Renzi va alla guerra per l’acqua in Medio Oriente (FOTOGALLERY)

I nostri soldati difenderanno la diga di Mosul, uno dei principali obiettivi dello Stato Islamico/Daesh

[16 dicembre 2015]

Musul diga

Ieri a Porta a Porta il nostro presidente del Consiglio Matteo Renzi ha rinnegato il suo impegno, preso solo pochi giorni fa, a non intervenire direttamente nella guerra contro lo Stato Islamico Daesh: «Siamo in Iraq per l’addestramento ma anche con un’operazione importante nella diga di Mosul, cuore di un’area molto pericolosa al confine con lo stato islamico, è seriamente danneggiata e se crollasse Baghdad sarebbe distrutta. L’appalto è stato vinto da un’azienda italiana, noi metteremo 450 nostri uomini insieme agli americani e la sistemeremo». A vincere l’appalto da più 2 miliardi di dollari è stato il Gruppo Trevi.

Insomma, un po’ di riconfermata fedeltà agli americani – il nostro impegno accresciuto nella guerra siro-irakena era stato annunciato già prima da Barack Obama i – condita di affari che di solito sono il (disastroso) motivo che convince da sempre i nostri governi a mandare i nostri soldati al fronte. Questa volta si tratta di 450 militari che andranno a difendere dal vicinissimo Stato Islamico Daesh la strategica diga di Musul, che sbarra l’Eufrate a circa 40 Km da Mosul, la seconda città dell’Iraq, riconquistata a metà agosto del 2014 dall’esercito irakeno e dalle milizie Peshmerga, kurde, che l’avevano strappata al controllo dei jiadisti neri del califfato anche grazie al sostegno dei bombardamenti aerei delle Coalizione a guida USA. Subito dopo la riconquista della diga di Mosul gli ingegneri avvertirono che senza costanti lavori di riparazione la diga potrebbe crollare e il muro d’acqua che si creerebbe ucciderebbe decine di migliaia di persone che vivono nella valle sottostante.

Come scrivevamo allora, la diga era già prima degli attacchi e contrattacchi un disastro ingegneristico in attesa di crollare accadere. Già nel 2007, l’U.S. Army Corps of Engineers la definì  «La diga più pericolosa del mondo»: è costruita su gesso poroso che viene continuamente dissolto dall’acqua del bacino, creando doline che minacciano l’integrità strutturale della diga. Nel 2011, il governo iracheno aveva fatto un contratto da 2 miliardi di euro con il gruppo tedesco Bauer per rimettere in scurezza a diga, ma i lavori non sono mai cominciati a causa della situazione di guerra strisciante e poi palese in Iraq. La diga per ora resiste miracolosamente grazie a rinforzi fatti di migliaia di tonnellate di cemento. La diga può contenere più di 11 Km3 di acqua e in un rapporto l’US Army Corps of Engineers cita uno studio del 2004 di Mark Wheeler della società di ingegneria Black and Veatch che prevede che un crollo della diga inonderebbe Mosul entro tre ore e che l’onda di piena raggiungerebbe i 20 metri di altezza. Entro 72 ore Bagdad verrebbe colpita da un’onda alta 4 metri.

Già nel 2014 Fred Pearce, un freelance britannico che lavora come consulente ambientale dal magazine New Scientist e autore di libri come “The Land Grabber”, svelava su Yale Environment 360  che la guerra i genocidi settari ed etnici contro lo Stato Islamico/Daesh sono in realtà l’ennesima guerra per le risorse a che dietro i genocidi settari ed etnici nasconde nuovamente un conflitto per le risorse: insomma, l’Italia si è infilata nell’eterna guerra per l’acqua mediorientale. Pearce nella sua dettagliatissima inchiesta scriveva: «Quest’estate c‘è una guerra dell’acqua in corso in Medio Oriente. Dietro le storie da prima pagina della brutale strage con la quale i militanti sunniti si sono ritagliati uno stato religioso che copre l’Iraq e la Siria, c’è la battaglia per i rifornimenti di acqua che sostengono queste nazioni del deserto. Il sangue è stato versato per conquistare le dighe giganti che controllano i due grandi fiumi della regione, il Tigri e l’Eufrate. Queste strutture immagazzinano vasti volumi di acqua. Mentre gli ingegneri fuggono di fronte all’avanzata dello Stato islamico (ISIS), il pericolo è che il risultato sia una catastrofe, sia deliberata che accidentale».

