Le aree rurali sono la chiave per la crescita economica dei Paesi in via di sviluppo (VIDEO)

Da trappole di povertà a occasione per dare cibo e lavoro ad un pianeta più giovane e più affollato

[9 ottobre 2017]

Secondo il nuovo  rapporto della Fao “ The state of food and agriculture 2017” «Occorre mettere i milioni di giovani dei paesi in via di sviluppo che entrano nel mercato del lavoro nelle condizioni di non dover scappare dalle aree rurali per sfuggire alla povertà. Le aree rurali hanno un vasto potenziale di crescita economica legato alla produzione alimentare e ai settori ad essa connessi e con la maggioranza dei poveri e degli affamati al mondo che vivono in queste aree, il raggiungimento dell’agenda di sviluppo 2030 dipenderà dal riuscire a sbloccare quel potenziale ancora inutilizzato. Per far questo occorrerà superare la spinosa combinazione di bassa produttività dell’agricoltura di sussistenza, dell’ambito limitato dell’industrializzazione, della rapida crescita della popolazione e dell’urbanizzazione, che rappresentano sfide per la capacità dei paesi in via di sviluppo di alimentare e dare lavoro ai propri cittadini».

Il rapporto presenta alcuni dati chiave: La trasformazione rurale ha inizio fin dagli anni ‘90; da allora, 750 milioni di persone di aree rurali hanno ora redditi al di sopra della linea di povertà moderata di 3,10 dollari a persona al giorno. Nel 1960, il 22% della popolazione dei paesi in via di sviluppo (460 milioni di persone) viveva in città piccole e grandi. Nel 2015 si era raggiunto il 49% della popolazione (3 miliardi di persone).  La popolazione rurale del mondo in via di sviluppo è cresciuta di 1,5 miliardi tra il 1960 (1,6 miliardi di persone) e il 2015 (3,1 miliardi). In Asia meridionale e nell’Africa sub-sahariana, una media compresa tra 1 milione e 2,2 milioni di giovani, rispettivamente, è entrata nel mercato del lavoro ogni anno tra il 2010 e il 2015. Grandi città con popolazioni di 5-10 milioni e mega-città con più di 10 milioni di abitanti rappresentano solo il 20% degli abitanti urbani del mondo. Nei paesi in via di sviluppo le aree urbane sono relativamente piccole: circa il 50% della popolazione urbana totale, circa 1,45 miliardi di persone, vive in città di 500.000 abitanti o meno. Le aree urbane globali più piccole attualmente rappresentano circa il 60% della domanda alimentare urbana. Entro il 2030, la popolazione urbana nelle regioni meno sviluppate del mondo sarà di 4 miliardi. L’80% di questi abitanti urbani vivrà in Africa, in Asia e in America Latina. Nel 2030 la maggioranza della popolazione urbana del mondo si troverà in città con una popolazione di 1 milione o meno; l’80% di queste persone vivrà in aree urbane con meno di 500 000 abitanti. Il valore dei mercati alimentari urbani nell’Africa subsahariana probabilmente aumenterà di quattro volte tra il 2010 e il 2030, passando da 313 miliardi di dollari a mille miliardi. In Africa orientale e meridionale la quota dei consumatori urbani del mercato alimentare è già del 52% e dovrebbe passare al 67% entro il 2040.

Partendo da qui la Fo sottolinea che «E’ ampiamente dimostrato che i cambiamenti nelle economie rurali possono avere un grande impatto. A partire dagli anni ’90 alle trasformazioni delle economie rurali si deve il merito di aver aiutato centinaia di milioni di persone rurali a venir fuori dalla povertà. Tuttavia, questo progresso è stato irregolare e la crescita demografica sta aumentando il problema. Si prevede che tra il 2015 e il 2030, la fascia di popolazione compresa tra i 15 ei 24 anni di età aumenterà  di circa 100 milioni raggiungendo 1,3 miliardi di persone. Quasi tutto questo aumento avrà luogo nell’Africa sub-sahariana – e la parte del leone la faranno le zone rurali».

Dati che farebbe bene  tenere in mente chi crede di fermare un fenomeno di questo tipo con i fili spinti alle frontiere e le cannoniere in mare o chi continua a proporre l’ipocrita soluzione dell’aiutiamoli  casa loro. Come spiega la Fao quel che sta accadendo e che potrebbe accadere è il frutto avvelenato del colonialismo, del neocolonialismo, della rapina delle risorse e di un modello di sviluppo insostenibile: «In molti paesi in via di sviluppo – soprattutto in Asia meridionale e nell’Africa sub-sahariana – la crescita dei settori industriali e dei servizi ha subito un ritardo e non saranno in grado di assorbire il numero enorme di persone in cerca di lavoro che entreranno nel mercato del lavoro. Né ci riuscirà l’agricoltura – nella sua forma attuale. Così le popolazioni rurali che si trasferiranno nelle città corrono il rischio di aggiungersi ai ranghi dei poveri urbani, invece di trovare un percorso fuori dalla povertà. Altri dovranno cercare un’occupazione altrove, con migrazioni stagionali o permanenti».

