A Quanto Basta, festival dell’economia ecologica, il contributo di tre economisti per lo sviluppo sostenibile

Ambientalismo pratico: come misurare il progresso e muoversi verso la sostenibilità

Le potenzialità di una riforma fiscale ecologica e del nudge, la spinta gentile

[4 giugno 2013]

«La sostenibilità è associata alla parola ambiente, ma questa stretta interpretazione ambientale è fuorviante. La sostenibilità non riguarda l’ambiente. Riguarda la riproducibilità sociale ed economica. In questo contesto, l’ambiente ha un ruolo fondamentale, perché fornisce tantissimi servizi – i quali solitamente non vengono solitamente considerati». Con le parole di Tommaso Luzzati, economista ecologico dell’università di Pisa, inizia con un taglio più che mai pragmatico l’evento Misurare il progresso, muoversi verso la sostenibilità curato dal nostro quotidiano all’interno del festival Quanto Basta. Si contribuisce così a riportare ordine circa le coordinate entro le quali il dibattito sulla sostenibilità dovrebbe svolgersi per essere propositivo, cosa nient’affatto facile all’interno di certi ambientalismi.

Come avere un’idea ancora più precisa della sostenibilità, e del nostro rapporto con essa? Qui entra in gioco la misurazione, con un ruolo fondamentale: quello di guida politica. Per quest’oggetto «multidimensionale» che è la sostenibilità, che presenta al suo interno «diverse unità di misura e scale», costruire un indicatore composito è una bella sfida. Raccolta con entusiasmo da Luzzati, che durante l’evento presenta i risultati di due suoi studi redatti insieme a Gianluca Gucciardi e freschi di stampa, di matrice nazionale ed europea. Lo studio La sostenibilità delle regioni italiane, nato «nell’ambito dell’associazione Irta Leonardo – precisa Luzzati – utilizza complessivamente 66 indicatori, raggruppati in 10 macrotemi». Nello studio Assessing the relative sustainability of the 27 European Countries. A robustness approach gli indicatori lievitano ancora, arrivando a 76.

Entrambe le elaborazioni sono un ottimo esempio di logica fuzzy, sfumata, che restituisce un quadro molto più complesso di quello che è possibile costruire tramite l’indicatore comunemente utilizzato per misurare il benessere di una popolazione, il Pil. Vediamo anzi che «non c’è perfetta correlazione tra Pil e sostenibilità – sottolinea Luzzati – Ad esempio, per Pil procapite la Regione Toscana sarebbe ottava in classifica, mentre nella nostra è seconda-terza». La collocazione dell’Italia, nell’ambito dell’Ue-27, è invece molto più scoraggiante: il Bel Paese si piazza 16°-18°, coerentemente con una metodologia che mostra i plausibili piazzamenti di ciascuna regione italiana (o stato europeo) rispetto al tema della sostenibilità, combinando in vari modi gli indicatori scelti, e dando così vita ad una distribuzione di probabilità piuttosto che alle rigide classifiche cui siamo abituati.

Ma perché tanto accanimento nell’individuare un indicatore adatto ad inquadrare il poliedrico concetto di sostenibilità? «È importante parlare in modo critico di misurazione del progresso perché così si influenza il modo in cui noi facciamo funzionare la nostra società – spiega l’economista Luciano Canova,  della Enrico Mattei School, prendendo la parola – Il Pil ha dei pro e dei contro, è una misura utile, ma troppo poco per inferire quale sia il benessere sociale di una popolazione. Il benessere è per sua natura multidimensionale, occorre andare oltre al Pil per offrire un adeguato indirizzo politico. L’ambizione finale è quella di andare da una politica al servizio del numero dai numeri al servizio della politica. L’Italia ha recentemente presentato l’indicatore Bes – Benessere equo e sostenibile, elaborato dal’Istat insieme al Cnel».

