Scontri per l’acqua e i pascoli nel nord del Kenya, partecipano anche milizie straniere?

[9 settembre 2013]

Migliaia di famiglia originarie del distretto di Moyale, nel nord del Kenya, alla frontiera con l’Etiopia, sono ancora sfollate dopo il riesplodere degli scontri tribali – in larga parte per acqua e pascoli – che dal 30 agosto hanno provocato almeno 20 morti. Le agenzie umanitarie dicono di non essere in grado di fare una valutazione degli aiuti necessari per la popolazione che vive in alcune delle aree più instabili del distretto.

In due giorni di scontri tra i clan Gabra, Burji e Borana sono state incendiate diverse capanne e ci sono stati conflitti a fuoco. Nelle zone di Somare e Teti tutte le attività economiche sono paralizzate e, nonostante le violenze siano finite, la tensione è ancora molto alta. Trentadue scuole primarie e secondarie di Moyale sono chiuse dal 2 settembre perché gli insegnanti e gli studenti sono fuggiti e temono la ripresa degli scontri tra le milizie armate.

Irin, l’agenzia stampa umanitaria dell’Onu, spiega che «Queste violenze si inscrivono nel quadro di una serie di rappresaglie che sono cominciate durante gli scontri tra i Borana ed i Gabra, che il 15 luglio hanno fatto una vittima e tre feriti». Stephen Bonaya, coordinatore della Kenya Red Cross Society  (Krcs) a Moyale, sottolinea che «Più di 38.000 persone, cioè 6.381 famiglie, sono state obbligate ad abbandonare il loro domicilio.  Una maggioranza degli sfollati ha oltrepassato la frontiera con l’Etiopia, mentre altri si sono installati presso dei parenti a Moyale e nelle contee di Marsabit e di  Wajir. Un buon numero di bambini, donne ed uomini sono ancora separati dalle loro famiglie, altre persone sono scomparse. Un team aiuta delle famiglie a ritrovare I loro parenti dei quali hanno perso le trace ed a riunirli. Per il momento, sono state riunite 60 famiglie. Le famiglie sfollate hanno bisogno urgente, tra le altre cose,  di aiuto alimentare, di riparo, di medicinali, di utensili da cucina, di vestiti e di zanzariere».

Intanto l’interruzione dei trasporti di merci sta causando una fiammata dei prezzi alimentari in tutto il distretto di Moyale. I camion degli autotrasportatori sono fermi per paura degli attacchi delle milizie tribali e i prezzi per il trasporto del bestiame, vera “ricchezza” della regione, sono raddoppiati, rendendo impossibile portare gli animali al mercato.

Le comunità della regione, che vivono a cavallo del confine tra Kenya ed Etiopia, lottano da sempre per le risorse per loro più preziose: i pascoli e l’acqua per il bestiame, ma le ricerche svolte dall’università di Tufts e dalla Krsc dimostrano che recentemente si è passati dagli scontri alle violenze mortali e che «Le comunità ed i loro leader cercano ormai di prendere il controllo di quelle risorse sul terreno politico».
Isaiah Nakoru, il commissario della contea di Marsabit, ha detto all’Irin che «Il governo ha ormai il pieno controllo. Le milizie delle comunità in conflitto sono state eradicate dalla polizia e dall’esercito. Alcuni hanno preso la fuga ed hanno attraversato la frontiera. Abbiamo arrestato 8 etiopi e 2 keniani; nessuno resterà impunito…  I rappresentanti politici che hanno delle responsabilità non verranno risparmiati». Ma Nakoru aggiunge un particolare inquietante: «Le inchieste preliminari hanno dimostrato che delle milizie straniere armate di mortai e bombe hanno partecipato ai combattimenti».

Quindi i keniani accusano gli etiopi di essersi infiltrati nel loro territorio per dar man forte alle milizie tribali che moltiplicano i loro attacchi da quando in Etiopia è iniziata la costruzione di grandi dighe idroelettriche che stanno diminuendo la portata dei fiumi che vanno a finire in Kenya nell’arida regione del lago Turkana.

Secondo i profughi però non è vero che è tutto sotto controllo, invece le violenze continueranno se il governo centrale di Nairobi non affronta le cause profonde del conflitto per i pascoli e l’acqua, coinvolgendo le comunità in guerra ed i loro leader. Come ha detto all’Irin un abitante di Moyale, «Si tratta di un problema politico. Né l’esercito, né la polizia del Kenya possono gestire questo conflitto o mettervi fine. Bisogna fermare i rappresentanti politici, coinvolgere le comunità nel processo politico e condividere equamente le risorse».

L’ex presidente dell’Assemblea nazionale del Kenya, Francis Ole Kaparo, ha detto che «Bisogna trovare una soluzione pacifica al conflitto. Queste comunità devono mettere fine ai conflitti evitando bagni di sangue e condividendo le risorse, oppure perderanno tutti i benefici che danno per scontati».