Come funzionano le banche dei cereali in Niger, contro siccità e carestia

Oggi sono 2190 le famiglie e 400 mila le persone in totale che beneficiano del funzionamento di queste realtà

[24 marzo 2017]

Spesso la cooperazione internazionale è vista come ad un attore che entra in gioco in concomitanza di emergenze e crisi umanitarie. E spesso pensiamo alle emergenze come ad un fenomeno totalmente imprevedibile a cui la popolazione e il territorio colpiti non riescono a far fronte con mezzi propri. Tuttavia fenomeni ricorrenti possono diventare più faticosi da fronteggiare al variare di alcuni fattori.

Questo è il caso del Niger, dove l’aumento di popolazione e l’avanzamento della desertificazione hanno reso estremamente difficili da gestire i periodi, spesso lunghi, di siccità e carestia.

A fronte di questo mutato scenario dieci anni fa COSPE e Naturasì iniziarono insieme un ambizioso progetto: creare banche di cereali in Niger. Ne furono create ben 20 in tre diversi Dipartimenti (Abalak, Illela e Keita) della Regione di Tahoua, grazie a anche alle donazioni di tanti soci dei supermercati della natura che aderirono alla campagna “Granai del Niger”.

Ma che cosa sono le banche dei cereali? Sono magazzini in cui vengono stoccati al momento del raccolto cereali o mangime per gli animali (ce ne sono di due tipi infatti una che garantisce provviste per le persone e una che serve per il foraggio, le Banque céréalières, BC e le Banques aliments bétail, BAB, ndr) conservati per i periodi di siccità e carestia.

Il funzionamento di questi magazzini, che derivano direttamente da una tradizione millenaria in Niger, i granai di terracotta costruiti nei villaggi, ricordano da vicino quello di vere e proprie banche: hanno un comitato di gestione, dei soci e dei libretti al portatore. Di fatto consistono nell’acquisto di uno stock di base, di circa 10 tonnellate, custodito in un locale di proprietà dell’associazione promotrice, che viene prestato o venduto a prezzi calmierati (ma non un piccolo margine di guadagno) nel periodo più critico, quello che precede il nuovo raccolto (detto di soudure- saldatura, rendendo efficacemente l’immagine della frattura tra una stagione di produzione e l’altra), in cui il miglio si fa più raro e i prezzi montano alle stelle, rendendone difficile – a volte impossibile – l’acquisto sul mercato.

È in questo momento infatti che, per far fronte al costo del cibo, molti contadini si indebitano, ipotecando il raccolto della stagione in corso, e molti allevatori svendono il proprio bestiame, diminuendo le possibilità produttive per gli anni successivi; in questo modo viene alimentata una spirale perversa che porta sempre più all’impoverimento delle popolazioni rurali, alla loro esposizione alle crisi alimentari e alla dipendenza dall’aiuto internazionale.

La buona notizia è che oggi a progetto chiuso e a distanza di anni, le banche sono ben 83, si sono diffuse in altre zone del paese (in particolare in altri Dipartimenti, Loga, Falwel e Sokorbè, nella regione di Dosso) e quelle create dalla collaborazione tra COSPE e Natura Sì godono di buona salute. Cosa non scontata. Molto spesso si assiste infatti a soluzioni transitorie per le popolazioni beneficiarie di progetti: strutture o iniziative che naufragano senza il sostegno concreto della cooperazione internazionale. Quando però si lavora in modo partecipativo e non sostituendosi ma sostenendo le comunità locali accade non solo che le iniziative diventino sostenibili ma anche che le buone pratiche diventino contagiose.

Ad oggi le tonnellate di miglio per banca di cereali sono cresciute in media del 10% per cento e le comunità di riferimento possono vedere garantita la propria sovranità alimentare: possono anche allevare animali, venderli e avere redditi extra dalla loro vendita, aumentando il reddito pro-capite e migliorando la qualità della propria vita. Oggi sono 2190 le famiglie e 400 mila persone in totale che beneficiano del funzionamento banche.

Le conseguenze positive di questo meccanismo sono anche di tipo sociale: le organizzazioni comunitarie create nei singoli villaggi aumentano la partecipazione alla vita pubblica e politica e il capitale di fiducia tra le persone, creano un meccanismo positivo di solidarietà e garantiscono l’indipendenza della popolazione rurale da sementi industriali e dalle speculazioni del mercato sui beni di consumo primari.  Nei comitati di gestione inoltre le donne hanno un ruolo preminente e molte delle organizzazioni di villaggio sono tutte al femminile. Sancendo ufficialmente quello che la tradizione già ci dice, che sono loro a garantire gran parte dell’economia familiare in questi contesti.

Ma in fondo anche le banche pur nella loro portata innovativa discendono da una grande tradizione, da quei granai, quegli enormi salvadanai di terracotta che costellano tutto il paesaggio nigerino e rappresentano un patrimonio culturale immenso per questo paese, e raccontano le capacità di un popolo di organizzarsi ed amministrare le proprie risorse, per far fronte alle carestie ricorrenti in uno degli eco-sistemi meno prodighi del mondo. Compito della cooperazione è individuare queste risorse e creare nuove condizioni perché possano resistere a nuovi scenari: climatici, economici e sociali.

Ancora oggi COSPE è impegnato in Niger, con il progetto Terre et Paix, un’iniziativa tutta rivolta ai giovani. Perché diventino imprenditori agricoli e possano vivere bene e far vivere le loro comunità con un lavoro che non solo dia sostentamento a loro e lo loro famiglie ma che sia fonte di reddito da reinvestire e di passione per la loro terra.

di Cospe per greenreport.it