Migrazioni, Fondazione Barilla: «Incide più l’insicurezza alimentare delle guerre»

E i cambiamenti climatici in atto rischiano di peggiorare le cose

[27 luglio 2017]

«Per ogni punto percentuale di aumento dell’insicurezza alimentare, l’1,9% della popolazione (per mille abitanti) è costretta a migrare, mentre un ulteriore 0,4% (per mille abitanti) fugge per ogni anno di guerra. E abbiamo solo 3 anni di tempo per fermare i cambiamenti climatici in atto, che rischiano di peggiorare la situazione». E’ la cruda sintesi di quanto emerge  dal Food Sustainability Report, il documento trimestrale di sintesi di Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition (Bcfn) e Milan Center for Food Law and Policy che prende in rassegna i principali temi internazionali riguardanti cibo e sostenibilità.

Il rapporto sottolinea che secondo World food programme (Wfp) dell’Onu le migrazioni sono «Un fenomeno dovuto in buona parte all’insicurezza alimentare, più che alle guerre. Contrariamente al sentire comune, infatti, uno Stato con crescenti livelli di insicurezza alimentare e di conflitti sperimenterà una maggiore emigrazione in uscita o movimenti di persone che abbandonano la propria casa». E’ lo stesso Wfp a dire che «Ogni punto percentuale di aumento dell’insicurezza alimentare costringe l’1,9% della popolazione (per mille abitanti) a migrare, mentre un ulteriore 0,4% (per mille abitanti) fugge per ogni anno di guerra». E la Bcfn aggiunge che «Tra le cause di insicurezza alimentare ci sono, senza ombra di dubbio, i cambiamenti climatici che stanno colpendo il Pianeta» e ricorda che «Lo scorso 29 giugno il quotidiano inglese The Guardian titolava: “Gli esperti avvertono: il mondo ha solo tre anni per fermare i pericoli del cambiamento climatico”, sintetizzando il contenuto della lettera aperta firmata da autorevoli esperti internazionali e pubblicata sulla rivista Nature. Eppure, se si puntasse su un’agricoltura sostenibile – a livello globale – si potrebbe avere un’arma efficace per combattere il cambiamento climatico (oggi l’agricoltura produce il 24% dei gas a effetto serra: più dell’industria, che si ferma al 21%, e dei trasporti, 14%)».

L’Environmental impact of agriculture on the atmosphere è uno dei parametri analizzati dal Food Sustainability Index, secondo il quale per molti Paesi la strada da compiere verso la riduzione delle emissioni inquinanti in atmosfera è ancora lunga: agli ultimi 5 posti in classifica ci sono quattro colssi economici e politici: Usa (59.07 punti); Brasile (50.50); Cina (50.00); India (46.72) e Indonesia (44.22).

Il tema del numero aprile-giugno 2017 del Food Sustainability Report è il “Climate Change”, e Bcfn e Milan Center evidenziano che «Nei quasi 27mila articoli sui siti internazionali monitorati (+27% sul primo trimestre 2017) dal Report, il riscaldamento globale è stato al centro dell’attenzione, sia tra l’opinione pubblica sia tra policy maker, giuristi, ricercatori, ecc., in seguito alla decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Accordo di Parigi sul clima (487 citazioni). Tra le parole più rilevanti intercettate sistema ci sono quindi “riscaldamento globale” (con ben 1.240 menzioni) e “Cina” (stesso numero, 1.240), che, con una mossa considerata da molti un tentativo di sostituire gli Stati Uniti nella leadership mondiale, ha confermato la propria adesione all’Accordo di Parigi insieme alla quasi totalità degli altri Paesi del mondo (Ue in testa). Seguono, nella graduatoria delle parole più citate, “Stati Uniti” (841), “Fao” (575), “New York” (575). Legati allo stesso tema sono poi i termini “Combat Climate Change” (310), “Cut Food Waste” (265), “Fighting Climate Change” (265), “Scientific Consensus” (265)».

Stefano Zamagni, ordinario di economia politica all’università di Bologna, adjunct professor of international political economy alla Johns Hopkins University, Bologna Center, e membro ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze, commenta cosìi risultati del Report: «Sostenibilità ambientale, sostenibilità nutrizionale e sostenibilità della pressione migratoria costituiscono i tre vertici dell’odierno triangolo politico-istituzionale. Due le scuole di pensiero che oggi si confrontano nel dibattito pubblico. Per un verso, vi sono coloro che parlano di un trilemma e ciò nel senso che, al più, sarebbe possibile assicurare solo due dei tre tipi di sostenibilità. Ad esempio, Donald Trump è disposto a rinunciare alla sostenibilità ambientale per non porre a repentaglio le altre due; per la Cina, la sostenibilità della pressione migratoria non è certo in cima alla sua agenda politica. Per altro verso, vi sono coloro che giudicano fallace, perché aporetica, la tesi del trilemma. L’Unione Europea persegue da anni, non senza difficoltà e contraddizioni interne, l’ambizioso progetto di tenere insieme, in mutuo bilanciamento, i tre tipi di sostenibilità. Noi ci poniamo tra coloro che negano l’esistenza inevitabile del trilemma. È cattiva scienza (sia sociale sia naturale) quella che fa credere all’esistenza di irriducibili trade-off: non ci sarebbe stato bisogno della rivoluzione scientifica! Quel che è urgente porre in campo è una vasta e approfondita campagna culturale di alfabetizzazione. Su questi temi c’è troppo chiacchiericcio e troppa poca informazione veramente scientifica. Ecco perché l’opera che il BCFN, con la preziosa collaborazione del Milan Centre for Food, Law and Politics, va realizzando merita incoraggiamento, per progredire sulla via intrapresa ed ampliare il suo raggio d’azione».

La presidente del Milan Center for Food Law and Policy, Livia Pomodoro, mette l’accento sulle conseguenze politiche degli avvenimenti delle ultime settimane e sul ruolo che può e deve assumere il nostro Paese: «La discontinuità che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha voluto marcare sul tema degli accordi sul clima suona come un ‘altolà’ al messaggio universalistico della Parigi di COP21, che per fortuna non è stato seguito da una fuga dalle responsabilità di altri Stati. L’Italia con il G7 di Taormina e il G7 dell’Ambiente di Bologna ha avuto due buone importanti occasioni per lavorare a cucire quel che appare strappato dopo gli entusiasmi di COP 21. Dobbiamo continuare ad essere protagonisti, come lo siamo stati con Expo2015 quando abbiamo mostrato di saper assai bene coniugare il tema del cibo con quello della sua regolazione, del nuovo orizzonte dello sviluppo sostenibile e dunque della protezione del Pianeta. L’Italia deve lanciare la propria candidatura ad ospitare COP 26: ci impegnerebbe da subito in una forte iniziativa per recuperare quanto oggi sembra perduto e per porre davanti a noi un nuovo traguardo per le nostre ambizioni. Ciò segnerebbe un nostro ritorno sulla scena dell’ambiente e delle sue tematiche: qui, più di tutto, si misura la nostra responsabilità verso il futuro».