Olio di palma, le industrie dolciarie italiane pronte ad abbandonarlo

Fatto Alimentare e Great Italian Food Trade: «Meglio tardi che mai. Basta greenwashing e land grabbing»

[6 maggio 2016]

Olio di palma industrie

Dopo l’allarme sulle sostanze potenzialmente tossiche contenute nell’olio di palma lanciato dall’ European food safety authority   (EFSA), l’Associazione industriali della pasta e del dolce italiani (Adepi), che fino ad ora aveva difeso a spada tratta la salubrità dei prodotti contenenti olio di palma, fa marcia indietro e in una nota spiega: « Abbiamo seguito  con la massima attenzione la diffusione del parere dell’EFSA sulla presenza dei contaminanti 3-MCPD e GE in molti alimenti inclusi alcuni prodotti da forno e, come sempre abbiamo fatto in passato, ci impegnano fin da ora a fare, nel più breve tempo possibile, tutte le scelte necessarie per la massima tutela della salute del consumatore. Ogni indicazione dell’EFSA è per noi un riferimento imprescindibile, anche rispetto alle nostre strategie aziendali e associative, e quindi non mancheremo di intraprendere i percorsi necessari per onorare il patto di fiducia che sa sempre abbiamo con i nostri consumatori. Con questo obiettivo ci siamo già messi in contatto con il Ministero della Salute per valutare insieme come procedere dando la nostra massima disponibilità e collaborazione. AIDEPI rappresenta aziende e imprenditori che si sono sempre distinti per responsabilità sociale, avviando spesso percorsi a tutela della salute pubblica prima ancora che si trasformassero in obblighi di legge. Anche questa volta faremo la nostra parte».

Esulta il Fatto Alimentare che  insieme a Great Italian Food Trade aveva lanciato su Change.org una petizione contro l’invasione dell’olio tropicale sottoscritta da 176.000 persone.  Il Fatto Alimentare   però sottolinea chwe «Ora nel difficile tentativo di salvare la reputazione Aidepi cerca di offuscare 18 mesi di manovre lobbiste, veline, pareri di dubbio valore scientifico e di fare dimenticare un investimento da 10 milioni di euro in spot e annunci pubblicitari dove si è detto che l’olio di palma è un ingrediente sano, naturale e rispettoso dell’ambiente. Tutto ciò mentre nel Sud-Est asiatico, nell’Africa sub-Sahariana e in America centrale continua la rapina delle terre (land grabbing) a danno delle popolazioni locali, si deforestano migliaia di ettari per lasciare spazio alle coltivazioni, rendendo l’aria irrespirabile e provocando la morte degli oranghi».

Anche Great Italian Food Trade  è soddisfatta e dice: «Meglio tardi che mai. Un segno di responsabilità delle industrie italiane. Abbiamo iniziato a scrivere del legame vizioso tra olio di palma e land grabbing nell’ormai lontano 2010. Evidenziando la vacuità degli impegni assunti dai grandi produttori, trader e utilizzatori, i quali hanno provato a tingere di verde l’immagine del sanguinoso olio tropicale (c.d. greenwashing), senza tenere alcun conto dell’impatto delle rapine delle terre sulle comunità locali. A fine 2014 abbiamo lanciato una petizione contro l’impiego dell’olio di palma nella filiera alimentare, raccogliendo 176mila firme a tutt’oggi. Ma solo ora – dopo dure battaglie che hanno visto lucrose campagne pubblicitarie “pro-palma” contrapporsi alla nostra umile e squattrinata informazione indipendente – abbiamo registrato un segno concreto di assunzione di responsabilità  da parte di AIDEPI, l’associazione che rappresenta i colossi italiani dell’industria dolciaria. Un bel passo avanti».

Great Italian Food Trade conclude: «È dunque possibile superare il paradigma già obsoleto e corrotto della c.d. CSR (“Corporate Social Responsibility”) per orientarsi verso la CSV, “Contibuting to Social Values”. Con l’idea di aggregare valori condivisi alle strategie di ciascuna organizzazione, nella speranza che il “bene comune” non sia solo utopia. Sul palma c’è ancora molto da fare, eliminarlo dai prodotti venduti sfusi in pasticcerie panetterie e pubblici esercizi, dalle fritture di ristoranti e “fast-food”, dai prodotti per l’igiene della persona e la casa, la cosmesi e quant’altro. Tenendo a mente soprattutto il problema originario – il “land grabbing” – che può e deve venire affrontato al più presto in un contesto più ampio se pur tuttora lontano dalle priorità politiche di alcun governo».