Le fallimentari e costose eradicazioni di piche in Tibet e di cani della prateria negli Usa

Non avvelenate Pikachu. La Cina contro la pica dell’altipiano [FOTOGALLERY]

Una lotta diventata boomerang: l'animale è essenziale per biodiversità e risorse idriche

[5 gennaio 2015]

La pica è un piccolo roditore al quale si è ispirato l’inventore di Pikachu, il più famoso dei Pokemon, e al quale il governo cinese ha dichiarato guerra da anni perché considera le colonie di queste animali dannose. Ma secondo i ricercatori dell’Arizona State University quella del governo centrale di Pechino non è proprio una buona idea.

Circa il 20% della popolazione mondiale dipende dall’acqua delle sorgenti dell’altipiano del Qinghai-Tibet, la “Water Tower” dell’Asia, un’area estesa su 2,5 milioni di kmq dalla quale nascono 10 grandi fiumi che dissetano ed irrigano Bangladesh, Cina, Nepal, Pakistan, Thailandia, Myanmar e Vietnam. Ma cosa c’entra Pikachu con tutto questo?  Il 70% del territorio del Qinghai-Tibet è ricoperto da praterie di montagna dove l’animale più abbondante è la pica dell’altopiano o pica dalle labbra nere (Ochotona curzoniae), un simpatico esserino paffuto coperto da una spessa pelliccia e il cui peso arriva a 140 grammi di peso. Le piche tibetane sono formidabili scavatrici che costruiscono vere e proprie città sotterranee dove vivono fino a 74 roditori per ettaro. Per questo le autorità cinesi le hanno classificate come animali nocivi e la pica viene accusata di essere tra i maggiori responsabili del degrado delle praterie montane tibetane. I cinesi spesso le definiscono semplicemente “topi”, ma in realtà la colpa del degrado delle praterie non è delle piche, ma degli animali da pascolo importati dai coloni cinesi che hanno così favorito il moltiplicarsi delle piche.

Già nel 1958, dopo l’invasione militare è l’annessione del Tibet alla Cina, il governo comunista aveva avviato l’eliminazione di questi “parassiti” attraverso l’avvelenamento, uno sterminio che nel 1962 ha cominciato ad utilizzare un potente topicida, a basa di fosfato di zinco. Ma, secondo lo studio “The pika and the watershed: The impact of small mammal poisoning on the ecohydrology of the Qinghai-Tibetan Plateau”,  realizzato da Maxwell Wilson ed Andrew Smith dell’Arizona State University, già nel  2006,  solo nella provincia del Qinghai era stata avvelenata una superficie di 357.060 km2 con un progetto di contenimento delle Ochotona curzoniae costato quasi 100 milioni di dollari. Lo studio sottolinea che nel 2013  risultavano avvelenati ben 78.500 kmq per tentare di eradicare le piche e che questo era costato al governo cinese 25,5 milioni dollari. Ma non pago del disastro nel 20214 lo sterminio dei roditori si è esteso ad altri 31.000 km2.

Eppure, come fanno notare Wilson e Smith su Ambio, 50 anni di avvelenamento non hanno portato a nessun miglioramento sul terreno  e «La situazione non è migliorata. In realtà, è sempre peggio. Le piche in realtà sono solo un’indicazione del problema, non la causa.  Invece di dare la colpa alla pica dell’altipiano per i danni e di trattarla come un parassita,  dovrebbe essere considerata una “specie chiave” dell’ecosistema locale dell’altipiano Qinghai-Tibet».

Infatti le città della pica, con gallerie lunghe in media 13 metri e una lunghezza massima di 20 metri, possono estendersi ognuna su un’area di oltre 160 m2 ed avere 5 o 6 ingressi che portano alla tana vera e propria a mezzo metro sotto la superficie, sono anche il rifugio di rettili e uccelli. Come evidenzia lo studio, «Questi prati dell’altopiano ospitano pochi alberi, quindi gli uccelli più endemici dell’altopiano (ad esempio i fringuelli delle nevi Montifringilla spp e il gracchio terricolo di Hume Pseudopodoces humilis) si riproducono quasi esclusivamente nelle tane di pica. Quando le piche vengono avvelenate, le loro tane crollano  le specie di uccelli scompaiono o le loro popolazioni vengono notevolmente ridotte».

