Ancora una volta si favorisce il recupero di energia rispetto a quello di materia

Come il Collegato agricoltura mette a rischio la filiera del compostaggio in Italia

L’art. 41 del ddl propone di rimuovere sfalci e potature delle aree urbane dalla normativa rifiuti

[9 giugno 2016]

sfalci e potature collegato agricoltura

Poche righe inserite in coda a un disegno di legge rischiano di ridurre (letteralmente) in cenere buona parte della filiera italiana del compostaggio. Si tratta dell’art. 41 del Collegato agricoltura – ovvero, il ddl 1328-b – che, così come oggi formulato, muta il regime giuridico degli “sfalci e potature provenienti da aree verdi urbane” disponendo di fatto la loro esclusione dalla disciplina dei rifiuti; una mutazione in grado di innescare una reazione a catena di dimensioni ciclopiche.

Oggi, quella della frazione organica rappresenta la prima filiera in termini quantitativi della raccolta differenziata del nostro Paese con oltre 5,7 milioni di tonnellate/anno; di queste, 1,5 milioni di tonnellate/anno sono rappresentate proprio dagli sfalci e potature provenienti da aree urbane. Circa un quarto del totale dunque, e composto da materiale particolarmente pregiato ai fini del compostaggio, un settore dove la qualità della raccolta differenziata rappresenta ancora uno scoglio importante allo sviluppo. Sfalci e potature in media presentano buone caratteristiche qualitative per il recupero di materia (la priorità individuata dall’Europa per la gestione dei rifiuti), contribuendo in modo significativo alla realizzazione di compost ottimo per essere utilizzato come fertilizzante; togliendo questi materiali dalla normativa dei rifiuti si andrebbe dunque a intaccare un anello fondamentale dell’intera filiera, oltre a peggiorare le perfomance ambientali del Paese e a introdurre aggravi economici per il sistema nel suo complesso.

Il Cic (Consorzio italiano compostatatori), che ha recentemente rinnovato il proprio cda confermando alla guida il presidente Alessandro Canovai, spiega dunque la necessità di stralciare l’art. 41 dal Collegato agricoltura o, in seconda istanza, di limitare il provvedimento agli scarti agricoli e forestali senza applicarlo ai rifiuti organici (compresi sfalci e potature) di derivazione urbana.

Se invece l’articolo 41 “Modifica all’articolo 185 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in materia di esclusione dalla gestione dei rifiuti” venisse approvato così com’è, è facile individuare le conseguenze. L’azzeramento di tutto il sistema di trattamento e controllo previsto dalla vigente normativa che oggi garantisce la sostenibilità ambientale del recupero di sfalci e delle potature derivanti dalla manutenzione del verde urbano, che verrebbe sostituita da una progressiva compromissione della qualità ambientale dei terreni agricoli a causa del venir meno dei trattamenti e dei controlli che oggi vengono obbligatoriamente e puntualmente effettuati negli impianti di compostaggio.

La drastica riduzione delle percentuali di raccolte differenziate metterebbe a rischio la sostenibilità dell’intero sistema di gestione dei rifiuti organici urbani, compromettendo il lavoro fatto e i risultati ottenuti negli ultimi decenni (nonché gli obbiettivi di estensione a tutto il territorio nazionale delle raccolte differenziate), mentre a livello dei Comuni – per l’evidente contrasto con la normativa attuale laddove si dice che i rifiuti da giardini e parchi urbani sono, appunto, rifiuti – si introdurrebbe un elemento di grande incertezza, con conseguente riduzione degli occupati e degli investimenti nel settore.

In sintesi, sfalci e potature rischiano di finire nei terreni senza alcuna lavorazione o, per la parte cellulosica, finire nelle caldaie dove l’energia viene incentivata a carico del contribuente. Perché tutto questo? Vulgata vuole che, rimuovendo questi materiali dalla normativa riguardante i rifiuti, potremmo incontro a risparmi per la collettività. Ma l’evidenza dei fatti mostra semmai il contrario.

Come spiegano dal Cic, gli sfalci e le potature non sono infatti idonei tout court per le caldaie, solo un 20% del totale (la parte secca) può essere bruciata, mentre il restante presenta elevate percentuali d’acqua: per poter essere bruciato, il rifiuti verde deve prima essere lavorato, triturato, selezionato, vagliato, per separare la parte vede dalla parte secca. Tutto ciò con un aggravio economico. Il costo complessivo a tonnellata è superiore se si mandano sfalci e potature alle caldaie, rispetto al recupero di materia: i costi attuali di trattamento per il ritiro del verde sono sotto le 30 €/ton. (in Lombardia), mentre il sistema proposto nel Collegato agricoltura non costa di meno in fase di selezione e costa di più in fase di incentivi alle biomasse.

Il risultato finale che si profila all’orizzonte è così la compromissione di una filiera di recupero di materia che non percepisce alcuna sovvenzione statale, a tutto vantaggio di una filiera di recupero energetico (caldaie) che sopravvive grazie a forti incentivi pubblici con un conseguente e inevitabile ulteriore aggravio della fiscalità generale a carico dei cittadini, senza alcun beneficio ambientale aggiuntivo. Dopo quasi tre anni dall’avvio del ddl, lanciato al tempo del governo Letta come un altro collegato, quello ambientale, di certo è necessario puntare a risultati migliori.