Terre del cibo in Tunisia: un paese tra cous cous e fast food

[2 dicembre 2016]

«Ogni volta che in Tunisia si mangia un piatto di cous cous,  solo un quarto è prodotto localmente, i tre quarti  del piatto sono importati. Questo vuol dire vedere la dipendenza nel nostro piatto pur sapendo la Tunisia essere un Paese capace di nutrire la sua popolazione». A parlare è ricercatore e regista Habib Ayeb intervistato da COSPE per “Terre del cibo”. Un ‘analisi che mette a confronto le contraddizioni di un paese di forti tradizioni agricole e grandi risorse e un nuovo modello economico che ha grandi riflessi sulla produzione di cibo e sulla società in generale.

Facendo un breve excursus vediamo che il settore agricolo tunisino ha una storia unica, che parte da lontano: i romani ne hanno fatto il granaio del loro impero e gli arabi vi hanno introdotto nuovi prodotti e tecnologie agricole dando origine alle più evolute scienze agronomiche nella regione. Nel corso dei secoli, l’introduzione di riso, verdure, spezie ed agrumi ha arricchito e diversificato la dieta tunisina, che si è comunque mantenuta fedele alle tradizioni del vicino oriente, con una forte consumazione di cereali, grano, orzo e farro consumati su forma di pane o di zuppa e un importante produzione di miele e olio. Il settore agroittico ha mantenuto nel tempo il primato nell’economia e nell’occupazione tunisina ed i governi che si sono susseguiti hanno esercitato una forte pressione sul sistema agricolo con un modello di gestione centralizzato. Questo sistema è stato ripreso dalla colonizzazione francese, durata dal 1881 fino all’indipendenza, avvenuta nel 1956. I francesi hanno però preferito privilegiare un mercato orientato all’esportazione a discapito dell’autoconsumo e dello sviluppo locale. In questo modo i colonizzatori hanno incoraggiato il settore privato e le grandi monoculture dei cereali, e sfavorito un’agricoltura di piccola scala, provocando conseguentemente dei forti rischi per la biodiversità locale. Tendenza che non si è persa nemmeno dopo l’indipendenza, quando il primo presidente tunisino Habib Bourghib ha imposto dall’alto la modernizzazione dell’agricoltura, compromettendo ulteriormente i benefici dei piccoli agricoltori locali ed incentivando il profitto delle classi al potere.

Un altro problema è l’esodo rurale che ha colpito la Tunisia a partire dalla fine degli anni ’80, e che ha portato ad un cambiamento delle abitudini alimentari della popolazione, che ha iniziato ad orientarsi verso i prodotti industriali a discapito di quelli tradizionali e casalinghi. Il cambiamento nell’alimentazione si nota soprattutto nello sviluppo della cultura del fast-food che porta con sé un’elevata consumazione di carne, di grassi e di zuccheri.

Questo fenomeno sociale si spiega con il tentativo di imitazione degli stili di vita dei popoli occidentali, dimenticando tutte le problematiche legate ad una cattiva alimentazione e della sua industrializzazione.

Inoltre l’attuale sistema agricolo tunisino ha dimostrato la sua fragilità confrontandosi con le dinamiche del mercato globalizzato, ed in particolare con le politiche dell’UE sul libero mercato. A causa di tutte queste problematiche si è registrato un alto rischio di perdita della sovranità alimentare: le famiglie rurali tendono infatti a ridurre le produzione agricola per l’autoconsumo e a concentrarsi solamente sull’esportazione, ritrovandosi a dipendere dalla vendita e dal mercato della grande distribuzione.

L’agricoltura rimane comunque un’importante attività della Tunisia, grazie anche all’abbondanza di risorse idriche e all’estensione delle superfici agricole. Aree che però potrebbero essere rilanciate per uno sviluppo locale, sostenendo l’agroecologia e la pesca locale, promuovendo la costruzione di filiere corte e di qualità per la tutela e la valorizzazione della biodiversità esistente, anche attraverso una migliore articolazione dei mercati del territorio. Attività promosse anche da COSPE, che sostiene la popolazione locale promuovendo progetti che si occupano di agricoltura biologica, turismo rurale, artigianato tradizionale, attività culturali e di sostegno all’associazionismo locale. In particolare con il progetto FAD, avviato nelle località di Tabarka, El Kef, Béja e Siliana, accompagna donne e giovani impiegati nel settore dell’agroalimentare, nella filiera ittica, nell’orticoltura e nella coltivazione di piante officinali con l’obiettivo di migliorare le loro competenze.

 

Per approfondire visita http://terredelcibo.cospe.org/comunita/tunisia/

di Cospe per greenreport.it