Wilson e Smith hanno anche scoperto che in realtà le specie vegetali sono più diversificate ed abbondanti dove ci sono e colonie di pica  rispetto alle aree dove sono state avvelenate ed eradicate, senza contare che questi animaletti rappresentano la maggiore fonte di cibo per i mammiferi carnivori ed i rapaci del Qinghai-Tibet che praticamente spariscono dopo l’avvelenamento e l’eradicazione delle piche: «Per esempio, dato che le piche rappresentano circa il 60-78% ella dieta dell’orso bruno (Ursus arctos) nell’altopiano del Qinghai-Tibet gli  attacchi degli orsi alle  proprietà (soprattutto nelle case di nomadi locali) sono aumentate dove sono state eliminate le piche».

Ma questi roditori non sono solo importanti perché permettono la sopravvivenza di decine di specie animali e vegetali endemiche, Wilson e Smith hanno anche scoperto che loro scavi faclitanio l’assorbimento dell’acqua nel terreno, riducendo così l’erosione del suolo, in particolare il monsone estivo. Dove le piche sono state eradicate le falde sotterranee si sono ridotte e questo sembra particolarmente acuto in tutta la provincia del  Qinghai e nella regione di Sanjiangyuan, dovbe hanno origine i fiumi Huang, Yangtze e Mekong.  «Questi dati confermano che, con la sua attività di escavazione, la pica altopiano è un ingegnere dell’ecosistema; il tasso di infiltrazione d’acqua è sempre più alto nelle zone occupate dalle piche – si legge nello studio –  Nonostante le ipotesi contrarie, le piche aiutano anche a combattere l’erosione nella zona».  Nonostante quello che continuano a dire le autorità cinesi e tibetane, «non esiste nessuna evidenza sperimentale per l’affermazione che la presenza delle piche porti ad un aumento dell’erosione».

Va detto che, nonostante il costoso sterminio, la pica dell’altopiano è ancora molto numerosa, ma, mentre la Mongolia ha messo fine all’avvelenamento di questi roditori fidandosi del parere degli scienziati, le autorità cinesi continuano a ignorare sia l’allarme dei  ricercatori locali che di quelli internazionali che continuano a ripetere che la pica non è responsabile del degradato dell’altopiano.

Nel 2006, Smith ha collaborato con il biologo statunitense Peter Zahler, della  Wildlife Conservation Society, e con l’australiano Lyn Hinds, un esperto di specie invasive del Csiro, per cercare di capire perché i funzionari comunisti tibetani non tenessero conto delle evidenze scientifiche sella pica, ma poi hanno scoperto che i cinesi fanno con la pica quello che gli statunitensi fanno con i cani delle praterie (Cynomys ludovicianus), che sono stati sistematicamente avvelenati nel  95% del loro ex areale.

Già nel 2006 uno studio pubblicato su  Conservation Biology in Asia sottolineava che «Decenni di ricerca mirata hanno dimostrato che i cani della prateria sono estremamente importanti per la biodiversità nei pascoli e che molti migliorano effettivamente il foraggio per gli animali selvatici ed il bestiame- Eppure l’avvelenamento del cane di prateria continua come un’importante e politica fortemente sostenuta. Ad esempio, nonostante ci fossero da discutere importanti questioni nazionali e internazionali, nel  2004 la campagna elettorale per il senato statunitense in South Dakota è diventata una gara tra il democratico Thomas Daschle e il repubblicano John Thune su chi odiava di più i cani della prateria e tra chi li avrebbe gestiti più efficacemente il loro avvelenamento».

Smith e Zahler sono convinti che dietro le campagne di avvelenamento, in Cina come negli Usa, ci siamo radicate credenze culturali sul ruolo dei “parassiti” nel degrado del territorio, alle quali le autorità locali rispondono semplicemente adattandosi, indipendentemente dal fatto che la richiesta di eradicazione di animali che erano presenti nelle praterie tibetane o americane da ben prima dell’arrivo dell’uomo sia scientificamente sostenuta o meno. Secondo i due ricercatori «Essendo le radici del problema così complesse, la soluzione dovrà esserlo ugualmente. Ma l’esempio della Mongolia potrebbe essere di grande aiuto. Se gli scienziati conservazionisti vogliono che la loro ricerca informi la politica, devono lavorare attivamente per raggiungere i decisori politici. Gli scienziati devono fare il passo successivo di raggiungere i policy makers attraverso workshop, conferenze, rapporti ed anche la sensibilizzazione e l’educazione delle comunità, per creare un’opinione pubblica ben informata, che incoraggi le modifiche delle politiche pubbliche…. Se non siamo in grado di imparare a fare questo, allora il valore del nostro lavoro per la società continuerà ad essere ignorato».