Quando il cibo si fa cultura, e strumento d’integrazione

A Roma il convegno “Attorno al cibo per costruire dialogo, incontro, confronto e pace”, organizzato da Greenaccord Onlus e dall'Arsial

[4 dicembre 2018]

«Il cibo non è soltanto il modo in cui trasformiamo gli ingredienti in ricette da esibire al consumismo. Il cibo è cultura», spiega lo storico dell’alimentazione Università di Tor Vergata, Ernesto Di Renzo. Una  cultura che – se ben valorizzata – rappresenta una leva potente per trovare una via all’inclusione sociale e contro i rigurgiti di intolleranza che stanno incattivendo giorno dopo giorno la nostra società.

Se l’immigrazione è una delle sfide epocali e inevitabili del ventunesimo secolo, la società moderna la sta affrontando sempre più spesso con atteggiamenti di intolleranza verso culture e cittadini stranieri, in maggior parte popolazioni africane e asiatiche. Non è questa l’unica via che siamo obbligati a percorrere. La valorizzazione del cibo come elemento culturale sul quale edificare la convivenza pacifica fra i  popoli è il tema centrale che ha animato la giornata di studio organizzata oggi a Roma dall’associazione di giornalismo ambientale Greenaccord Onlus e dall’Arsial (l’Agenzia regionale per lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura del Lazio), presso l’Aula Magna dell’Università Augustinianum.

«Il cibo rappresenta un elemento che, dalla sua produzione al consumo, può contribuire a vincere le resistenze, ad aprirsi al nuovo e al differente, a sperimentare forme di contaminazione che incuriosiscono e attirano attenzione – ha sottolineato Alfonso Cauteruccio, presidente di Greenaccord (nella foto, ndr) –  Per rilanciare il valore sociale del cibo occorre rivoluzionare gli stili di consumo, ripensare le tecniche di produzione e ricostruire le filiere agricole facendo riscoprire loro i saperi tradizionali, in modo da ridurre l’impatto ambientale e sociale dell’agricoltura e riaffermare la centralità dei piccoli produttori».

Un appello di stringente attualità visto che da poche ore in Polonia si è aperta la Cop24, la Conferenza internazionale Onu sui cambiamenti climatici, che dovrà approvare misure concrete in grado di dare attuazione agli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi tre anni fa. Ma il cibo è occasione di riconoscimento e crescita economica e sociale anche per i migranti. Lo conferma Pier Paolo Venezia, responsabile di Slow Food Roma: «I migranti esistono e spesso sono costretti a vivere in condizioni indegne. Per questo motivo abbiamo lanciato con i ragazzi del Baobab di Roma il progetto delle Tavole Solidali, ovvero serate di convivenza mirate all’inclusione e all’integrazione, durante le quali il cibo non è più solo uno strumento per sfamare i bisognosi ma un’esperienza di solidarietà che serve a riportare quel calore umano intorno al cibo che sempre più viene meno nella nostra società».

Il cibo come strumento d’integrazione, dunque, assai utile da esplorare per valorizzare i più fragili. È il caso (anche) delle persone diversamente abili: un obiettivo che si può raggiungere con percorsi lavorativi nel settore agricolo, come dimostra la storia di Agricoltura Capodarco, testimoniata dal presidente Salvatore Stingo. «Il nostro progetto ha portato avanti l’idea di fratellanza, accoglienza e emancipazione per tutti attraverso una realizzazione pratica come quella legata alla riconciliazione con la natura, il mondo agricolo e il cibo. L’agricoltura è un mezzo sociale eccezionale che può produrre benessere, integrazione, opportunità per tante persone diversamente abili alle quali abbiamo dato un riconoscimento importante con gesti semplici e comprensibili a tutti».