Cia «Investire nello sviluppo rurale per salvaguardare il territorio»

L’agricoltura toscana tiene e cresce, ma (pure qui) c’è troppa burocrazia

[11 febbraio 2014]

La Confederazione italiana agricoltori della Toscana rappresenta oltre il 38% dell’agricoltura della nostra regione con 20.747 imprese  ed 89.060 aderenti, una forza economicamente e socialmente vitale  che, alla viglia della sua assemblea elettiva del 13 febbraio, dice chiaramente: «Per il rafforzamento della competetività delle imprese la crescita effettiva e duratura del sistema economico e sociale è necessario perseguire, a partire dal livello nazionale, gli obiettivi strategici della semplificazione burocratica, della qualità della regolazione e dell’efficienza della pubblica amministrazione, il rispetto del principio di proporzionalità, la misurazione attenta degli oneri, valutare bene l’impatto delle nuove norme, la profonda revisione e razionalizzazione dei controlli verso le imprese, ridurre (togliere le duplicazioni e gli adempimenti “superflui”) e semplificare gli adempimenti per favorire la crescita delle imprese, in particolare su lavoro, previdenza, ambiente ed aiuti pubblici».

L’assemblea Cia è anche l’occasione per dare i numeri del mondo agricolo toscano: le aziende agricole sono 72.686 per una Superficie agricola utilizzabile (Sau) di 855.601 ettari (superficie media  per azienda di circa 11 ha.); le aziende condotte da under 40  az. sono 7.143 con una    Sau  di 96.912 ha. mentre le aziende biologiche sono 2.442 con una Sau di 41.562.  Il comparto vale circa 100.000  addetti: fra le aziende autonome, 30.000 di cui 23.440 titolari; 8.262 datori di lavoro e 59.849 operai agricoli  (12.289 a tempo indeterminato e 47.560 a tempo determinato) per un totale di 3.056.259 giornate lavorative. Le aziende iscritte alle Camere di Commercio sono 41.185 delle quali  13.538 condotte da donne  (32,9%); 2.641 da giovani (8,4%) e 1.842 da stranieri (4,5%). Le colture principali sono: prati-pascolo (aziende 12.396, ha.  94.899; legnose-agrarie – olivicola, vite, frutteti – (Az. 60.720, ha. 177.069); di cui solo vite  az. 26.120, ha. 59.993; seminativi az. 39.448,  ha. 479.888; vivaismo az. 2.450, ha. 6.580. Gli allevamenti in Toscana: Bovini 3.415 (capi 85.371); Equini 3.073 (capi 14.619); Ovini 2.359 (471.064); Caprini 774 (11.997); Suini 1.293 (119.230); Avicoli 1.659 (1.999.087); Conigli 795 (83.624)

Di fronte a queste cifre il presidente della Cia Toscana, Giordano Pascucci, sottolinea che bisogna «Investire in agricoltura per salvaguardare il territorio, rafforzare la competitività delle imprese, dare più reddito agli agricoltori». Invece, «Negli ultimi 10 anni sono stati abbandonati in Toscana 100.000 ettari, occorre  rimetterli in coltivazione, invertire questa pericolosa tendenza. Bisogna sostenere con maggiore efficacia gli investimenti in agricoltura, favorire la ripresa produttiva dei terreni, potenziare le politiche per lo sviluppo rurale, puntare con decisione al ricambio generazionale ed imprenditoriale, incentivare con maggiore determinazione l’aggregazione dei produttori e del prodotto, rafforzare le politiche e le relazioni  di filiera, rendere più competitive le imprese agricole per riportare maggiore valore aggiunto e dare più reddito agli agricoltori. In dieci anni il reddito dei nostri agricoltori è diminuito del 25% mentre quello degli agricoltori europei è aumentato del 13%. Con il rilancio ed il sostegno dell’agricoltura si tutela e si salvaguardia il territorio toscano dal dissesto idrogeologico».

Però la il direttore della Cia Toscana,  Valentino Vannelli, conclude ricordando che «La crisi economica non finisce di produrre effetti negativi. I prezzi alla produzione continuano ad essere in genere insoddisfacenti, ad eccezione del settore del vino che conosce invece un timido ma incoraggiante segnale positivo sia delle quantità commercializzate che dei prezzi grazie ad una ripresa parziale dell’export.  Relativamente all’export si manifestano tendenze di ripresa degli ordinativi che interessano alcuni comparti: dal vivaismo, ai prodotti trasformati, all’agriturismo. Il mercato della cosiddetta filiera corta è riuscito a dare qualche risposta ai produttori, sebbene in uno spazio limitato legato ad alcune produzioni. Purtroppo, quella della filiera corta che si manifesta mediante la presenza in mercatini, non è una soluzione praticabile per tutte le aziende agricole e gli allevamenti.  Non è positivo , sotto il profilo dei prezzi, il rapporto con la Grande distribuzione organizzata, perché i costi di un sistema distributivo al dettaglio non più adeguato sono sempre scaricati sulla fase produttiva; ed i maggiori guadagni si collocano sempre nella fase distributiva. In qualunque segmento produttivo. Da tenere presente tuttavia che il rapporto con la Gdo garantisce comunque costanza di ritiro e garanzie di pagamento nei tempio stabiliti».