silenti o quasi. Veneto e bergamasco sono tra le prime aree ad essere state colpite, con la provincia di Brescia che ha visto anche svilupparsi una tromba d’aria. Nel mentre, il resto del Paese resta a secco.

«La perdurante scarsezza delle precipitazioni, nella primavera appena trascorsa, ha causato – spiega al proposito Fabio Tortorici, presidente della Fondazione centro studi del Consiglio nazionale dei geologi – un abbassamento dei livelli d’acqua in fiumi, negli invasi e nelle falde sotterranee. A grande scala stiamo assistendo a cambiamenti climatici che ci stanno portando verso una desertificazione di parte del nostro territorio, ma la siccità è un fenomeno naturale che periodicamente si ripresenta con picchi che mettono a dura prova l’uomo, le sue attività produttive e l’ambiente. Malgrado questo fenomeno si verifichi ripetutamente, non si è riusciti a mettere in campo, per tempo, misure di contrasto alla siccità. Da decenni i geologi hanno lanciato il loro grido di allarme sulla questione ‘risorse idriche’, sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo».

Eppure, sempre più puntualmente – grazie all’incedere dei cambiamenti climatici – tornano in Italia i consueti allarmi, contro siccità e bombe d’acqua che dovrebbero essere invece previste. Non è così. Al di fuori delle fasi di massima crisi, la lungimiranza di investire a sufficienza su adattamento e resilienza rappresenta una risorsa più scarsa di quanto oggi lo sia la pioggia, da parte delle istituzioni in primis ma con un ruolo sempre più rilevante esercitato ormai anche da cittadini e private imprese.

Come indicato dal rapporto Wwf L’impronta idrica dell’Italia, spiegano dal Panda nazionale, il calcolo dell’impronta idrica totale della produzione nazionale «ammonta a circa 70 miliardi di metri cubi di acqua l’anno. Ciò equivale a 3.353 litri pro capite al giorno. L’agricoltura è il settore economico più assetato d’Italia – così come in altri paesi del Mediterraneo – a differenza della maggior parte dei paesi europei e nordamericani, in cui i settori industriali ed economici sono quelli dominanti sotto il profilo dell’utilizzo idrico».

Consumi elevati, non controbilanciati da un’efficienza nei consumi d’acqua altrettanto spinta. Anzi. Guardando oltre il già gravissimo computo degli sprechi lungo le infrastrutture che trasportano il prezioso oro blu, allo stato dell’arte non risulta neanche possibile documentare con certezza quanta (e come) ne viene utilizzata nel Paese, a causa degli enormi prelievi abusivi. «Partendo dall’elemento primario “acqua” –afferma Tortorici – questa andrebbe emunta dal sottosuolo in maniera razionale e cosciente, ma oggi non è possibile stabilire i reali e globali quantitativi utilizzati a causa degli innumerevoli prelievi abusivi. La conseguenza di questi sfruttamenti illegali è quella di rendere aleatorie le stime dei bilanci idrici: non si ha una misura del reale deficit irriguo e potabile. Vediamo l’effetto della scarsità d’acqua dove e quando questa viene a mancare, ma non abbiamo una misura degli eccessi e sprechi con cui questa viene sottratta dalle falde, alterandone gli equilibri». Tanto che i geologi si chiedono se sia così necessaria la realizzazione di nuovi bacini, senza prima «conoscere il problema in termini numerici e scientifici con realistici bilanci idrogeologici e poi risolverlo con interventi puntuali».

L’emergenza però, si sa, mette fretta. I territori oggettivamente provati chiedono risposte. Il problema è che quelle fornite dalle istituzioni nazionali – prime registe degli interventi – appaiono sempre un passo indietro.

«Oggi – dichiara il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti – abbiamo elevato ancora il livello di attenzione, abbiamo una Cabina di regia al ministero che funziona 24 ore su 24. Le misure strutturali ora sono necessarie. La situazione di emergenza rischia di essere la normalità. Bisogna aumentare gli invasi, piovono 300 miliardi di metri cubi d’acqua e noi ne intercettiamo solo l’11%, dobbiamo fare l’infrastrutturazione. Dobbiamo intervenire sulla dispersione idrica, dobbiamo intervenire sui prelievi illegali molto diffusi e poi abbiamo deciso una cosa oggi: non dirò non lavatevi ma un conto è utilizzare acqua, un conto è sprecarla. Chiedo ai cittadini di utilizzare l’acqua con la massima prudenza senza sprecarne una goccia». Di fronte al comprensibile appello ai cittadini, a quei dobbiamo fare e dobbiamo intervenire lanciati dal ministro Galletti chi dovrebbe invece rispondere, se è addirittura il ministero dell’Ambiente a invocarli anziché a praticarli? Finché non passeremo dalla “necessità di fare” alla “opportunità di fare”, la cruciale domanda rimarrà probabilmente destinata a non accogliere risposte.