Gli stessi cibi producono impatti ambientali marcatamente diversi

Il cambiamento di dieta offre maggiori benefici ambientali rispetto all'acquisto di carne o latticini sostenibili

[4 giugno 2018]

Un team di ricercatori dell’università di Oxford University e di Agroscope, l’istituto per la ricerca agronomica dell’ufficio federale dell’agricoltura della Svizzera (Ufag), ha creato il database più completo sull’impatto ambientale che comprende quasi 40.000 aziende agricole, 1.600 trasformatori, tipi di imballaggi e rivenditori. all’ Oxford University  dconono che «Questo ci consente di valutare in che modo le diverse pratiche di produzione e aree geografiche portano a diversi impatti ambientali per i 40 principali alimenti».

Lo studio  “Reducing food’s environmental impacts through producers and consumers” pubblicato su Science   ha trovato grandi differenze nell’impatto ambientale tra produttori dello stesso prodotto: «I produttori di carne bovina ad alto impatto creano 105 kg di CO2 equivalenti e utilizzano 370 m2 di terreno per 100 grammi di proteine, 12 e 50 volte di più maggiore rispetto ai produttori di carne bovina a basso impatto. I produttori di carne bovina a basso impatto utilizzano quindi 36 volte meno terra e producono 6 volte meno emissioni».

Se pensate che l’acquacoltura crei relativamente poche emissioni dovete ricredervi: «può emettere più metano e creare più gas serra rispetto alle mucche per chilogrammo di peso vivo» dicono i ricercatori e aggiungono che «Una pinta di birra, ad esempio, può produrre 3 volte più emissioni e utilizzare 4 volte più terra rispetto a un’altra».

Questa variazione degli impatti emerge in tutti e 5 gli indicatori valutati, compresi l’utilizzo di acqua, l’eutrofizzazione e l’acidificazione.

Uno degli autori, Joseph Poore, del Dipartimento di zoologia e della School of geography and environment  dell’università di Oxford, riassume:  «Due cose che sembrano le stesse nei negozi possono avere impatti molto diversi sul pianeta: al momento non lo sappiamo quando facciamo delle scelte su cosa mangiare, inoltre questa variabilità non è pienamente riconosciuta nelle strategie e nelle politiche volte a ridurre l’impatto degli agricoltori»

A creare gran parte degli impatti ambientali è un piccolo numero di aziende agricole: da sola, il 15% della produzione di carne bovina crea  circa 1,3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti e utilizza circa 950 milioni di ettari di terra. In tutti i prodotti, il 25% dei produttori contribuisce in media al 53% dell’impatto ambientale di ciascun prodotto. Questa variazione e tendenza evidenzia anche il potenziale per ridurre gli impatti e migliorare la produttività del sistema alimentare.

Poore, che ha pubblicato lo studio su Science insieme a Thomas Nemececk di Agroscope, spiega ancora che  «La produzione alimentare crea enormi oneri ambientali, ma questi non sono una conseguenza necessaria dei nostri bisogni, ma possono essere ridotti in modo significativo modificando il modo in cui produciamo e ciò che consumiamo. Una delle sfide principali è trovare soluzioni efficaci per milioni di produttori agricoli diversi: un approccio per ridurre gli impatti ambientali o migliorare la produttività che è efficace per un produttore può essere inefficace o creare problemi per un altro. Questo è un settore che richiede molte soluzioni diverse fornite a milioni di produttori diversi».

Per i ricercatori le soluzioni si basano sull’uso di nuove tecnologie che spesso funzionano con dispositivi mobili che forniscono informazioni su concimazione, clima e suolo per quantificare gli impatti ambientali. La tecnologia fornisce quindi raccomandazioni su come ridurre questi impatti e aumentare la produttività.

Ma i produttori hanno dei limiti su quanto possono ridurre i loro impatti. I ricercatori hanno scoperto che la variabilità nel sistema alimentare non riesce a tradursi in prodotti animali con effetti inferiori rispetto agli equivalenti vegetali: «Ad esempio, un litro di latte vaccino a basso impatto (10° percentile) utilizza quasi due volte più terra e produce quasi il doppio delle emissioni di un litro medio di latte di soia. Quindi, il cambiamento di dieta offre maggiori benefici ambientali rispetto all’acquisto di carne o latticini sostenibili».

Inoltre, senza importanti cambiamenti nelle tecnologie per produrre cibi di origine animale, Poore  e Nemececk dimostrano che «Le diete prive di prodotti animali possono offrire maggiori benefici ambientali rispetto alle pratiche di produzione sia oggi che in futuro. In particolare, le diete a base vegetale riducono le emissioni alimentari fino al 73% a seconda di dove si vive».

Rinunciando a diete a base di carne e latticini, i terreni agricoli globali sarebbe ridotti di circa 3,1 miliardi di ettari (76%). e «Ciò toglierebbe la pressione sulle foreste tropicali del mondo e libererebbe la terra per il ritorno della natura»,  afferma Joseph Poore.

I ricercatori dimostrano che possiamo utilizzare e sfruttare gli impatti ambientali variabili per accedere a un secondo scenario: «Ridurre il consumo di prodotti animali del 50% evitando i produttori ad impatto più elevato centra ad esempio il 73% dei precedenti scenari di riduzione delle emissioni di gas serra. Inoltre, la riduzione del consumo del 20% di prodotti “discretionary” (oli, alcol, zucchero e stimolanti) evitando i produttori ad alto impatto, riduce del 43%.le emissioni di gas serra di questi prodotti. Questo crea un effetto moltiplicatore, in cui piccoli cambiamenti comportamentali hanno grandi conseguenze per l’ambiente. Tuttavia, questo scenario richiede che i produttori comunichino l’impatto ambientale del produttore (non solo del prodotto). Ciò potrebbe avvenire attraverso dellle etichette ambientali in combinazione con imposte e sussidi».

Poore  conclude: «Abbiamo bisogno di trovare modi per modificare leggermente le condizioni, quindi è meglio che produttori e consumatori agiscano a favore dell’ambiente. Etichette ambientali e incentivi finanziari sosterrebbero un consumo più sostenibile, creando al contempo un loop positivo: gli agricoltori dovrebbero monitorare i loro impatti, incoraggiare un migliore processo decisionale e comunicare i loro impatti ai fornitori, incoraggiando un migliore approvvigionamento».