In tutta Italia le perdite dalla rete costano almeno 200 milioni di euro all'anno

Non solo lungarno Torrigiani: gli investimenti nelle rete idrica continuano a mancare

Solo pubblico o anche privato, il conto da saldare rimane lo stesso e non può essere ignorato

[27 maggio 2016]

Cedimento Firenze 4

L’immagine della voragine apertasi pochi giorni fa a Firenze sul lungarno Torrigiani è rimbalzata sui media internazionali, e all’interno dei confini nazionali suggerisce – una volta di più – la necessità di rivedere le priorità d’investimento sul territorio. Le infrastrutture idriche, è noto, rappresentano uno degli aspetti più critici. «Siamo in presenza di una rete fatiscente che risale a parecchi decenni fa – spiega Alessandra Biserna, consigliere nazionale dei geologi – Le misure che si  stanno adottando in queste ore sono necessarie,  anche perché gli effetti potrebbero essere preoccupanti per le infrastrutture che sono intorno. La domanda che mi pongo è se fosse stato tutto evitabile. Magari qualche avvertimento potrebbe esserci stato in questi giorni. I dati riguardanti la rete idrica in Italia parlano chiaro, con  le perdite della rete idrica che causano in Italia un costo industriale di almeno 200 milioni di euro all’anno. Ogni anno  registriamo perdite della rete idrica superiori al 35%».

Anche Firenze non sfugge a questa logica, sebbene in Toscana gli investimenti sulla rete idrica siano più alti della media nazionale: la rottura di una dorsale da 700 mm, strategica per la distribuzione dell’acqua in tutta l’area metropolitana, è l’esempio eclatante sul quale si puntano i riflettori, ma le criticità sono all’ordine del giorno. Secondo il Forum toscano del movimenti per l’acqua non sorprende però il crollo del lungarno: «La mala gestione del territorio è una costante del modello toscano, della gestione misto pubblica-privata, approfittatrice del servizio idrico che fa dell’acqua una merce e delle manutenzioni un costo in bolletta che produce milioni di euro che poi scompaiono magicamente».

Da parte sua Alfredo De Girolamo, presidente di Cispel Toscana, ricorda invece che «l’attuale tariffa idrica consente di intervenire ogni anno solo sullo 0,7% delle tubature gestite da Publiacqua (9100 km) e che, quindi, per rifare tutte le tubature occorrerebbero 150 anni. Nel comune di Firenze l’ultima pianificazione ha permesso interventi per 11 milioni di euro, piano che non includeva quel tratto di tubatura. Servirebbero quote di tariffa più alte per fare una corretta manutenzione ordinaria e straordinaria degli acquedotti (fino a 4 euro/mc, come fanno i Paesi del nord, che investono 100 euro ad abitante all’anno e non 30/40 come noi). Per mettere in sicurezza la rete occorrerebbe investire di più nella manutenzione, ed in assenza di risorse pubbliche questi investimenti sono coperti dalla tariffa e dai gestori. Occorre insomma una discussione seria, non ideologica».

Non solo il bene in questione – l’acqua – è oggi di natura pubblica, ma è pubblica anche la maggioranza del gestore Publiacqua, al 60% di proprietà dei Comuni che serve. Il dato di fatto è che mancano gli investimenti che sarebbero necessari, mentre si continua a spendere grandi quantità di denaro ex-post, a disastro avvenuto. Il privato, anticipando capitali che al pubblico evidentemente mancano nelle contingenze attuali, com’è ovvio chiede in cambio una remunerazione dell’investimento. Se invece le amministrazioni pubbliche – e dunque, in fin dei conti, i cittadini –, nel rispetto della legge ritengono sia più opportuno investire (subito) in prima persona, si facciano avanti. In ogni caso, prima o dopo i conti vanno saldati: assai meglio spendere in prevenzione. «La scarsa manutenzione – conclude il presidente nazionale dei geologi, Francesco Peduto – è un problema atavico nel nostro Paese e bisognerebbe prestare più attenzione».