Qual è la qualità dell’acqua in Italia? Lo svela il dossier AcQualeQualità di Legambiente

«Sconosciuto lo stato chimico del 78% e quello ecologico del 56% delle acque superficiali»

[21 marzo 2014]

Il 22 marzo è la giornata mondiale dell’acqua e alla vigilia Legambiente presenta il dossier “AcQualeQualità – La sfida della qualità, della tutela degli ecosistemi e delle risorse idriche in Italia per il raggiungimento degli obiettivi della direttiva quadro 2000/60 sulle acque”   e ricorda che «l’Europa ci chiama con forza e da tempo a tutelare le nostre acque interne e costiere e a recepire la direttiva quadro 2000/60. Continuano a essere pochi in Italia i casi in cui si è investito sui corsi d’acqua con interventi di riqualificazione, rinaturalizzazione, prevenzione e mitigazione del rischio e insieme di tutela degli ecosistemi. I fiumi, le falde e i laghi sono visti molto spesso solo come una minaccia per il rischio di esondazione, un ricettacolo di scarichi non depurati e di sostanze industriali oppure come una risorsa da sfruttare il più possibile tramite derivazioni, prelievi di acqua o di ghiaia, cementificazione degli alvei».

Sembra che in pochi si curino del fatto che il 22 dicembre 2015 scade il termine per il raggiungimento degli obiettivi ambientali previsti dalla direttiva quadro sulle acque 2000/60 in termini di conseguimento (o mantenimento) del “buono” stato ecologico per tutti i corpi idrici. Il Cigno Verde sottolinea che «Obiettivo della Water Framework Directive è fissare un quadro comunitario per la protezione delle acque superficiali interne, di transizione e di quelle costiere e sotterranee, che assicuri la prevenzione e la riduzione dell’inquinamento, agevoli l’utilizzo idrico sostenibile, protegga l’ambiente, migliori le condizioni degli ecosistemi acquatici e mitighi gli effetti delle inondazioni e della siccità».

Ma i dati raccolti nel 2009 dall’Agenzia europea per l’ambiente e presentati nel 2012, che rappresentano ancora oggi l’ultimo quadro nazionale di riepilogo sul tema, rivelano che nel 2009 erano «Il 42% i corpi idrici superficiali europei che godevano di un buono o elevato stato ecologico, nel 2015 si prevede che lo stato auspicato verrà raggiunto solo dal 52% di essi». In Italia la situazione non è migliore: secondo la relazione sull’attuazione della  Direttiva Ue presentata nel 2012 dalla Commissione europea «Non si conosce lo stato ecologico del 56% e lo stato chimico del 78% delle acque superficiali; i corpi idrici che ricadono nelle classi “elevato” e “buono” per lo stato ecologico sono complessivamente il 25%, mentre per lo stato chimico sono in classe buono il 18% le acque superficiali monitorate. Anche per le acque italiane le prospettive di aumento delle percentuali per il 2015 sono purtroppo minime».

Che questi dati del 2009 siano gli unici a cui fare riferimento per avere un quadro completo, coerente e certificato è un problema che ha riscontrato anche Legambiente durante le sue ricerche, che hanno fatto i con la disomogeneità e frammentarietà dei monitoraggi portati avanti dalle Regioni.

L’associazione evidenzia che inoltre «Si continuano poi a registrare numerosi i casi d’inquinamento di corsi d’acqua, laghi o falde che causano gravi danni ai territori e alle popolazioni, con conseguenze sanitarie che possono derivare dall’uso (potabile ma soprattutto agricolo) dell’acqua contaminata». Dalle informazioni fornite dagli stessi impianti italiani al registro europeo E-PRTR emerge che nel nostro Paese «Nel 2011 sono state emesse oltre 140 tonnellate di metalli pesanti direttamente nei corpi idrici e quasi 2,8 milioni di tonnellate di sostanze inorganiche (Cloruri Fluoruri e Cianuri) di cui quasi la metà derivanti da attività di tipo chimico. Tra le sostanze organiche ritenute pericolose in via prioritaria rientrano l’antracene, il benzene, gli IPA (idrocarburi policiclici aromatici): sono state immesse 2,9 tonnellate di nonilfenoli cioè il 60% circa dell’ emissione europea totale per questa sostanza, 1,25 tonnellate di IPA (pari al 39% della quantità totale dichiarata a livello europeo per il 2011) e 0,91 tonnellate di benzene legate quasi esclusivamente al settore della produzione e trasformazione dei metalli».

Il commento di Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, è sconsolato: «Oltre al danno la beffa. Infatti agli aspetti ambientali si aggiunge, sul fronte economico, la minaccia di pesanti sanzioni per le procedure d’infrazione che scaturirebbero dal mancato rispetto delle direttive. È sempre più urgente quindi avviare una seria e concreta politica di tutela delle risorse idriche. Occorrono piani strategici che puntino a ridurre i prelievi e i carichi inquinanti, ricorrendo anche a misure come la riqualificazione dei corsi d’acqua, la rinaturalizzazione delle sponde, la fitodepurazione, il riutilizzo delle acque ai fini industriali e irrigui e la ricerca di soluzioni al problema dell’artificializzazione dei corsi d’acqua e dell’impermeabilizzazione dei suoli. Occorre armonizzare e coordinare i tanti livelli di pianificazione oggi esistenti in materia di risorse idriche e applicare strumenti di partecipazione adeguati, non semplici consultazioni su piani già chiusi, ma percorsi che individuino, insieme a tutti i soggetti interessati, le criticità e le politiche da mettere i campo per risanare e tutelare le risorse idriche nel nostro Paese».

Sottolineando la novità della nuova  legge di iniziativa popolare approvata dalla Regione Lazio che sancisce che l’acqua è un bene pubblico inalienabile la cui gestione deve essere ri-pubblicizzata, Legambiente  evidenzia che «Una nuova politica di tutela delle risorse idriche può rappresentare un’opportunità anche in termini economici: un recente studio dell’istituto di ricerche Ambiente Italia ha  stimato che a fronte di un investimento ipotizzato nel settore idrico di 27 miliardi di euro nei prossimi 10 anni si potrebbero creare oltre 45.000 posti di lavoro».

Gli ambientalisti avanzano alcune proposte per reperire da subito le risorse finanziarie necessarie:

Applicare il principio chi inquina paga: un principio generale, assunto dalla legislazione comunitaria come riferimento-guida con il duplice obiettivo di rendere non vantaggiosi gli inquinamenti evitabili, e di recuperare risorse per le azioni di risanamento;

Definire una tariffazione progressiva del servizio idrico che tenga conto delle condizioni economiche e sociali degli utenti, scoraggi i grandi consumi e preveda l’attuazione del full cost recovery e il principio “chi inquina paga”;

Prevedere opportune tasse di scopo (questo proposito un importante opportunità deriva dai canoni di concessione stabiliti dalle regione per i diversi usi della risorsa idrica in Italia, imbottigliamento, agricolo o industriale);

Sfruttare la grande opportunità dei Fondi strutturali europei, che dovrebbero vedere nelle politiche di tutela delle risorse idriche e di applicazione degli obiettivi delle direttive europee acque (2000/60) e alluvioni (2007/60) una delle loro finalità principali.

Per consultare il dossier di Legambiente: http://www.legambiente.it/contenuti/dossier/dossier-su-qualita-acque