Ridistribuire le coltivazioni potrebbe fornire cibo ad altri 825 milioni di persone e ridurre lo stress idrico

Studio “italiano” sule 14 colture alimentari più importanti del mondo

[8 novembre 2017]

«Ridisegnare la mappa globale della distribuzione delle colture sui terreni agricoli esistenti potrebbe aiutare a soddisfare la crescente domanda di alimenti e biocarburanti nei prossimi decenni, riducendo significativamente lo stress idrico nelle aree agricole». A dirlo e il nuovo  studio “Increased food production and reduced water use through optimized crop distribution” pubbicato su Nature Geoscience

Da Maria Cristina Rulli e Antonio Seveso del Dipartimento ingegneria civile e ambientale del Politecnico di Milano e da Kyle Frankel Davis (università della Virginia, The Earth Institute della Columbia University e The Nature Conservancy) e Paolo D’Odorico (università della Virgina e Università della California – Berkeley).

Secondo Davis, il leader del team di ricerca, «I risultati dimostrano che ci sono molti posti in cui ci sono inefficienze nell’uso dell’acqua e nella produzione di sostanze nutritive. Queste inefficienze potrebbero essere risolte sostituendole con colture che hanno una maggiore qualità nutrizionale e abbassano l’impatto ambientale».

Si prevede che nei prossimi decenni la domanda di prodotti agricoli aumenterà fortemente a causa  della crescita della popolazione, di diete più ricche e del consumo di biocarburanti. Intanto, a causa dei cambiamenti climatici peggiorerà  lo stress idrico  e i grandi acquiferi globali si eusariranno rapidamente, Nel tentativo di affrontare queste sfide gemelle, gli autori dello studio hanno esaminato i modelli di utilizzo dell’acqua e dei raccolti e hanno prodotto mappe per le 14 colture alimentari più importanti. Il tram italo-statunitense si è particolarmente concentrato nell’identificare le distribuzioni delle colture che hanno bisogno di pioggia e che sono meno produttive in caso di siccità e su come ridurre il consumo di acqua nei sistemi irrigati.

Le 14 specie agricole analizzate costituiscono il 72% di tutti i raccolti del  mondo: soia, mais, miglio, palma da olio, colza, riso, radici, sorgo, soia, barbabietola da zucchero, canna da zucchero, girasoli, tuberi e frumento. Frutta e verdura non sono stati inclusi perché non erano disponibili dati validi sui  loro requisiti idrici.

Le nuove mappe dei  prodotti agricoli proposte produrrebbero  «il 10% in più di calorie e 19% in più proteine –  sufficienti per alimentare altri 825 milioni di persone – riducendo il consumo di acqua piovana del 14% e dell’acqua irrigua del 12%». Miglioramenti che a livello mondiale verrebbero ottenuti aumentando notevolmente la produzione di arachidi, radici, soia, sorgo e tuberi e diminuendo quella di miglio, riso, zucchero e frumento, che consumano più acqua ma hanno minori rese calorie e proteiche per ettaro. «Ma i cambiamenti specifici variano notevolmente per Paese secondo il tipo di utilizzo dell’acqua dovuto alle differenze nel clima locale, delle caratteristiche del suolo e delle rese dei raccolti – dicono i ricercatori -. Ad esempio, il sorgo, i semi di soia, i tuberi e il grano alimentati con la pioggia potrebbero sostituire il miglio, la barbabietola da zucchero e il girasole nella Russia occidentale. Grano, miglio, radici e tuberi irrigui sostituirebbero  riso, sorgo e grano nell’India settentrionale».

Lo studio individua le redistribuzioni delle colture che produrrebbero  sostanziali risparmi energetici e almeno il 20% della domanda di acqua per la produzione agricola in 42 Paesi, molti dei quali già in condizioni di significativo stress idrico, come Australia, India, Messico, Marocco e Sudafrica. Verrebbero anche ottenuti grandi risparmi di acqua in importanti regioni agricole globali  come la Central Valley in California, il Delta del Nilo, l’Australia sudorientale e il bacino Indo-Gange. Invece, in altre importanti  aree agricole, come il Midwest Usa, la scarsità di acqua resterà indipendentemente dalla scelta del tipo di coltivazioni. Per altri 63 Paesi, la maggior parte dei quali sono forti importatori di generi alimentari,  le redistribuzioni delle specie agricole produrrebbero un aumento del 20% in termini di produzione di calorie o proteine, aumentando l’autosufficienza alimentare.

Negli ultimi anni, alcuni ricercatori hanno sostenuto che per soddisfare la crescente richiesta globale di cibo bisogna utilizzare la tecnologia o aumentare l’’utilizzo di acqua e fertilizzanti. Ma i grandi investimenti tecnologici sarebbero fuori dalla portata dei piccoli agricoltori rurali e molti dei metodi di efficienza idrica proposti contro gli stress idrici – come aumentare l’efficienza dell’irrigazione e piantare colture a più alto rendimento – diminuirebbero le proteine ​​animali nelle diete. LO studio fa notare che anche la riduzione al minimo dello spreco alimentare sta affrontando molte difficoltà, comprese le questioni economiche, sanitarie, infrastrutturali e ambientali.

Invece, il modello di distribuzione dei raccolti proposto dal nuovo studio «non richiederebbe investimenti tecnologici massicci. Né si tradurrebbe in una perdita di diversità di colture o di sostanze nutritive del suolo che altrimenti renderebbero l’agricoltura più vulnerabile alla siccità, ai parassiti e ad altri shock – dice  Davis  –  I risultati sono in realtà solo un punto di partenza, non una soluzione definitiva. La ricerca non ha tenuto conto delle potenziali barriere culturali o politiche, dell’offerta e della domanda di mercato, delle preferenze dietetiche o dei modelli di consumo, che dovrebbero essere esaminati in futura ricerca. I risultati possono essere usati come uno dei diversi strumenti per rendere più sostenibili i sistemi alimentari».

Davis sta conducendo uno studio di follow-up in India, dove il riso e il grano sono fortemente sovvenzionati. Lui ei suoi colleghi stanno esaminando l’impatto che in quel programma di sovvenzioni avrebbe la sostituzione con i cereali tradizionali più nutrienti sull’utilizzo dell’acqua e sulla produzione di nutrienti,  quanto questi cereali alternativi dovrebbero costare per essere competitivi  e come i modelli di consumo e le preferenze dietetiche potrebbero influenzare la loro adozione.

Davis conclude: «Se pensiamo agli aspetti economici, sociali e ambientali della sicurezza alimentare in un determinato Paese e lavoriamo a stretto contatto con i decisori locali, possiamo creare soluzioni adeguate alle esigenze e agli obiettivi del popolo di quel Paese. Il prossimo passo per questo progetto è lavorare con collaboratori e policy-maker in Paesi in via di sviluppo popolosi  – come l’India e la Nigeria – per adattare questo tipo di soluzione agli obiettivi e alle esigenze locali. I nostri modelli sembrano buoni, ma ci sono ovviamente molte altre considerazioni, diverse per ogni paese, che concorrono a sviluppare soluzioni politiche per sistemi alimentari più sostenibili».