L’acqua ha portato più volte sull’orlo della guerra Iraq, Siria e Turchia che si contendono lo sfruttamento dei fiumi. L’Eufrate nasce in Turchia e poi scorre in Siria ed attraversa tutto l’Iraq, dove forma le paludi della Mesopotamia prima di raggiungere il Golfo Persico/Arabo. Anche la sorgente del Tigri è in Turchia, ma il fiume scorre più ad est attraverso il Kurdistan irakeno semi-indipendente, poi prosegue il suo corso parallelo all’Eufrate prima di mescolare le sue acque nelle paludi del sud. Sono questi due fiumi ad aver dato vita alla “Mezzaluna Fertile” culla, 7.500 anni fa, delle grandi civiltà mesopotamiche ed è qui che c’è stata la prima guerra per l’acqua della quale si abbia notizia: quella per l’Eufrate tra il re di Umma e il re di Girsu. Da quelle epoche remote non molto è cambiato, con la differenza che oggi le dighe ed i canali sono più grandi e che forniscono anche energia idroelettrica.

La guerra scatenata dallo Stato Islamico/Daesh comincia dale grandi dighe: nei primi mesi del 2013 le ilizie islamo-fasciste conquistarono la vecchia diga siriana di Tabqa, costruita dai sovietici, che sbarra  l’Eufrate appena uscito dalla a Turchia. Tabqa è la più grande diga di terra del mondo ed è la principale fonte di acqua dolce ed energia per 5 milioni di persone, compresa la più grande città della Siria: Aleppo.  Ad aprile il DAesh si impossessò anche della diga di Fallujah che serve ad irrigare i campi che sfamano gran parte dell’Iraq, lasciando senza acqua grandi centri come Karbala e Najaf, la città santa sciita, distanti 160 km. La diga è stata poi riconquistata dall’esercito irakeno, ma l’area è tra le più instabili di questa feroce guerra.

L’altra diga per la quale non si è mai smesso di combattere è quella di Haditha, più a monte sull’Eufrate, subito dopo il confine siriano: con 8 km di sbarramenti, è la seconda più grande diga dell’Iraq. Regola il fiume per tutto l’Iraq, fornendo la maggior parte di acqua per l’irrigazione, oltre a produrre un terzo dell’elettricità del Paese. Da la luce a Baghdad

Saddam Hussein aveva già utilizzato l’acqua come arma dopo la prima guerra del Golfo, quando fece costruire enormi terrapieni per deviare sia il Tigri e l’Eufrate e seccare le paludi della Mesopotamia, dove si nascondevano i ribelli sciiti.

Le milizie dello Stato Islamico hanno tentato anche di controllare il corso del Tigri, e all’inizio della loro offensiva avevano conquistato la diga di Samarra, poco a monte di Baghdad, che viene utilizzata a fini irrigui. Scaramucce sanguinose che alla fine potrebbero paralizzare il granaio del paese.

Nonostante questi possibili disastri  In Iraq e nei Paesi vicini si pensa di costruire altre dighe. Il Kurdistan Irakeno vuole terminare di costruire la diga di Bekhme, su un affluente del Tigri, vicino al confine turco, rimasta a metà al tempo di Saddam. Sarebbe alta 230 metri e la più grande in Iraq.  Sia la Turchia che l’Iran stanno captando sempre più acqua  dei fiumi. La Turchia costruisce  dighe sia sul Tigri che sull’Eufrate.  Nel 2014 i ricercatori dell’Università di Salford dissero che ormai il fiume Diyala, che gli iraniani chiamano Sirwan, un importante affluente del Tigri che irrigava i campi intorno a Bagdad, era scoparso a causa delle dighe costruite dagli iraniani. Prima il fiume Karkeh contribuiva a riempire le paludi mesopotamiche, ma l’Iran vuole utilizza così tanto le sue acque per l’irrigazione che il fiume ormai riesce raramente, ridotto ad un rigagnolo, ad attraversare la frontiere con l’Iraq.

Pearce sottolineava  che «Questa costruzione di dighe sorvola di fronte alla crescente evidenza che l’intera regione sta diventando più secca».  Da una decina di anni piove sempre meno e questo, insieme alla captazione dell’acqua,  ha ridotto di oltre il 40%  la portata sia del Tigri che dell’Eufrate.

Come ha detto anche Obama alla COP21 di Parigi, l’intensa siccità del 2007-2009 e il conseguente crollo dell’agricoltura sono state una delle principali cause della guerra civile in Siria, provocando una disgregazione sociale, con molti contadini diventati rifugiati interni, i prezzi dei prodotti alimentari alle stelle nelle città.

In uno studio del 2009 un team di climatologi giapponesi e israeliani prevedeva che  la siccità nell’area diventerà permanente e che la Mezzaluna Fertile, che ha sostenuto le popolazioni della regione per migliaia di anni, «scomparirà del tutto entro questo secolo». Pearce concludeva: «Con i fiumi vuoti, la tentazione di combattere per ciò che rimane può solo crescere. E questa è davvero una tragedia per tutti».

Ecco dove (e perché) i nostri soldati andranno a fronteggiare i tagliagole dello Stato Islamico: la guerra per il petrolio è diventata (anche) guerra per l’acqua.