In Toscana lo Slow food è geotermico

Reportage. In visita al Podere Paterno (e a Vapori di Birra), capofila della Comunità del cibo a energie rinnovabili. Dove il cibo è buono, pulito e giusto. Con l’energia del sottosuolo

[1 dicembre 2017]

Vivono in Toscana gli agricoltori custodi della Comunità del cibo a energie rinnovabili, grazie a un’intesa tra Slow Food e CoSviG. Nel cuore della Toscana dal cuore caldo, dove da sempre ribolle l’energia geotermica, mille pecore da latte pascolano sui centocinquanta ettari del Podere Paterno, azienda agricola che custodisce una tradizione casearia lunga ormai tre generazioni. Qui l’eccezionalità sta nell’integrazione tra impresa, energia e territorio. «Il calore è molto importante in un caseificio – ci spiega Mario Tanda, alla guida del Podere Paterno – viene impiegato in molte fasi dei nostri processi produttivi. E oggi riusciamo a coprire tutto il nostro fabbisogno termico grazie al vapore geotermico della vicina centrale di Enel Green Power», nel Comune di Monterotondo Marittimo. L’azienda riesce così a risparmiare l’equivalente di oltre 28 mila metri cubi di metano l’anno tagliando del 30% i costi per la fornitura termica, e l’ambiente si risparmia 60 t/anno di CO2. Il guadagno è per tutti.

Un’utopia irripetibile? Non secondo l’ultimo rapporto sui Comuni rinnovabili redatto da Legambiente, dove si contano oltre 21 mila aziende nell’agroalimentare italiano che hanno deciso di investire nelle fonti rinnovabili per produrre cibo non solo gustoso, ma anche carbon free. Un modello di sostenibilità che trova in Toscana un’espressione unica nel suo genere: grazie a un’intesa tra Slow Food Toscana, Fondazione Slow Food per la biodiversità e CoSviG – il Consorzio per lo sviluppo delle aree geotermiche che da anni opera con programmi di sviluppo sostenibile nei territori geotermici e nell’intera regione – è nata nel 2009 l’associazione degli Agricoltori custodi della Comunità del cibo a energie rinnovabili della Toscana (Ccer), la prima al mondo nel suo genere: «Una realtà pioneristica – la descrivono da Legambiente – che mette a sistema due eccellenze squisitamente italiane, il cibo sano e l’energia pulita». Nata da un pugno di aziende agroalimentari locali e presieduta fino al 2015 da Tanda, la Ccer conta oggi 21 aderenti unite da filiera corta, forme di agricoltura sostenibile e recupero di produzioni tradizionali tipiche di alta qualità, ma a rischio scomparsa. Per tutte, tratto caratterizzante è l’impiego di energie rinnovabili in maniera dominante all’interno del proprio processo produttivo. Un ruolo dove spicca l’impiego della geotermia, che in Toscana ha una storia industriale lunga due secoli. Nel 1818 Francesco De Larderel la impiegò per la prima volta per dare impulso all’industria boracifera locale, ma la svolta arrivò nel 1904 quando Piero Ginori Conti riuscì ad accendere cinque lampadine grazie al vapore geotermico: nessuno al mondo era ancora riuscito a impiegare la geotermia per produrre elettricità, e questo primato ha ben fruttato.

Oggi quest’energia rinnovabile accende un terzo di tutte le lampadine toscane – o meglio soddisfa il 30,78% del fabbisogno elettrico regionale – grazie alla presenza di 34 centrali ad alta entalpia, oltre ad alimentare una filiera del calore da 311 GWh. Tutti le centrali sono dotate oggi di impianti Amis (Abbattimento mercurio e idrogeno solforato), un brevetto made in Tuscany che riduce del 95% le emissioni naturali tipiche della geotermia; uno dei pochi casi in cui gli impianti industriali hanno operato una mitigazione ambientale importante, anziché peggiorare le condizioni di partenza, aprendo col passare degli anni anche importanti occasioni di diversificazione economica per il territorio. Le oltre 60 mila presenze turistiche richiamate nell’ultimo anno sui Comuni geotermici toscani (dove i residenti non arrivano a 43 mila) sono uno degli esempi più importanti, l’altro sono le produzioni agroalimentari di qualità che nella Ccer trovano la loro espressione più alta – una realtà in grado di incrociare tutela dell’ambiente e risultati economici positivi. «Nel 2016 abbiamo prodotto 20mila litri di birra, nel 2017 circa 40 mila», spiega Chiara Volpi, che ci accoglie a Vapori di Birra (a Sasso Pisano) con un largo sorriso. Suo padre è un ex dipendente Enel che, una volta in pensione, ha voluto dimostrare come dall’energia geotermica possano fiorire altre attività oltre alla produzione di energia; da quest’idea nasce il primo birrificio in grado di coprire interamente il fabbisogno energetico del proprio ciclo produttivo, dall’ammostamento alla fermentazione, grazie alla geotermia. Anche in questo caso il risparmio in bolletta è del 30%, e per ogni ettolitro di birra sono 5 i kg di CO2 che non vengono emessi in atmosfera rispetto a un impianto tradizionale: una performance che ha fatto pervenire a Vapori di Birra – uno dei più recenti ingressi nella Comunità del cibo a energie rinnovabili – il premio Rinnovabili e cibo di qualità conferitogli nel 2017 da Legambiente. Eppure in Toscana, quasi esclusivamente alle pendici dell’Amiata, non tutti guardano agli impianti geotermici con lo stesso entusiasmo. La loro presenza è ritenuta fonte d’inquinamento e d’ingombro paesaggistico.

Come mai? «Non saprei – riflette Chiara Volpi, che risiede nell’area geotermica tradizionale – si tratta di aree per loro natura geotermiche. Io sono cresciuta qui, per me convivere con la geotermia è naturale. Si tratta di un’energia verde, indigena nel nostro territorio. Per me la geotermia è ancora il futuro». «Quella geotermica è un’energia che sarebbe comunque presente sul territorio – aggiunge Mario Tanda del Podere Paterno – è giusto utilizzarla. Senza, per portare avanti il mio caseificio dovrei bruciare metano o gasolio, sarebbe un controsenso. Niente però è a impatto zero: nel passato quelli delle centrali Enel erano più elevati di oggi, e soprattutto le condizioni erano calate dall’alto. Questo non va bene, gli impianti occupano un territorio e vi si devono relazionare. Oggi vedo più compartecipazione e dialogo».

Su uno stesso territorio possono coesistere produzioni agroalimentari di qualità ed energie pulite, avvantaggiandosi a vicenda, come mostra l’esperienza pluriennale della Comunità del cibo a energie rinnovabili. Alcune frizioni però rimangono, e non possono essere ignorate: è necessario imparare a comunicare oltre una logica di semplice conflitto. «Dobbiamo mostrare che la convivenza è possibile – testimonia Tanda – chi viene in questo territorio vede le centrali, i vapordotti che corrono tra le colline; non si può dire che la geotermia sia a impatto zero. Il nostro però è un caseificio aperto, abbiamo un punto vendita che ci permette di entrare in contatto diretto con clienti e visitatori: quando mostriamo loro la parte positiva di tutto questo, la vivono in modo completamente diverso».

credit photo Fabio Sartori

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