Land grabbing: omicidi e sfratti per accaparrarsi le terre fertili

Oxfam: «Si inasprisce la spirale di violenza». Il caso dello Sri Lanka

[27 settembre 2016]

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Secondo il nuovo rapporto di Oxfam, Custodi della terra, difensori del nostro futuro, realizzato in collaborazione con la Land Matrix Initiative e presentato oggi a Terra Madre nell’ambito della campagna Land Rights Now, «Il diritto alla terra per gran parte dei popoli indigeni e le comunità di piccoli agricoltori è sempre più un miraggio. In milioni sono costretti con la forza a lasciare la propria casa, mentre nel mondo si registra che un’estensione di terra pari alla Germania è stata messa in vendita nel totale disprezzo dei loro diritti. Insomma, il land grabbing si conferma come la nuova e più brutale forma di neocolonialismo che spesso alimenta nuovi flussi di profughi “economici”. E magari viene fatto anche passare per una forma di “aiutiamoli a casa loro”….

Oxfam e Land Matrix Initiative  denunciano l’impennata di violenza nella corsa alla terra: «Il 75% delle oltre 1.500 transazioni fondiarie, indagate negli ultimi 16 anni, riguarda contratti relativi a progetti già in fase di realizzazione; ma il dato più preoccupante è che il 59% di queste riguarda terre comuni rivendicate da popoli indigeni e comunità di piccoli agricoltori, la cui titolarità alla terra è scarsamente riconosciuta dai governi. Solo in rari casi si è stabilito un dialogo preventivo con le comunità, mentre più spesso, e tragicamente, si è fatto ricorso alla violenza estrema che ha portato a omicidi e sfratti indiscriminati in moltissimi villaggi. Una prassi che, dalle osservazioni sul campo, sembra diventare la norma».

Il direttore generale di Oxfam Italia, Roberto Barbieri, è molto preoccupato: «Stiamo entrando in una fase nuova della corsa globale alla terra, più pericolosa La frenetica compravendita di milioni di ettari di foreste, coste e terreni coltivati, in molti paesi poveri, porta a omicidi e sfratti delle popolazioni indigene. Un vero e proprio etnocidio. Gli accordi e i progetti realizzati sulla terra che viene accaparrata avvengono nel totale disprezzo del consenso delle comunità locali che lì vivono da sempre. Occorre intervenire con urgenza in questo quadro destinato a generare conflitti sempre più sanguinosi».

La disuguaglianza che sta aumentando nel mondo riguarda anche la proprietà della terra: «2,5 miliardi di persone appartenenti ai popoli indigeni abitano più di metà della Terra, ma formalmente gli vengono riconosciuti titoli di proprietà soltanto per un quinto di essa – si legge nel rapporto –  Un’emergenza che continua a peggiorare col passare del tempo e che è sempre più inestricabilmente legata alla lotta alla fame così come alla tutela della biodiversità e alla lotta ai cambiamenti climatici».  Per questo   Oxfam, attraverso la campagna Land Rights Now, lancia un appello ai governi dei diversi paesi coinvolti,affinché la quantità di terra formalmente posseduta dalle comunità indigene raddoppi entro il 2020.

Per Barbieri, «Privare milioni di persone della terra su cui hanno vissuto per intere generazioni rappresenta un attacco alla loro identità culturale, oltre che alla loro dignità e alla loro sicurezza. Salvaguardare il loro diritto alla terra è essenziale per affrontare in maniera decisa il problema della fame, della disuguaglianza e del cambiamento climatico. Per questo motivo è necessario che i governi se ne facciano carico il prima possibile».

Il rapporto di Oxfam e Land Matrix Initiative analizza 6 casi in Paesi in cui le popolazioni hanno visto la loro vita sconvolta da sfratti e violenze:

Honduras: Miriam Miranda, compagna di mille battaglie della leader ambientalista indigena Berta Caceres brutalmente uccisa nel marzo scorso, continua, nonostante le innumerevoli minacce di morte, a guidare la protesta del popolo Garifuna per il controllo delle loro terre cedute dal Governo ad imprese private per la costruzione di “zone economiche speciali”, amministrate con il solo obiettivo di trarne profitto;

Perù: i Quechua dell’Amazzonia hanno intrapreso una battaglia legale per riottenere il controllo delle loro terre, danneggiate da anni di trivellazioni petrolifere;

Australia: gli aborigeni di Kimberley resistono al governo locale, più interessato ai profitti derivanti dalle attività minerarie e da progetti di conservazione che al benessere della sua popolazione;

India: l’aumento di domanda globale di legno teak per mobili, pavimenti e altri accessori per la casa ha provocato un’espansione delle piantagioni a scapito della comunità di Kutia Kand Adivasi in Odisha, nell’est del paese, che senza le sue foreste rischia di scomparire;

Mozambico: nella comunità di Wacua, la decisione unilaterale del suo leader, persuaso dai rappresentanti di un’azienda agro-alimentare, ha provocato, nel giro di un solo mese, lo sfratto dalle proprie terre di un’intera comunità impossibilitata, per via di processi lunghi e complessi, ad ottenere e rivendicare titoli e documenti legali di proprietà della terra.

Ma la situazione che sembra diventare sempre peggiore è quella dello Sri Lanka, dove lo sviluppo turistico avviene a colpi di espropri, espulsioni forzate e le confische di terre, in particolare a Paanama, nella zona costiera nell’est dell’Isola, dove si registra uno dei casi più emblematici degli ultimi anni di espulsioni forzate di intere comunità dalla loro terra. Oxfam spiega che «Qui infatti per 40 anni, fino al 2010, hanno vissuto 350 famiglie di contadini e pescatori. Con la fine della guerra civile che per 30 anni ha lacerato il paese, la provincia diventa un’ambita località turistica, richiamando surfisti da tutto il mondo, anche dall’Italia. Basti pensare che solo nel 2015 in Sri Lanka sono arrivati ben 25 mila turisti italiani. Conseguenza? Centinaia di famiglie nel giro di una notte vengono estromesse con la forza dall’esercito dalla propria terra: insediamenti ridotti in cenere, raccolti andati distrutti e pressioni da parte dei militari costringono la popolazione a chiedere ospitalità a familiari o ad arrangiarsi con rifugi di fortuna. E viene così meno per queste famiglie la terra da cui dipende la loro stessa sopravvivenza, la terra ereditata da propri padri. In breve tempo a Paanama sorgono una base militare e hotel di lusso. Chi qui viveva del sudore del proprio lavoro nei campi adesso nella migliore delle ipotesi è costretto ad affittare un terreno in un’altra provincia, solo per poter sfamare la propria famiglia. Ne seguono anni di proteste pacifiche che porteranno nel 2015 il Governo a decidere di restituire la terra alle famiglie che per 6 anni sono state costrette lontane da casa. Una promessa che però dopo un anno non è ancora stata mantenuta».

Per questo Oxfam, in collaborazione con Slow Food e Mani Tese, ha lanciato una  petizione che chiede al governo dello Sri Lanka di «liberare quanto prima le terre occupate ingiustamente e restituirle immediatamente alla comunità di Paanama. Se è vero infatti che il turismo è un settore chiave per lo sviluppo dello Sri Lanka, è anche vero che questo non può avvenire a spese delle comunità locali.  Esclusa da qualsiasi processo decisionale, la comunità di Paanama non ha infatti minimamente beneficiato dei profitti dello sviluppo turistico dell’area. Un’ingiustizia a cui porre fine. Da più parti del globo con una firma in solidarietà alla comunità di Paanama».