Viaggio in Mali, dove “Terre et Paix” strappa i giovani al jihadismo con l’agroecologia

L’esperienza viva di Silvia Bergamasco, responsabile Cospe per l'Africa occidentale

[3 marzo 2017]

Guetemà è un paese ai confini del mondo: da Niorò du Sahel, cittadina vicinissima alla Mauritania e capoluogo dell’omonima regione dove lavoriamo, ci sono 12 chilometri, ma percorrerli è un’impresa. La strada è appena una pista accennata e il paesaggio è sempre più desertico. Lì avremmo dovuto fare una delle formazioni del progetto “Terre e Paix” con alcuni giovani del luogo. Sembrava impossibile solo che qualcuno potesse vivere così isolato. Invece appena arrivati abbiamo avuto una delle tante sorprese che il Mali riserva a chi ha la voglia o la possibilità di esplorarlo: dietro le mura in terra cruda che si innalzano intorno alle tipiche case, quasi a formare un grande villaggio-cortile, c’erano tanti murales colorati con le sfumature che la terra offre: dall’ocra al rosso passando per una serie infinita di gradazioni.

Un piccolo gioiello costruito solo per gli abitanti. Il Mali è un luogo dove la bellezza è di casa, quasi necessaria ai propri abitanti. È uno scrigno pieno di tante ricchezze (che vanno dall’acqua alla terra fertile, dal cotone all’uranio fino all’incredibile cultura artistica, musicale e architettonica) che gli abitanti ci tengono a tramandare. In questo è molto diverso dai Paesi confinanti, cui è accumunato da una sostanziale povertà della popolazione.

Guetemà ci ha riservato anche un’altra sorpresa: grazie all’animatore del progetto, Thomas, abbiamo scoperto che poco distante dal centro del Paese c’era una fonte d’acqua dove la popolazione locale si è organizzata per coltivare ortaggi. Una lotta contro la natura ostile e la dimostrazione di una capacità organizzativa fuori dal comune. In Mali la società civile, nonostante le grandi problematiche che il Paese sta passando, è infatti molto forte; si parla soprattutto di organizzazioni contadine che lottano per la sovranità alimentare e contro il pesante fenomeno del land grabbing. Il caso più eclatante è quello dell’Office du Niger e delle grandi piantagioni di riso, ma ci sono anche casi di land grabbing legati alle banlieues di Bamako e zone urbane e periurbane dove vivono i nullatenenti, i demunis, che rischiano di perdere anche i luoghi di fortuna dove sono accampati a causa di una crescente speculazione edilizia. Anche in questo caso il movimento “della casa” che li protegge è molto forte e collegato a quelli contadini, che qui sono una potenza.

Non a caso qui, nel villaggio ormai mitico di Nyeleni, è nato il primo Forum internazionale sulla sovranità alimentare nel 2007, un incontro concepito e fortemente voluto dalle associazioni contadine. Non a caso da quell’evento è nata la definizione di “sovranità alimentare”: un momento di svolta che ha dato nuovo impulso a molti movimenti contadini africani e non solo. In una parola qui si è fatta la “storia del cibo”.

Paradossalmente quindi lavorare in Mali su questa componente è più facile che altrove, grazie al centro specializzato in formazione agricola di Nieleny, diretto da un esperto del Cnop (Coordination nationale des organisations paysannes), punto di riferimento per la conservazione dei semi autoctoni. Il lavoro più difficile è intercettare e coinvolgere i giovani: la fascia tra i 18 e i 35 anni, che non è quasi mai target di progetti di sviluppo e di agroecologia. Si pensa che non siano interessati o che siano a rischio migrazione. Arrivare a questi giovani è stato un percorso lungo, fatto dai nostri operatori con le famiglie e le loro realtà di povertà, malnutrizione e propensione verso affari illegali come traffici di armi, uomini e i gruppi jihadisti che promettono loro ricchezza e prestigio. Alla fine abbiamo messo insieme un gruppo di 20 ragazzi e ragazze che per ogni comunità dovrebbero generare un circolo virtuoso senza creare ulteriori conflitti. Per ora il gruppo è entusiasta e il lavoro procede bene. L’idea adesso è quella di costruire una rete che attraversi le zone più povere del Paese e riesca a fare ulteriori passi verso la conversione agroecologica e permetta loro un futuro di pace.

Cospe lavora in Senegal, Niger e Mali con “Terre et Paix” un progetto (www.terredelcibo.cospe.org) che lavora per la coesione sociale e alla prevenzione delle crisi attraverso l’integrazione professionale dei giovani emarginati nelle aree rurali, oltre a promuovere il loro accesso alla terre e l’agroecologia, come strategia di prevenzione dei conflitti e di stabilizzazione della pace.

di Silvia Bergamasco – responsabile Cospe per l’Africa occidentale, per greenreport.it