Fao: cambiamento climatico, fame e povertà devono essere affrontati insieme

Come sfamare 9 miliardi di persone in un mondo rovente

Renzi: la sfida oggi è essenzialmente «una questione politica». Ma in Italia crescono povertà e disuguaglianza

[17 ottobre 2016]

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Il Clima sta cambiando, anche l’alimentazione e l’agricoltura devono cambiare è lo slogan scelto per accompagnare la Giornata mondiale dell’alimentazione 2016, celebrata ieri a Roma dalla Fao sottolineando che, per nutrire una popolazione mondiale che si prevede raggiungerà oltre 9 miliardi di persone per il 2050, l’umanità deve produrre più cibo, ma in modi che sfruttino meno le risorse naturali e che riducano drasticamente perdite e sprechi. Il forte messaggio che viene dalle celebrazioni di quest’anno è dunque che il cambiamento climatico, la fame e la povertà devono essere affrontati insieme, al fine di raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dalla comunità internazionale.

«Temperature più elevate e condizioni meteorologiche irregolari stanno già minando la salute dei suoli, delle foreste e degli oceani dai quali dipende la sicurezza alimentare del mondo», ha dichiarato il direttore generale della Fao, José Graziano da Silva, sottolineando che «come sempre sono i più poveri e affamati quelli che soffrono di più, e la stragrande maggioranza di essi sono piccole famiglie di agricoltori che vivono nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo».

Un problema che ci riguarda però molto da vicino: in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione è stato Papa Francesco a collegare l’impatto del cambiamento climatico sull’agricoltura, sulla pesca e sulle foreste del pianeta alla migrazione di persone provenienti dalle aree rurali dei paesi in via di sviluppo. «I dati più recenti ci dicono che il numero dei “rifugiati climatici” è in crescita – ha dichiarato il Pontefice – Essi andranno a ingrossare le fila degli esclusi e dei dimenticati, che vengono emarginati dalla grande famiglia umana». Parenti che bussano alle porte dell’Italia e dell’Europa, migrando verso i nostri sempre più affollati confini.

Non a caso, secondo i dati diffusi dal Programma alimentare mondiale, oltre l’80% di coloro che soffrono la fame vive in aree soggette a disastri naturali e con degrado ambientale. «Il cambiamento climatico non perde tempo – è il messaggio che arriva dalla direttrice esecutiva del Pam, Ertharin Cousin non possiamo perderlo neanche noi».

Recenti accordi internazionali che sollecitano l’azione, in primis l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e l’Agenda per lo sviluppo sostenibile 2030, riconoscono il ruolo fondamentale che ha l’agricoltura sostenibile per affrontare il cambiamento climatico, la fame e la povertà.

È importante però capire come questo sia un compito che riguardi tutti, non solo i paesi più poveri. Tutte le città, grandi e piccole, possono e devono contribuire a costruire sistemi alimentari futuri resilienti e sostenibili, ha infatti rimarcato il direttore generale della Fao. Le città occupano solo il 3% per cento delle terre emerse del mondo, ma sono la patria di circa 3,5 miliardi di persone, ovvero più di metà dell’umanità. E questi numeri sono in aumento. La rapida urbanizzazione in corso ha messo pressione sui sistemi alimentari e sulle risorse naturali, ed esige soluzioni che rendano le città più inclusive, sicure e resistenti.

Come si muove l’Italia in questo contesto? Nel suo intervento, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha sottolineato che la lotta contro la fame – in un mondo dove la produzione di cibo è già sovrabbondante rispetto al necessario – è essenzialmente «una questione politica con la lettera maiuscola». Renzi ha dunque osservato che l’Europa dovrebbe rifiutare una «cultura dello spreco», e che l’Italia ha recentemente approvato una nuova legge volta a frenare lo spreco di cibo, certamente un passo importante ma parziale, per il quale è ancora presto parlare di risultati concreti.

Il premier – rimarcano dalla Fao – ha poi affermato che la comunità internazionale deve affrontare con urgenza i problemi della disuguaglianza e dell’ingiustizia, e che l’Italia s’impegnerà per garantire che questi temi siano in cima all’agenda internazionale. Purtroppo però, come ricorda il Rapporto 2016 sulla povertà e l’esclusione sociale pubblicato oggi dalla Caritas, è in primis l’Italia a non sapere – o voler – affrontare povertà e disuguaglianze crescenti. Difficile da questo pulpito poter dare lezioni credibili alla comunità internazionale.