Gap incolmabile: + 378% per il molino, +1400% per il panificio. «Filiera torni in mano all’agricoltura»

Grano tenero, a Siena la produzione rischia di scomparire. Cia: situazione prezzi insostenibile

Dalla farina al pane il prezzo aumenta di 15 volte. Ma su 210 euro all’agricoltore ne vanno solo 14

[29 aprile 2016]

grano siena

Secondo la Confederazione italiana agricoltori (Cia) di Siena c’è «Un abisso da colmare, per non far scomparire la produzione di grano tenero in provincia di Siena».

La Cia di Siena, impegnata nella tutela delle produzioni agricole senesi e per garantire un valore aggiunto al prodotto finale ed un giusto reddito alle aziende agricole, spiega come funziona la filiera del pane: «Un quintale di grano tenero, dopo un anno di lavoro da parte dell’agricoltore, viene portato al mulino – dall’agricoltore stesso – e venduto per un prezzo di 14 euro. Quel quintale di grano viene così trasformato in farina 00 (zero zero) dal mulino che lo rivende a 67 euro. Fra l’altro il mulino, dopo la molenda, vende anche la crusca, in altri canali di vendita, a 18 euro (per ogni quintale) per un incasso complessivo di 61 euro. Il passaggio successivo è fra il mulino e il panificio: la farina 00 viene venduta a 67 euro e con il pane equivalente pari a 110 kg, il ricavato del panificio è di 210 euro (da cui detrarre i costi di acqua, sale e lievito madre)».

Luca Marcucci, presidente Cia Siena, dice che i contadini non sono per niente contenti: «L’unico che non ci guadagna in questo percorso è soltanto l’agricoltore. Bisogna invertire questo stato di fatto, altrimenti in tempi brevi il grano tenero, ma non solo, in provincia di Siena sarà completamente scomparso. Non è possibile che il guadagno del panificio sia 15 volte di più (pari al 1400%) e quello del mulino sia di 5 volte di più (pari al 378%) rispetto al lavoro dell’agricoltore. E’ necessario ed urgente che gli agricoltori si riapproprino della filiera, dall’inizio alla fine. Gli agricoltori devono avere il mulino e i forni, aprire e chiudere la filiera, per creare valore aggiunto e garantire al consumatore un prodotto del territorio, di qualità ed ad un prezzo equo».

Per la pizza la forbice dei prezzi è ancora più ampia: «Se prendiamo lo stesso quintale di grano tenero per farci la pizza – spiegano ancora alla Cia senese –  In una panificio 1 kg di pizza (non farcita) costa 12 euro, e del costo totale degli ingredienti il 30% è dato dalla farina (in ogni quintale di pizza vanno 30 kg di farina 00). Per ogni quintale di pizza venduta, il panificio incassa 1.200 euro di cui 360 dati dalla materia prima (farina di grano tenero), ma all’agricoltore vanno comunque i 14 euro iniziali (pari al 3,8%)».

Il direttore Cia Siena, Roberto Bartolini, conclude: «E’ necessario che venga riconosciuto il valore dei nostri prodotti italiani; invece su molti prodotti si usa il nome italiano e toscano anche se il prodotto proviene da ogni parte del mondo, perché basta che sia lavorato in Italia, e questo è inammissibile. Bisogna valorizzare il made in Italy con la qualità delle produzioni, le specificità, le caratteristiche e anche la stagionalità che ogni anno può condizionare il risultato finale. Così da garantire il valore aggiunto alle nostre imprese, qualità e sicurezza alimentare ai consumatori».