Partecipate, le aziende bocciano la riforma Madia. Cispel: «Mostro giuridico»

«Investimenti attivabili rapidamente per decine di miliardi di euro, fermi spesso non perché “mancano i soldi”, ma per l’assenza di una regia pubblica»

[30 giugno 2017]

In un Paese come l’Italia, dove l’incapacità politica di elaborare una visione di sviluppo a medio-lungo termine è ormai epidemica, non sembra esserci altro mezzo delle – peraltro frequenti – emergenze per porre in evidenza quanto sia fondamentale investire nei servizi pubblici locali. Da ultimo c’hanno pensato gli effetti dei cambiamenti climatici, che in questi giorni stanno esponendo il territorio nazionale a settore a siccità e bombe d’acqua difficili da affrontare: la chiave dell’adattamento è investire nel settore idropotabile ma la cornice politica non favorisce l’operazione, anzi. E lo stesso dicasi per il settore delle energie rinnovabili, dove si lodano gli Accordi di Parigi mentre le emissioni nazionali tornano a crescere e gli impianti Fer sul territorio vengono spesso osteggiati; idem per il settore rifiuti, dove è ormai chiaro che agli italiani piacerebbe sì l’economia circolare ma quella impossibile, ovvero senza impianti industriali. Anziché pedagogizzare, la politica sembra subire per prima questo strabismo. Gli effetti concreti si toccano con mano quando si osserva la produzione legislativa messa in campo per regolare il settore dei servizi pubblici locali. Alfredo De Girolamo, il presidente di Confservizi Cispel Toscana (associazione che riunisce 150 imprese di settore, con 16mila dipendenti e 3 miliardi di euro di fatturato) ne ha dato ieri un chiaro esempio esaminando la riforma Madia, il cui decreto sulle aziende partecipate è appena stato approvato definitivamente dal Governo dopo una lunghissima gestazione.

«Lo dico chiaramente – spiega De Girolamo (nella foto) – non siamo per niente soddisfatti. Un’occasione persa per dare un senso industriale al settore dell’economia pubblica e dei servizi pubblici. Per certi aspetti un passo indietro. Il Governo e il Parlamento hanno scelto una strada da “diritto amministrativo” e non di “politica industriale” e questo è stato un errore. Una normativa che doveva essere partorita dal Ministero dell’Economia o da quello dello Sviluppo economico, è stata invece scritta dal Ministero della Funzione Pubblica. Ne è venuto fuori un “mostro giuridico”, che classifica le aziende pubbliche come “imprese private”, salvo poi impedire loro di essere “imprese” di mercato, con vincoli, regole e divieti incomprensibili e dannosi. Da un lato si aprono, giustamente, i mercati dei servizi pubblici e dall’altro si impedisce alle imprese pubbliche di operare sui mercati concorrenziali o di partecipare alle gare. Una scelta irragionevole ed incomprensibile destinata a ridurre la concorrenza, a non far crescere questi settori industriali, ad aumentare contenzioso e oneri amministrativi inutili».

Non si tratta di una posizione pregiudiziale: le premesse parlavano d’altro, e lo stesso De Girolamo sulle nostre pagine ha avuto occasione di spiegare (qui e qui, ad esempio) i positivi effetti attesi dalla riforma Madia. Una prospettiva svanita all’atto pratico come una bolla di sapone. Ora, spiega Cispel, se «non verranno introdotti nel tempo ulteriori correttivi il testo approvato ci consegna un quadro giuridico complesso, incerto, privo di un disegno industriale. Avevamo chiesto e proposto alcune cose semplici: distinguere le aziende “di mercato” da quelle che lavorano per la pubblica amministrazione, evitando così di considerare tutte le partecipate come pezzi di pubblica amministrazione. Avevamo chiesto incentivi alla quotazione in Borsa per tutti e alle fusioni. Avevamo chiesto di semplificare la vita alle aziende di mercato sottraendole agli oneri amministrativi delle società strumentali. Niente di tutto questo è stato recepito».

Come se non bastasse «il decreto sui servizi pubblici locali si è perso, e con lui la decisione da noi sempre sollecitata di completare il quadro delle autorità nazionali indipendenti di regolazione con l’introduzione di quella sui rifiuti. In questo quadro migliorare i servizi, fare investimenti sarà difficile, e anche ridurre il numero delle imprese non sarà facile».

A monte di queste acute difficoltà che la politica mostra nel (non) fare il proprio lavoro, Cispel denuncia un atteggiamento di diffidenza: «Da sempre chiediamo alle istituzioni di considerare il sistema delle imprese di servizio pubblico come un “risorsa” e non come un “problema”, devo dire per adesso senza molto successo. Si tratta di un’occasione persa».

All’Europa, al Governo nazionale e regionale chiediamo di creare e favorire le condizioni per la crescita: semplificando norme e procedure, sostenendo gli investimenti, promuovendo fusioni, concentrazioni e quotazioni in Borsa, premiando i più efficienti. Qualcosa è stato fatto in questi anni, poco, troppo poco. Occorre una “politica nazionale” di settore, coerente con la Strategia Energetica Nazionale, secondo gli accordi internazionali in materia di clima, in linea con le strategie europee su acqua, rifiuti e trasporti, che incentivi gli indirizzi sulle smart city e l’economia circolare. Non è complicato, basta scegliere e decidere. La massa di investimenti attivabili rapidamente nei settori di nostro interesse sono enormi, stimabili in decine di miliardi di euro nei prossimi 5 anni. Investimenti che risolverebbero criticità importanti nel campo idrico, dei rifiuti, delle fonti rinnovabili, del parco bus, tram e treni, nella domanda di case popolari. Investimenti fermi spesso non perché “mancano i soldi”, ma per l’assenza di una regia pubblica, di incentivi e disincentivi, di regole chiare, di una finanza pubblica e privata che sappia valutare questi comparti industriali per quello che valgono».