La diffusione di Ebola in Africa è legata alla deforestazione per l’olio di palma?

Neocolonialismo, corruzione, saccheggio delle risorse rendono la situazione ingestibile

[27 novembre 2014]

«E’ chiaro che la diffusione di Ebola in Africa occidentale è direttamente collegata alla profonda povertà della regione». Come scrive Jeff Conant,  di Farmlandgrab,  «tra i 187 Paesi dell’Human Development Index della Nazioni Unite Liberia, Guinea e Sierra Leone sono rispettivamente al 175°, 183° e 179° posto. Ma, mentre è facile riconoscere i legami tra povertà e la diffusione del virus, c’è stata poca attenzione sulla  radice delle cause dell’impoverimento della stessa regione».

Infatti, oltre ad essere una delle regioni più povere del mondo, l’Africa occidentale è anche una di quelle in testa alla triste classifica della deforestazione. Già diverswe ricerche hanno fatto notare chiari legami tra lo scoppio dell’epidemia e lo sfruttamento delle risorse naturali in Africa Occidentale Conanto sottolinea che «Epidemie precedenti hanno seguito un andamento simile a quello attuale della diffusione di Ebola: Quasi sempre, interessano regioni le cui economie, gli ecosistemi ed i sistemi sanitari pubblici sono stati devastati ; la povertà spinge le persone più in profondità nelle foreste alla ricerca di cibo e di carburante, dove vengono a contatto con gli animali che fungono da “serbatoi della malattia”, ospiti che portano il patogeno senza manifestare sintomi; la situazione è aggravata dall’incapacità di rispondere del sistema sanitario pubblico. Di conseguenza, lo stesso sistema sanitario impoverito diventa un  serbatoio di infezioni, che serve per favorire la diffusione della malattia e di pazienti e operatori sanitari che trasportano allo stesso modo l’infezione tra la popolazione».

E’ partendo da questa consapevolezza che il Peoples’ Health Movement, con il documento “Ebola epidemic exposes the pathology of the global economic and political system”, sostiene che «Una risposta ampia ad Ebola richiede la comprensione non solo della patologia della malattia, ma anche della patologia della architettura politica ed economica globale che la sottende».

Conant  ha parlato con Silas Siakor, direttore del Sustainable Development Institute/Friends of the Earth Liberia  Sdi/Fel, sul legame tra l’epidemia di Ebola e lo sfruttamento spietato delle risorse forestali della regione e Siakor conferma. «Chi è ben informato sulla relazione tra il crescente contatto umano con la fauna selvatica, alcune specie della quale sono state rilevate come portatori del virus Ebola, lo attribuisce anche all’aumentando la deforestazione nella regione. La deforestazione in Africa occidentale continua in modo allarmante. La maggior parte della copertura forestale nell’intero ecosistema forestale dell’Alta Guinea è andata persa. La Liberia è l’unico Paese della regione che conserva una copertura significativa di foresta pluviale. Quindi, è comprensibile che gli scienziati stiano sottolineando che ci possa essere un legame tra declino della copertura forestale, che aumenta il  contatto umano con la fauna selvatica, e l’epidemia di Ebola».

Ed anche qui gli occidentali, molti dei quali pretenderebbero una quarantena armata intorno a tutti i Paesi colpiti da Ebola, hanno pesanti responsabilità: in tutta l’Africa occidentale l’accaparramento delle terre da parte dell’industria agro-alimentare è in rapida crescita e sta spazzando via anche gli ultimi brandelli di foresta, «Quindi – spiega Siakor – c’è una crescente perdita di habitat per i pipistrelli, per gli scimpanzé  e, di conseguenza, aumenta il contatto con le comunità umane. Ecco dove la nostra leadership deve guardare alla crisi Ebola come campanello d’allarme: per cominciare a pensare: “Beh, se la diminuzione delle foreste e degli ecosistemi è un problema, se aumentando il contatto con gli esseri umani la fauna selvatica è un problema, dobbiamo prendere ulteriori misure per evitare che la situazione peggiori».