Potenzialmente, esistono infiniti indicatori che catturino un livello di benessere. Alcuni degli approcci più interessanti hanno deciso di guardare in faccia l’individuo, prima che la collettività, con programmi di misurazione del benessere soggettivo: un approccio che strizza l’occhio al «nudge, una filosofia che fa riferimento ai limiti cognitivi della mente umana, che – spiega ancora Canova – ha una capacità di elaborazione limitata, che è circa il doppio di quella del Commodore 64». Un metodo soft per modificare l’architettura delle scelte, anche in favore della sostenibilità, tramite quelle “spinte gentili” (nudge, appunto) recentemente teorizzate dall’economista comportamentale Richard Thaler e dal giurista Cass Sunstein. «È possibile favorire una cultura del cambiamento preservando la libertà dell’individuo? La possibilità di sfruttare i limiti cognitivi della mente umana per la politica pubblica non è banale per i decisori».

Perché sempre quello è il punto: la possibilità (e la capacità) di saper prendere le decisioni politiche migliori per la sostenibilità. Un tema che riguarda la collettività molto più da vicino di quanto la cronaca dei media sembra suggerirci. «Ci sono forti correlazioni tra la crisi economica e crisi ambientale – tiene a precisare immediatamente Massimiliano Mazzanti, economista ambientale dell’università di Ferrara e membro del centro interuniversitario Seeds – La mia esposizione è molto politica, parla di tasse: uno dei tasselli che dovrebbe essere alla base di una politica per la sostenibilità: anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha detto che il peso del fisco deve andare dal lavoro alle cose (tra cui gli immobili). Una riforma fiscale che spinga per tasse ecologiche muoverebbe in tal senso».

«Visco ha detto che l’Italia ha perso 25 anni, è rimasta indietro. In effetti – continua Mazzanti – secondo l’Eurostat ancora nel 1996 il nostro era il primo paese europeo in quanto a performance d’intensità energetica. Nel 2001, quando per l’Italia entra in crisi di produttività (perché è infatti da più di 10 anni che continua questa crisi), il peggiorare dei dati ambientali ricorda molto da vicino l’andamento di quelli economici», a maggiore riprova del collegamento tra le diverse dimensioni in cui si articola la crisi dell’Italia. Eppure potremmo far molto, da subito, e non solo agendo livello nazionale. «Come esistono competenze regionali su acqua, suolo, rifiuti, esiste lo spazio per introdurre anche partendo dal livello regionale delle tasse ecologiche (il cui gettito, volendo, potrebbe anche essere impiegato per ridurre l’Irap), per generare un gettito sostanziale e punire i comportamenti inquinanti. Benissimo dunque volersi muovere a livello nazionale, ad esempio per quanto riguarda la carbon tax, ma molto è possibile fare a livello regionale. Ancora – continua Mazzanti –, vogliamo ridurre l’Iva? Introduciamo una Carbon tax. Per l’Agenzia europea dell’ambiente il gettito italiano stimato (nel 2011) sarebbe di 35 miliardi di euro. Si pensa comunemente che le tasse ambientali siano alte, pensando a quelle sull’energia, che però tecnicamente non sono affatto legate a specifiche finalità ambientali. In realtà, in Italia sono praticamente a zero, gli spazi per introdurle ci sono».

Come esistono spazi per il dibattito approfondito di questi temi. O almeno esisterebbero, se il modus operandi più comune sia ancora quello che si è materializzato proprio nella sala conferenze del festival Quanto Basta, con comitati “ambientalisti” che – occupandola – hanno messo in piedi un dibattito tra sordi, lasciando in malo modo la sala una volta terminato il comizio. Come giustamente osservato dall’assessore all’Ambiente della Provincia di Livorno, Nicola Nista, presente a moderare l’evento del festival, «dispiace che tanti cittadini in piena leggitimità abbiano voluto far valere le proprie ragioni per poi andarsene: se si fossero trattenuti sarebbe stato utile per il confronto anche con noi istituzioni» e, aggiungiamo noi, con le idee propositive messe sul tavolo dagli economisti intervenuti. Finché, anche all’interno della cultura ambientalista, si preferirà scegliere la via della rimozione soltanto psicologica dei problemi legati all’ambiente e ancor più al nostro modello di sviluppo da cambiare, a rimetterci sarà proprio quella sostenibilità che tutti, a parole, dicono di voler promuovere.