Pubblicato il rapporto sul settore del Monte dei Paschi di Siena

Il 2015, l’anno senza olio. Crollo nella raccolta delle olive, prezzi raddoppiati

In Toscana la produzione ferma al 3,2% nazionale. La Regione nel mirino della mosca olearia

[9 febbraio 2015]

Gli agricoltori toscani e non solo sono riusciti a conquistarsi recentemente la ribalta mediatica concentrandosi sull’emergenza latte, ma non per questo quella che riguarda l’olio d’oliva – vero patrimonio agroalimentare della Regione e dell’intero Paese – accenna a fermarsi. A ricordarlo ci pensa oggi la banca toscana per antonomasia, quel Monte dei Paschi di Siena che, nonostante le difficoltà interne non si siano ancora placate, continua a sfornare dettagliati rapporti (vedi allegato) tramite la sua area Research e Investor Relations.

«In Italia – riassumono dalla banca –  il 2014 ha registrato la peggior campagna di raccolta delle olive a memoria d’uomo. Il calo della produzione dell’olio d’oliva è stato stimato tra il 35 ed il 40% creando uno shock di mercato che ha prodotto conseguenze rilevanti». In particolare, il deficit produttivo ha già determinato un’impennata dei prezzi dell’olio che, «da fine 2013, sono raddoppiati».

Ma il problema non riguarda soltanto il lato dei prezzi, quanto la finitezza della risorsa fisicamente intesa. Non solo l’Italia ma anche la Spagna, infatti, ha subito un tracollo produttivo del 50%, e stiamo parlando del più importante produttore d’olio d’oliva al mondo, quantitativamente parlando. Gli attesi aumenti produttivi di Grecia e Tunisia, prevedono gli analisti del Monte dei Paschi, non riusciranno a compensare il crollo d’Italia e Spagna: «Visto il grande successo di questa tipica produzione mediterranea nei paesi extraeuropei, in particolare negli USA, dove i consumi sono aumentati a un tasso medio annuo del 10% durante gli ultimi vent’anni, ci si chiede se il prodotto disponibile sul mercato basterà a soddisfare la domanda, che per il 2015 viene stimata dall’International Olive Oil Council  (IOCC) in 2 milioni 823 mila tonnellate a fronte di una produzione di sole 2 milioni  393 mila tonnellate nel mondo».

Da par suo, l’Italia rimane sempre il secondo maggiore produttore al mondo di olio d’oliva con  415 mila tonnellate prodotte nel 2013 (ma nello stesso anno ne ha consumate 620 mila tonnellate, più di ogni altro Stato al mondo). La Toscana, in questo contesto, non si posiziona benissimo. La sua produzione è universalmente riconosciuta come qualitativamente preziosa, ma a livello quantitativo rappresenta una frazione minuscola dell’intera produzione nazionale: rappresenta infatti il 3,2% del totale. Al contempo, la mosca olearia che ha colpito la produzione italiana di olive si è particolarmente accanita contro quella toscana, comportando gravi danni al settore (e riducendo quindi ulteriormente la produzione regionale).

In un contesto simile trova terreno fertile il proliferare di olii venduti sul mercato come toscani, ma che in realtà di toscano hanno ben poco. Una denuncia di cui si è fatta portavoce la stessa Coldiretti toscana – in regione si immette in commercio «10 volte l’olio che i 17 milioni di olivi del territorio sarebbero in grado di sostenere» –, e che necessita interventi decisi.

Se da un alto gli agricoltori mettono l’accento sulle leggi e i controlli in favore della trasparenza e tracciabilità di prodotto, gli economisti del Monte dei Paschi intravedono soluzioni grazie all’apporto della tecnologia (e della relativa capacità di abbattere i costi di produzione). «Se è vero che l’immagine dell’olio d’oliva di qualità resta indissolubilmente legata a frantoi in pietra antichi o comunque di tipo tradizionale – si legge nel rapporto – è anche vero che il grande successo del prodotto che si è imposto sui mercati mondiali ha reso necessaria l’adozione di nuovi apparati di spremitura in maniera tale da permettere un aumento della produttività». Anche a monte della spremitura la tecnologia ha mosso grandi passi, «e la Spagna ne ha tratto notevole vantaggio». Coniugare questo trend con la tipicità nazionale italiana, e ancor più regionale, è possibile? La risposta non è affatto semplice da formulare, ma il futuro dell’olio italiano e toscano sembra passare anche da qui.