Lo psicanalista Zoja: «Decisamente interessante, ma attenzione a non peccare d’arroganza»

Individualista o cooperativo? Dimmi cosa coltivi e ti dirò chi sei

L’agricoltura basata su grano o riso potrebbe aver plasmato in modo determinante la psicologica della civiltà

[30 maggio 2014]

Procedendo per stereotipi il rischio d’inciampare è alto, ma sicuramente si fa prima, e talvolta ci s’azzecca pure. Anche se non ci fa molto piacere, dobbiamo ad esempio ammettere che il luogo comune che vede il cittadino italiano più individualista della media occidentale qualche verità la nasconde. Ma il campo dei confronti cross-culturali travalica quello dei pettegolezzi e si fa cosa seria nelle competenze della ricerca psicologica, che nel tempo ha evidenziato solidi elementi di confrotno.

Che le popolazioni dell’est Asia abbiano tendenzialmente un’impostazione sociale più collettivista rispetto agli occidentali è risaputo, anche se i motivi di quest’evidenza storica non sono ancora del tutto chiari. Un gruppo di psicologi afferma però di aver adesso colmato questa falla, adottando un approccio innovativo.

Con la pubblicazione su Science dello studio Large-Scale Psychological Differences Within China Explained by Rice Versus Wheat Agriculture, il team di ricercatori guidato da Thomas Talhelm, dell’università della Virginia, afferma che i motivi di questo diverso approccio alla vita sociale tra est e ovest del mondo vadano ricercati nell’agricoltura. Già lo storico francese Fernand Braudel aveva formulato l’ipotesi che la coltivazione del riso, con gli impegni titanici che comporta per l’irrigazione e la gestione dei campi, avesse giocoforza indotto la formazione di un’indole cooperativa all’interno di quelle popolazione che ne dipendevano per la loro sussistenza: l’esempio della Cina è un classico.

Tutte queste teorie avevano però la caratteristica comune di non essere propriamente dimostrabili, ma solo delle ipotesi teoriche. Talhelm è riuscito a fare un passo avanti facendo tesoro della sua esperienza sul campo, utilizzando la Cina come un’enorme laboratorio a cielo aperto (e non è il primo a farlo con successo).

«Durante un soggiorno di quattro anni in Cina, Talhelm – riporta l’edizione italiana di Scientific America – aveva notato che gli abitanti delle regioni settentrionali erano spiccatamente più individualisti di quelli delle province meridionali. La differenza era particolarmente evidente in alcune regioni a cavallo del fiume Yangtze, che separa anche le aree coltivate a riso da quelle coltivate a grano».

Perché questa differenza? Secondo i risultati raccolti dagli psicologi tramite osservazioni e test psicologici il motivo è da ricercarsi proprio nel fatto che le provincie a nord dipendono storicamente dal grano per la loro alimentazione, quelle a sud dal riso. E proprio gli individui appartenenti a queste ultime dimostrano di avere uno stile di pensiero notevolmente più olistico e «una maggiore tendenza  verso forme di solidarietà/favoritismo, caratteristiche delle culture più collettivistiche».

I ricercatori fanno notare un particolare ancor più interessante. Nonostante l’impatto diretto dell’agricoltura sulle nostre vite sia infinitamente più marginale rispetto a quello sui nostri antenati, le «grandi differenze psicologiche» osservate tra le popolazioni coltivatrice di riso e quelle di grano non vengono affatto annullate dalla storia, anzi: «Questi lasciti agricoli continuano a colpire le persone nel mondo moderno».

Le conclusioni dei ricercatori appaiono dunque molto robuste, ma sono estendibili a contesti diversi da quello cinese, direttamente analizzato? Luigi Zoja, uno dei più noti psicanalisti italiani al mondo, interrogato da greenreport risponde che lo studio in questione si sviluppa in modo «decisamente interessante, ma a un livello di astrazione elevata, dove finisce per contare molto la coerenza logica del ragionamento condotto, mentre sappiamo meno della sua coerenza con la pratica».

«È poi possibile che sia convincente per la Cina – rimarca Zoja – mentre sia più problematica la sua estensibilità al nostro mondo. Conosco abbastanza la Cina (una decina di viaggi con una visione dal didentro: quanto basta non certo per capire la Cina ma per capire quanto siamo ingenui e arroganti noi occidentali che pretendiamo di spiegarla)». Nonostante l’indubbio valore della ricerca, forse è ancora presto dire di poter leggere la complessità di civiltà millenarie all’interno di un chicco di riso.