Per “Aiutarli  casa loro deve cambiare radicalmente il paradigma economico che ha portato un elevato benessere in Occidente grazie alla miseria altrui: «Per questo motivo – dice la Fao –  rappresenta un intervento strategico il sostegno politico e gli investimenti nelle aree rurali per costruire sistemi alimentari produttivi e sostenere agro-industrie ben collegate alle zone urbane, in particolare alle città di piccole e medie dimensioni, che creeranno occupazione e consentiranno a più persone di rimanere e prosperare. Le economie rurali trasformate non saranno necessariamente una panacea che risolve tutte le pressioni che spingono le persone ad andar via, ma genereranno i tanto necessari nuovi posti di lavoro e contribuiranno a rendere l’emigrazione più una scelta, che una necessità».

Nella sua nota introduttiva al rapporto, il direttore generale della Fao, José Graziano da Silva, fa notare che «Troppo spesso ignorati da decisori politici e pianificatori, le reti di cittadine e di piccoli centri urbani rappresentano punti di riferimento importanti per le popolazioni rurali –  è qui dove comprano i semi, mandano i figli a scuola e dove accedono ai servizi sanitari e altro. Invitiamo i decisori politici a riconoscere il ruolo catalitico dei piccoli centri urbani come mediatori tra il mondo rurale e urbano, e a fornire ai piccoli agricoltori maggiori opportunità per commercializzare i loro prodotti e per condividere i benefici della crescita economica».

Il rapporto sostiene che «Le trasformazioni necessarie nelle economie rurali possono essere messe in moto sfruttando la crescente domanda di cibo nelle aree urbane per diversificare i sistemi alimentari e generare nuove opportunità economiche da attività agricole e non agricole. Questo include le imprese che trasformano, o imballano, o trasportano e immagazzinano, o commercializzano o vendono alimenti, così come aziende che forniscono fattori produttivi come sementi, utensili, attrezzature e fertilizzanti o forniscono irrigazione, lavorazione del terreno o altri servizi. La domanda crescente proveniente dai mercati alimentari urbani ammonta attualmente fino al 70% dei prodotti alimentari nazionali, anche nei paesi con grandi popolazioni rurali».

La Fao dice che «Non esistono formule magiche» e aggiunge che «Mentre l’urbanizzazione fornisce un’occasione d’oro per l’agricoltura, presenta anche sfide per milioni di piccoli agricoltori. I mercati più redditizi possono portare alla concentrazione della produzione alimentare nelle mani delle grandi aziende commerciali, delle catene di valore dominate da grandi trasformatori e rivenditori ed escludere i piccoli produttori. Ne consegue che le politiche e gli investimenti pubblici di sostegno saranno fondamentali per sfruttare la domanda urbana come motore per una crescita equa, e le misure volte a garantire la partecipazione al mercato da parte dei piccoli agricoltori devono essere costantemente parte delle politiche».

Lo studio suggerisce tre linee di azione:
La prima prevede la realizzazione di una serie di politiche volte a garantire che i piccoli produttori siano in grado di partecipare pienamente a soddisfare le esigenze alimentari urbane. Misure per rafforzare i diritti di proprietà fondiaria, garantire equità dei contratti di fornitura e migliorare l’accesso al credito sono solo alcune possibili opzioni.
La seconda è quella di costruire le infrastrutture necessarie per collegare le aree rurali ai mercati urbani – in molti paesi in via di sviluppo la mancanza di strade, di energia elettrica, di impianti di stoccaggio e sistemi di trasporto con celle frigorifere è un grande ostacolo per gli agricoltori che cercano di sfruttare la domanda urbana di frutta fresca, verdura, carne e latticini.
La terza comporta di connettere le economie rurali non solo con le grandi città, ma anche di lavorare con aree urbane più piccole e più diffuse.
Il  rapporto sottolinea che «i centri urbani più piccoli rappresentano un mercato molto trascurato per i prodotti alimentari. La metà di tutti gli abitanti urbani dei paesi in via di sviluppo vive in città con meno di 500.000 di abitanti».

Videogallery

  • L'economista Senior della FAO Andrea Cattaneo commenta il rapporto rilasciato oggi