Sepias, arsenico e inspiegabili silenzi: quello che in pochi hanno letto sull’indagine

[13 maggio 2014]

Non ha avuto, a nostro avviso, il giusto richiamo mediatico l’indagine Sepias presentata a Roma nei giorni scorsi i cui esisti sono già stati anticipati da greenreport.it. Come promesso, però, oggi vogliamo dare ai nostri lettori un ulteriore approfondimento.

Lo studio – Sorveglianza epidemiologica in aree interessate da inquinamento ambientale da arsenico di origine naturale o antropica-  è stato effettuato in due aree caratterizzate da contaminazione da arsenico di origine prevalentemente naturale (Amiata e Viterbese) e in due aree caratterizzate da contaminazione da arsenico di origine antropica (Taranto e Gela).

Quello che emerge dallo studio, che ricordiamo è stato finanziato dal Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ccm) del Ministero della Salute, interessa i consumi di acqua per i campioni delle aree di Amiata e Viterbo dove, l’uso di quella di proveniente dall’acquedotto per bere e cucinare sembrano portare a livelli di arsenico urinario significativamente più alto.

Per quanto concerne l’esposizione lavorativa invece, come viene riportato nel supplemento di pidemiologia e Prevenzione scaricabile da questo link, “appaiono rilevanti leindicazioni emerse per gli uomini dei campioni di Taranto e Gela che hanno mostrato eccessi del valore medio di arsenico inorganico in associazione a diverse esposizioni occupazionali autodichiarate con silice o lana di vetro, asbesto, derivati del petrolio, prodotti chimici.”

Per pochi casi relativi ai campioni di Viterbo e Taranto inoltre “emerge un segnale se si considera l’esposizione a solventi organici, tinture, acidi”.
Sono state svolte indagini riguardanti anche fattori connessi con la dieta, seppur soggette a forte oggettività, in particolare per quanto riguarda il consumo di prodotti locali.

Tuttavia, come riportato nello studio – ricordiamo che del progetto il responsabile è Fabrizio Bianchi del Cnr di Pisa –  «alcuni risultati sono ritenuti degni di attenzione soprattutto quando in linea con le conoscenze disponibili.  Indicazioni di interesse per l’associazione con livelli medi di Arsenico inorganico emergono per il consumo di latte, in prevalenza intero, sia per le donne sul campione totale e dell’area di Viterbo, sia per l’insieme dei due sessi nei campioni di Taranto e Gela. Il consumo di pesce è risultato associato a maggiori valori di Asi nel campione complessivo e nei campioni di Viterbo e Gela, in particolare tra gli uomini. Altri risultati di potenziale interesse emersi per il consumo di latticini, carne di manzo, di maiale e di agnello nell’Amiata, sono sostenuti da valori medi di arsenico inorganico bassi rispetto ai riferimenti e/o basati su un numero di soggetti/campioni troppo piccolo per consentire speculazioni».

Come detto prima, seppur soggetti a forte soggettività, lo studio evidenzia «risultati di interesse per la verdura fresca che risulta associata a valori medi di arsenico inorganico più elevati tra i consumatori del campione complessivo delle quattro aree». Osservazioni analoghe sono emerse anche per il consumo di frutta fresca. Infine, per il campione di Taranto “si osservano valori medi di arsenico inorganico più elevati tra i consumatori di pesce di produzione propria/locale.” Si può dire in genere, che fattori di tipo occupazionale sono prerogativa delle aree di Taranto e Gela, come attendibile dalla caratterizzazione delle quattro aree in studio.

Dal confronto con tutti i dati a disposizione dello studio, quello che è emerso è che i risultati ottenuti sull’Amiata sono in linea con quanto già misurato in uno studio di biomonitoraggio effettuato in quattro comuni dell’Amiata tra cui quello di Abbadia San Salvatore, da ASL 7 “Senese” e ARPA Toscana in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità (AUSL7, Siena); i risultati ottenuti nel Viterbese sono concordanti come tendenza media e peggiori come valori più elevati della distribuzione rispetto a quelli ottenuti da Francesco Cubadda et al., che aveva considerato un’area più vasta della provincia di Viterbo (Cubadda et al., 2012) mentre SEpiAs ha reclutato soggetti solo in due dei comuni (Ronciglione e Civita Castellana) con i livelli più alti di arsenico nelle acque per uso civile; i risultati del campione di Taranto riferiti all’arsenico totale sono più elevati di quelli precedentemente ottenuti da uno studio su 49 lavoratori di fonderia confrontati con 50 soggetti della popolazione per i quali non erano state segnalate anomalie (Leonardo Soleo et al., 2012); i risultati conseguiti a Gela sono in accordo con quelli del Biomonitoraggio umano (BMU) precedentemente effettuato nell’ambito dello Studio SEBIOMAG, che aveva indagato numerosi elementi in traccia e composti organici identificando valori anomali di arsenico totale in oltre il 20% del campione studiato (Fabrizio Bianchi et al., 2013).

Va sempre tenuto conto che si tratta di un piccolo campione e quindi non è neppure utile essere allarmisti, tuttavia lo studio ricorda che la gestione di soggetti portatori di valori anomali elevati pur essendo onerosa e in grado di catalizzare le preoccupazioni dei finanziatori dei progetti, dei volontari coinvolti e delle comunità interessate, è «un obbligo sanitario ed etico nei confronti di chi ha partecipato al BMU».

Che fare dunque? Per l’Amiata, si legge nel Ccm, c’è indicazione per un intervento mirato su pochi soggetti, e a livello di comunità per una prosecuzione della sorveglianza mediante ripetizione periodica di campagne di BMU senza particolari approfondimenti.

Per il Viterbese ci sono indicazioni alla presa in carico di alcuni soggetti, e a livello di comunità per la continuazione del BMU accompagnato da studio sulla dieta, adottando il protocollo completo, escludendo in prima istanza approfondimenti sui rischi cardiovascolari.

Per Taranto e Gela, come diceva all’inizio, ci sono indicazioni per la presa in carico di numerosi soggetti, e a livello di comunità per lo svolgimento di una campagna di BMU ad ampio spettro utilizzando il protocollo completo, con particolare attenzione al recupero di informazioni approfondite sul profilo alimentare, residenziale e occupazionale.

Certo a Taranto in particolare probabilmente l’arsenico nell’acqua non sarà il problema principale, ma considerando anche quanto questo problema sia sentito dalla cittadinanza anche sull’Amiata in Toscana, visti i risultati – per quanto da approfondire e non definitivi – nel bene e nel male avrebbero dovuto avere un’altra e maggiore eco.