Maltempo, l’Italia non ha bisogno del parafulmine della sfortuna

[31 gennaio 2014]

Il maltempo oggi ha di nuovo messo ko il nostro Paese. Stavolta il centro-nord è la vittima prediletta, con violenti acquazzoni che si sono riversati la scorsa notte in particolare su Toscana e Lazio e che stamani, come una sonora sbornia, si sono fatti sentire con pesanti ripercussioni sulla portata dei fiumi. Alcuni a rischio esondazione, come l’Arno in Toscana, e altri già esondati.

Alcune delle città italiane più note al mondo, soprattutto Roma ma anche Pisa, sono state messe in ginocchio. Insieme ai fiumi è montata l’ansia dei cittadini, che ancora non può tornare al di sotto della soglia di guardia. È lo stesso film sull’emergenza che si ripete ormai ogni giorno, ogni anno, e che sarà sempre più frequente seguendo l’avanzare dei cambiamenti climatici. In questa trama le istituzioni locali provano a tamponare le contingenze più difficili, maledicendo la sfortuna del maltempo che è tornato a colpire impietoso, e i cittadini diventano protagonisti solo quando si trasformano in vittime. Ma in ogni caso sono loro il parafulmine di questa presunta sfortuna.

Ogni volta l’Italia che affoga lo fa in un mare di lacrime di coccodrillo. La prima volta che venne presentato il Piano straordinario per il rischio idrogeologico correva l’anno 1970, redatto dalla commissione De Marchi proprio a seguito della tragica alluvione di Firenze, e 44 anni dopo si continua a dire che il Paese avrebbe bisogno di investimenti pari a 40 miliardi di euro e 15 anni di lavori perché il rischio idrogeologico possa essere controllato. Peccato che questi 15 anni si siano moltiplicati nel mentre per 3, e il maltempo faccia adesso ancora più paura del 1970. Eppure investire sarebbe ora un’occasione non solo per il territorio, non solo per la sicurezza, ma anche per dare ossigeno all’occupazione che non c’è, l’altra grande emergenza nazionale che rischia di trasformarsi – come quella del territorio – in strutturale. Le risorse per agire non perché abbiamo deciso di non poterne disporne, e la prova provata risiede nel fatto che quelle che invece sarebbero presenti non vengono impiegate per vincoli che ci siamo autoimposti: «Non si può morire affogati per Maastricht», denuncia invano almeno da ottobre il presidente della Regione Toscana. Ma oggi ci risiamo.

«Non è più tollerabile – commenta duro Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente,territorio e lavori pubblici della Camera – il forte ritardo delle politiche di manutenzione del territorio e di prevenzione del dissesto idrogeologico. Proprio per mettere in sicurezza il territorio nazionale, la Commissione Ambiente della Camera aveva chiesto con una risoluzione approvata all’unanimità di cui  sono primo firmatario di stanziare almeno 500 milioni annui per la difesa del suolo, ben più dei soli 30 milioni previsti allo scopo nella Legge di Stabilità per il 2014. La risoluzione chiedeva, inoltre, un allentamento del Patto di Stabilità interno per consentire agli Enti Locali che hanno risorse di investirle in interventi di prevenzione e manutenzione del territorio e di contrasto al dissesto idrogeologico. Un piano nazionale di prevenzione del rischio idrogeologico, manutenzione e messa in sicurezza del territorio e una revisione del Patto di Stabilità avrebbero l’effetto di garantire maggiore sicurezza ai cittadini e di attivare migliaia di cantieri, con ricadute molto positive anche sul lavoro e sulla riduzione della disoccupazione». «È evidente che non si può più parlare di eventi straordinari e che anche le risposte non possono più essere quelli della sola emergenza – rincarano oggi le deputate Raffaella Mariani e Chiara Braga, componenti della commissione Ambiente della Camera – Servono risorse certe per la prevenzione e un meccanismo ordinario che finanzi il Fondo per le emergenze istituito dal Governo pochi mesi fa e già azzerato, perché non ci si ritrovi ogni volta a dover rincorrere le emergenze, con il rischio di dare risposte differenziate e inique a cittadini e imprese dei territori colpiti dalle alluvioni».

Ma le denuncie di una situazione inaccettabile hanno ancora oggi l’impatto di un assalto di cavalleria composta da mosche bianche. Ovvero nullo, o quasi. Così l’Italia sul maltempo rimane divisa, tra parafulmini e paraculi. In più di quarant’anni è inaccettabile parlare ancora di sfortuna, e dovremmo almeno avere il coraggio di ammetterlo: la colpa non è del maltempo che colpisce, ma dell’Italia che non programma e reagisce.