Il piano cinese per colonizzare l’agricoltura e la società del Pakistan

Land grabbing, legge e ordine. Un affare concordato con i militari pakistani

[26 maggio 2017]

Una inchiesta di Dawn, un quotidiano pakistano in inglese, ha rivelato il segreto che sta dietro  il China Pakistan economic corridor (Cpec): quello che avrebbe dovuto essere uno strumento per lo sviluppo economico del Pakistan nasconderebbe in realtà un progetto di colonizzazione economica cinese del Pakistan.

Secondo quanto riassume su Scoop News Manzoor Ahmed, un giornalista freelance del Kashmir, il piano neocoloniale cinese prevederebbe di  appropriarsi della produzione agricola del Paese musulmano e di creare «una rete di sorveglianza e monitoraggio profondamente intrusiva nelle  grandi città». Insomma, in futuro la Cina non avrebbe solo il controllo della produzione alimentare del Pakistan, ma terrebbe anche d’occhio ogni moto di dissenso o opposizione al suo predominio economico in Pakistan.  Ahmed  scrive che quel che accade nel Xinjiang Uygur musulmano colonizzato dai cinesi potrebbe essere l’esempio di quale sarà in futuro il rapporto tra Pakistan s Cina.

Il pericolo è così reale che nel 2016 diversi leader politici pakistani hanno espresso il timore che, la Cpec possa trasformarsi in un’altra East India Company, la Compagnia Britannica delle Indie Orientali,  il braccio economico (ma anche politico e militare) del colonialismo britannico al tempo dell’impero. Il più chiaro di tutti è stato il senatore Tahir Mashhadi, presidente della Commissione permanente del Senato pakistano per la pianificazione e lo sviluppo, «Se non verranno protetti gli interessi nazionali, è  in vista un’altra East India Company.  Siamo orgogliosi dell’amicizia tra il Pakistan e la Cina, ma gli interessi dello Stato dovrebbe venire prima».

I documenti di cui è entrato in possesso Dawn dimostrano che questi timori non sono senza fondamento e che la Cina potrebbe realizzare in Pakistan  una enorme operazione di land grabbing senza trovare molta resistenza.  elaborazione. Secondo Ahmed  Pechino vuole comprare le aziende agricole del Pakistan, «Il che significa essenzialmente  che la produzione di cibo e di cotone verrà gestita da parte di imprese cinesi». Il problema è che l’agricoltura pakistana non riesce già oggi a rispondere alla crescente domanda anche per il calo della produzione e che a questo si aggiungono le questioni fondiarie che tormentano il Paese da dopo l’indipendenza.

Nel Punjab e del Sindh l’agricoltura è in mano a grandi proprietari terrieri, ma il vero latifondista  è l’esercito che possiede quasi il 30% delle terre coltivabili in Pakistan. Inoltre, negli ultimi anni diverse ricche e influenti compagnie dei Paesi islamici hanno affittato  centinaia e migliaia di acri nel Punjab e nel Sindh. Nel 2008 l’Abraaj Capital di Dubai ha affittato  800.000 ` barren“ di terre agricole nel Sindh, Punjab e Belucistan. Altre offerte simili son state fatte dall’Investment Group dell’emirato di Sharjah e da Al Qudra Holding  di Abu Dhabi. Nel 2009, l’Arabia Saudita ha negoziato col Pakistan l’affitto di 202.400 ettari di terreni agricoli. Ma Ahmed  è convinto che  siano in corso molte trattative segrete e che molti terreni agricoli produttivi verranno affittati a imprese arabe.

E’ in questo contesto di land grabbing spinto  che irrompono i cinesi con il loro China Pakistan economic corridor, tentando di impossessarsi della produzione agricola pakistana, dai semi al marketing. Infatti, per cominciare, i cinesi propongono di prendere in affitto migliaia di ettari per realizzare “progetti dimostrativi” per la produzione di varietà di sementi e per la tecnologia di irrigazione.