Ma Ebola sta facendo emergere anche un altro problema: la sudditanza di governi deboli e spesso crrotti riguardo alle miltinazionali mineraria occidentali, cinesi e russe. Il direttore dello Sdi/Fekl  sottolinea che «Dopo la guerra, la sfida di fondo in Liberia è il fallimento di governance. La corruzione, la mancanza di responsabilità dei funzionari statali, tutto questo si unisce in questa crisi, come purtroppo vediamo nell’industria estrattiva. Ad esempio, quasi tutte le concessioni di licenze sono illegali. Un anno fa, la presidente è stata costretta ad annullare i permessi che coprono più di 2 milioni di ettari, foreste che erano state assegnate con permessi illegali. Siamo in una situazione di Stato fallito». E pensare che alla presidente della Liberia, Ellen Johnson-Sirleaf, nel 2011 è stato conferito il premio Nobel per la pace…

Eppure la Golden Veroleum Liberia, che ha gigantesche concessioni per coltivare palma da olio e  che sul suo sito web affronta così il problema Ebola: “Keep calm and Stop Ebola (wash your hands with soap)”, assicura   che il suo obiettivo è quello di porre fine alla povertà rurale e di portare la prosperità in Liberia, ma Siakor è convinto he il modello neocolonialista che la Johnson-Sirleaf sta perpetuando non funzioni: «Come nazione per 165 anni abbiamo perseguito uno sviluppo che non  ci ha portato da nessuna parte. Per essere chiari: produciamo un sacco di legno, tutto questo legname viene esportato in Europa e in Cina come tronchi, non sotto forma di prodotto trasformato. A costi molto bassi. Poi ci giriamo e importiamo mobili economici dalla Cina. Se il nostro governo decidesse semplicemente di lavorare il legname nel Paese, per produrre i nostri pavimenti e sedie, i nostri tavoli da utilizzare in tutti gli uffici governativi, non dovremmo più utilizzare mobili importati. Le companies dell’olio di palma come Golden Veroleum e Sime Darby coltivano la palma e poi producono olio di palma grezzo per l’esportazione. Ma non è per il mercato liberiano; non è destinato a contribuire alle esigenze alimentari del Paese. Questo ha lo scopo di venderlo in Europa e in altre parti del mondo, per essere trasformato in biocarburanti. Ma questa è la terra della quale  abbiamo bisogno per produrre cibo. Invece di fare questo, stiamo dedicando tutta questa terra a coltivare palma da olio ed altre materie prime per l’Occidente. Questo vale per tutte le materie prime che abbiamo. Se non cominciamo a pensare a nuovi modi di fare business, ci accingiamo a rimanere poveri come siamo; Non sarà migliorata la condizione umana; le elite continueranno a beneficiare delle risorse e la maggioranza della popolazione continuerà a vivere in povertà».

Il governo liberiano non sembra voler fermare il saccheggio e nonostante che Golden Veroleum e Sime Darby siano state oggetto di denunce da parte della Roundtable on Sustainable Palm Oil (Rspo) in Liberia tutto sembra rimasto come prima. «Perché le comunità non sono supportate da esperti legali – spiega Siakor – e le companies hanno gli avvocati, gli accordi con queste comunitàvengono inquadrati in modo che non abiano  alcun beneficio di sorta. Ma oltre a questo, il contratto che Golden Veroleum ha con lo Stato è illegale. Il contratto che Sime Darby ha con lo Stato è illegale. Una commissione di controllo indipendente, ha detto al governo che i contratti sono stati assegnati in violazione di numerose leggi e regolamenti. Ma le companies hanno continuato ad operare illegalmente».

