Il land grabbing all’assalto del Niger e dell’Africa: primo continente per accaparramentodi terre

Ma la Liberia va in direzione opposta: una legge per favorire le comunità locali

[23 agosto 2016]

land grabbing Africa

Niger, uno dei Paesi più aridi del Pianeta. Mentre il governo di Niamey sostiene che il progetto si inscrive nel quadro della lotta all’insicurezza alimentare, a Diffa aumentano le proteste contro un’operazione di land grabbing che restringerebbe le aree destinate alle coltivazioni e all’allevamento per le popolazioni locali. Una coalizione delle organizzazioni della società civile denuncia un vero e proprio furto di terre autorizzato e la  spoliazione della popolazione.

I sauditi e il governo nigerino rispondono che il progetto prevede la creazione di 13.000 posti di lavoro, la costruzione di scuole, di centri sanitari, ma anche una centrale elettrica da 70 megawatt. Inoltre la regione di Diffa beneficerebbe di entrate tra i 500 milioni e il miliardo di franchi CFA all’anno e di un dividendo del 15%, sanza contare le entrate fiscali per lo Stat. Gli studi di fattibilità e l’identificazione dei siti sono già stati fatti, resta solo da fare gli studi di impatto ambientale e sociale.

A parte che i sauditi utilizzano questi progetti per diffondere il wahabismo, la forma più reazionaria e radicale dell’islam sunnita, in molti si chiedono cosa succederà alle popolazioni che vivono da sempre nei territori interessati dal progetto. Secondo  Meyrou Malam Ligari, presidente del Conseil régional de Diffa, ha detto a Radio France International  che : «Avranno una gestuione secondo la quale potranno continuare a produrre quel che erano abituati a produrre. Perché abbiamo previsto a valle delle unità industriali. Questo per dare più valore a queste produzioni a livello regionale».

Una previsione ottimistica che non trova riscontro nel resto dell’Africa dove ci sono state massicce operazioni di land grabbing. Lo sa bene Moussa Tchangari, che dirige un gruppo della società  civile che denuncia il progetto saudita, dicendo che «Priverà la popolazione delle terre che costituiscono le nostre sole risorse. Tutto questo viene fatto a detrimento dei piccoli produttori, dei piccoli allevatori, dei piccoli agricoltori,  , dei piccoli utilizzatori delle foreste, dei piccoli pescatori, ecc. Tutta gente che vive delle risorse, per esempio come nella zona di Komadougou»

Il land grabbing, le gigantesche operazioni fondiarie, riguardano tutte le regioni del mondo, ma la più colpita sembra proprio l’Africa. Dei 10 Paesi più colpiti dal land grabbing  superiore ai 200 ettari 6 sono africani: Sud Sudan, Repubblica democratica del Congo, Mozambico, Liberia, Sudan e Sierra Leone. Diversi di questi  Paesi sono sconvolti da guerre e guerriglie o sono da poco usciti da guerre civili e conflitti sanguinosi, eppure questo non spaventa gli investitori che invece sono terrorizzati da un battito di ciglia alla borsa di New York o di Tokyo.

L’Africa rappresenta da sola il 40% delle acquisizioni di terreni, seguita dall’Asia del sud-est e Melanesia che rappresenta il  32% del totale. Secondo Land Matrix, che censisce le operazioni fondiarie in tutto il mondo, I primi investitori nel land grabbing sono gli Usa con 7 milioni di ettari nel 2014, seguiti dalla Malaysia, dagli Emirati Arabi Uniti, dalla Gran Bretagna, con circa 3 milioni di ettari ciascuno. Ma anche l’India, l’Arabia Saudita, il Brasile e la Cina si stanno dando molto da fare e hanno acquisito tra uno e due milioni di ettari. Secondo l’Onu, l’80% del cibo consumato in Africa e nel sud-est asiatico è prodotto da piccoli agricoltori locali ed è proprio da loro e dalle Ong che arrivano le proteste contro il land grabbing, che è contro gli interessi e i diritti delle popolazioni locali. Fortunatamente qualcosa sta cambiando, a partire da uno dei Paesi, la Liberia in testa alla classifica della svendita delle terre alle compagnie straniere. Secondo quanto scrive CommodAfrica,  «La Liberia si appresta a votare una legge fondiaria a favore delle comunità locali». E Human Rights Watch conferma: «Entro il 30 agosto, la Liberia dovrebbe aver votato una legge definita “storica”, basata sui diritti delle comunità locali alle loro terre, il  Land Rights Act»,

La piccola Liberia, nonostante la guerra civile e l’epidemia di Ebola, è stata oggetto di una forte domanda di acquisizione di terre. Secondo la Banca mondiale, tra il  2004 e il 2009, sono stati svenduti 1,6 milioni di ettari, affittati o concessi con licenze a investitori commerciali, spesso senza aver consultato davvero le popolazioni locali.

La proposta di legge che voterà il parlamento di Monrovia rafforzerà i diritti delle comunità locali sulle terre tradizionali comunitarie che vengono utilizzate collettivamente. La legge liberiana riconoscerà il loro uso ancestrale, continuo e a lungo termine da parte delle comunità locali e permetterà loro di ottenere un titolo di proprietà legale della terra. La legge dovrebbe anche istituire misure per ridurre le ineguaglianze che colpiscono le donne e altri gruppi sociali vulnerabili.