Ahmed  dice che basta dare una rapida scorsa ai documenti pubblicati da Dawn per capire che «L’ambizione cinese è quella di diventare fornitore unico di cibo del Pakistan». Non si sa quanto l’esercito e la sua Fauji Foundation partecipino a quello che viene definito “furto aggravato”. Quel che è certo è che la Fauji Foundation gestisce diverse grosse imprese che producono fertilizzanti, petrolio, energia e che si occupa di molti altri settori economici. E’ quindi lecito pensare che una grossa fetta dell’affare Cpec spetti ai militari, i veri padroni del Pakistan. Dopo tutto – fa notare Ahmed – sono loro ad avere il compito di garantire i cinesi e la Chinese road in  Pakistan».

I cinesi propongono di produrre sementi,  pesticidi, fertilizzanti e fornire credito e investirebbero in nuove tecniche di irrigazione, nella creazione di magazzini e nei collegamenti per commercializzare i prodotti. Non è un segreto o che gran parte di queste operazioni saranno effettuate dalle industrie cinesi, talvolta in collaborazione con le aziende pakistane. Il documento pubblicato da Dawn identifica chiaramente le opportunità per le industrie cinesi di investire in Pakistan, ma non c’è praticamente nessun accenno di come il progetto andrebbe a vantaggio dell’industria pakistana.

Secondo il documento, la Cina si propone di aprire tutte le porte del Pakistan per far entrare gli imprenditori agricoli cinesi  e afferma che potrebbero contare su «straordinari livelli di assistenza offerti dal governo» di Pechino. le imprese  con finanziamenti  provenienti da vari ministeri del governo cinese e dalla China Development Bank. Il piano prevede anche un meccanismo che «aiuterà le imprese agricole cinesi ad entrare  in contatto con i rappresentanti di alto livello del governo del Pakistan e della Cina».

Insomma il governo comunista cinese cercherebbe di mitigare tutti i possibili rischi finanziari a breve e lungo termine per le sue compagnie agricole che decideranno di trasferirsi nel Pakistan islamico che, in cambio, consentirebbe alle imprese cinesi di operare in tutta libertà  e di creare imprese per la trasformazione di frutta, verdura e cereali.

Senza dubbi, queste compagnie cinesi lavorerebbero a stretto contatto con le compagnie della Repubblica popolare che si occupano di logistica per la conservazione e il trasporto dei prodotti. Il principale documento pubblicato da Dawn spiega che  le imprese cinesi creeranno  joint venture, oppure  investiranno in partecipazioni e/o acquisizioni, collaborando con le imprese locali pakistane per costruire un sistema di depositi su tre livelli: acquisto e stoccaggio, di transito e portuali.

«In breve – scrive Ahmed –  si tratta di un amichevole accordo tra il governo e le imprese private cinesi, con una parte dei quattrini che andranno all’esercito del  Pakistan Army,  a una consorteria di industriali e ai  loro amici in politica».

I cinesi dovranno tenere sotto controllo i loro investimenti e lo faranno attraverso un sistema di monitoraggio e sorveglianza.  Peshawar a Karachi sarebbero collegate in rete con un sistema  nazionale in fibra ottica,  La televisione cinese CCTV ` presenta così il progetto: «Registrazioni video 24 ore su 24 nelle  strade e piazze affollate per la legge l’ordine». I cinesi utilizzerebbero questa rete in fibra ottica per trasmettere servizi televisivi e internet in tutto il Pakistan e i pakistano potranno vedersi comodamente le  sit-com cinesi, poco musulmane, ma con i sottotitoli in urdu.

Dawn  conclude: «Il piano prevede una penetrazione profonda e ampia della maggior parte dei settori dell’economia del Pakistan, così come della sua società, da parte delle imprese e della cultura cinese.  Si può chiamare in altro modo che  “colonizzazione?”»