La Rspo sembra fare il doppio gioco: dove le comunità locali hanno presentato denunce ha chiesto che dialoghino con le grandi compagnie, questi incontri e riunioni si sono risolti in promesse da parte delle imprese di correggere alcune situazioni, «Ma alcune di queste situazioni sono irreversibili – dice Siakor – Ad esempio, se si è già occupato l terreno agricolo che questi abitanti del villaggio stavano usando per produrre cibo e su quella terra si è piantato palme da olio, c’è ben poco che si può fare per risolvere questa situazione. Nel caso della Sime Darby, dopo la denuncia è stata depositata contro di loro alla Rspo, hanno detto che avrebbero distribuito riso alle persone anziane nei villaggi colpiti, che avrebbero assunto  persone provenienti da quei villaggi. Per quanto tempo hanno fatto distribuire il riso? Un paio di mesi. Ma la terra che la popolazione adibiva alla coltivazione di manioca e di altri alimenti non è mai tornata a loro. Queste non sono le soluzioni, perché alcuni di questi danni sono irreversibili».

Eppure, nonostante questo, Golden Veroleum e Sime Darby, continuano a far parte della Rspo, dimostrando con la loro presenza che iniziative volontarie come queste non sono sufficienti a garantire che le grandi imprese siano socialmente ed ambientalmente responsabili, visto che nessuno può regolamentarne le attività e che non sono previste sanzioni se non mantengono le promesse sottoscritte.

Per Siako «In un Paese come la Liberia, non è possibile fare grandi piantagioni sostenibili, per un paio di motivi. Primo, circa il 40% del Paese è sotto una sorta di qualche copertura forestale. Pertanto, se Golden Veroleum dice che non causerà alcuna deforestazione, non può essere vero, perché opera in un territorio che ha molta copertura forestale. D’altra parte, dicono che saranno socialmente responsabile. “Non prenderemo terra dalla quale dipendono le comunità”. Naturalmente, dove ci sono insediamenti umani, nelle immediate vicinanze di questi insediamenti ci sono le terre che la gente usa per produrre cibo. Pertanto, non c’è modo dei prenderle senza influenzare i loro mezzi di sussistenza. Se lo fai, le sposti ulteriormente in zone boschive dove altrimenti non sarebbero andate. Ecco perché è importante che il governo sostenga la nostra gente che si impegna nelle attività agricole in modo da migliorare la loro condizione generale, senza che gli effetti devastanti che hanno queste piantagioni su larga scala».

Gli africani occidentali chiedono alla comunità internazionale di continuare ad aiutarli a rispondere alla crisi di Ebola, ma anche di pensare al futuro di queste terre devastate dal colonialismo, dal neocolonialsmo e da un capitalismo ingordo che utilizza governanti corrotti e cleptomani per appropriarsi delle risorse.

«Il danno continuerà per molti anni dopo che il virus sarà stato eliminato . conclude Siako –  La maggior parte delle comunità in cui la gente aveva le fattorie sono state colpite; le persone hanno abbandonato i loro villaggi e si sono trasferite altrove; la gente deve tornare nelle sue comunità. Ci saranno conflitti legati ad alcune di queste delocalizzazioni. Tutti questi problemi devono essere risolti. I donatori devono sfidare il nostro governo ad utilizzare correttamente le risorse che lo stanno sostenendo. Se non lo faranno, continueremo a vedere una situazione in cui il governo sperpera la buona volontà internazionale e continueremo a venire ad elemosinare anno dopo anno per chiedere assistenza, e questo non è destinato a durare per sempre. In termini di estrazione di risorse e di scambi tra il Nord e il Sud, ci deve essere un serio dibattito nell’Ue e negli Usa sui problemi che stanno avendo un impatto diretto sulle nostre comunità. Il sovra-consumo nel Nord è devastante per noi al  Sud. Dobbiamo trovare il modo di rendere gli scambi tra l’Africa e l’Europa più equi  e reciprocamente vantaggiosi e per promuovere davvero lo sviluppo in Africa. Abbiamo bisogno di norme più severe. Dobbiamo continuare a permettere finanziatori e aziende di palma da olio di essere fuori controllo  Africa e di decimare intere comunità per fornire olio di palma grezzo al mercato americano o europeo? È giunto il momento di mettere uno stop a tutto questo».