Secondo l'American Chemical Society è rilevante anche la percentuale di terre rare

L’oro nelle fogne vale milioni di dollari, se sai come estrarlo

I ricercatori stanno studiando modi per estrarre oro e terre rare dalle feci umane

[25 marzo 2015]

Un team di ricercatori statunitensi ha trovato l’oro dove meno te lo aspetti: negli impianti di trattamento delle acque reflue, e a quanto pare diffuso con concentrazioni che, se presenti nel sottosuolo, potrebbero valere la pena di aprire una miniera.

I dettagli di questa scoperta che potrebbe aprire un altro inatteso pezzo dell’economia circolare sono stati illustrati durante il 249esimo meeting nazionale dell’American Chemical Society (Acs) che si conclude domani a Denver, dove una degli autori dello studio, Kathleen Smith, dall’US Geological Survey (Usgs) ha detto che l’estrazione di metalli dai rifiuti umani potrebbe anche contribuire a contenere il rilascio di sostanze tossiche nell’ambiente.

I risultati presentati al meeting nazionale dell’Acs confermano e ampliano quelli di uno studio precedente, nel quale un altro team di scienziati aveva calcolato che i rifiuti prodotti da 1 milione di americani potrebbero contenere metalli per un valore fino a 13 milioni di dollari. Ogni mese, per 8 anni, sono stati infatti prelevati in più città Usa campioni di acque reflue; in media, per ogni chilogrammo di fanghi sono spuntati tra l’altro 0,4 mg di oro, 28mg di argento, 638mg di rame.

La Smith ha sottolineato: «L’oro che abbiamo trovato era al livello di un deposito minerale minimo», e ha fatto notare che, oltre l’oro e all’argento, i reflui umani contengono anche ricercatissimi metalli delle terre rare, come il palladio e vanadio, e che «siamo interessati a raccogliere i metalli preziosi che potrebbero essere venduti, tra i quali alcuni dei metalli tecnologicamente più importanti, come il vanadio e il rame, che si trovano nei telefoni cellulari, nei computer e nelle leghe».

Secondo il team di ricercatori ogni anno dai depuratori dei reflui urbani statunitensi escono 7 milioni di tonnellate di fanghi, circa la metà dei quali viene utilizzata come fertilizzante nei campi e nelle foreste, mentre l’altra metà viene incenerita o avviata in discarica.

Gli scienziati stanno sperimentando in queste nuove “miniere” di fanghi urbani  alcuni degli stessi prodotti chimici, i percolati prodotti di  lisciviazione, che vengono utilizzati per l’estrazione industriale dei metalli dalle rocce.

«Mentre alcuni di questi percolati hanno la cattiva reputazione di danneggiare gli ecosistemi quando vengono dispersi o fuoriescono nell’ambiente – sottolinea la Smith –  in un ambiente controllato potrebbero tranquillamente essere usati per recuperare i metalli nei rifiuti solidi trattati».

Una prospettiva che, vista dall’Italia di oggi, assume purtroppo i contorni della fantascienza. «Tre italiani su 10 – come ha giustamente ricordato ieri Erasmo D’Angelis, capo della Struttura di missione di palazzo Chigi contro il dissesto idrogeologico e per le infrastrutture idriche – non sono allacciati a fognature o depuratori», con circa un terzo degli agglomerati urbani con più di 2.000 abitanti sotto procedura d’infrazione Ue per il mancante o inadeguato allaccio a reti fognarie e depurative. Una grave mancanza, anche dal punto di vista economico, visto che se tale situazione non verrà sanata prestissimo (dopo anni di inazione), a partire dal 2016 scatta la tagliola della multe europee «da 485 milioni all’anno fino a che non ci si mette in sicurezza».

Ogni anno l’Italia investe in infrastrutture idriche investiamo «in media 34 euro ad abitante – ha spiegato D’Angelis – cifra che scende a 28 euro all’anno se la gestione è in capo ai comuni. Siamo in fondo alla classifica Europea. Ora ci diamo 5-6 anni, ma speriamo di far prima perché abbiamo la necessità di investire in media almeno 50 euro ad abitante; senza contare che se non lo facciamo ci saranno 130 miliardi di mancati benefici. Questo significa – ha chiosato D’Angelis – usare la leva tariffaria, sempre salvaguardando le fasce più deboli». Investimenti di questo tipo, è indubbio, in Italia sono urgenti. Chissà che gli studi dell’American Chemical Society non possano prima o poi rappresentare anche per l’Italia un’ulteriore ispirazione per trovare più robuste remunerazioni dal trattamento delle acque reflue.