Abruzzo: l’esercito per fronteggiare i cinghiali. Ancora Paralipomeni alla Batracomiomachia?

[14 luglio 2017]

Il governatore della Regione Abruzzo, nel corso di un magniloquente evento pubblico su tematiche diverse e più generali – cui ha partecipato lo scrivente –, ha annunciato il ricorso all’impiego dell’esercito per risolvere la cosiddetta “emergenza cinghiali”. Diciamola tutta: che un presidente di Regione, sospinto dall’impeto istituzionale e mediatico di un problema di non marginale rilevanza – e ovviamente non conoscendo i termini ecologico-ambientali e giuridici del problema – dichiari di voler dispiegare la forza totale dell’esercito per porvi rimedio ci sta pure. È icastico, mediatico, demagogico.

Ma non ci sta la sintesi, e quindi la confessoria dichiarazione della totale incapacità e incompetenza dei suoi diversi uffici regionali e delle articolazioni periferiche dello Stato ad affrontare, sul territorio regionale, quantomeno con i rimedi da breve termine, la questione.

Eppure basterebbe poco. Magari e soprattutto “copiando” presso gli altri paesi che sanno fare gestione faunistica ed agro-forestale da qualche centinaio d’anni… in ogni caso, occorre innanzitutto prendere atto della generale, complessa e radicale trasformazione del paesaggio rurale, con l’estesa espansione di aree a copertura arborea o comunque di incolti e macchie, prediletti dalla specie; ciò, a ridosso dei centri urbani, delle aree coltivate e delle arterie viarie, determina sillogisticamente le diverse situazioni di difficile compatibilità.

Dunque occorre considerare che la gestione venatoria non è l’unica strada percorribile e forse nemmeno la prima, ma senz’altro quella adesso sotto i riflettori.

Ma si deve anche ammettere, una volta per tutte, che buona parte dei guasti sino ad oggi manifestatisi appartengono all’insipiente, incapace e corrotta gestione venatoria (attuata, sino ad oggi, per interessi assolutamente non compatibili né con le esigenze della conservazione della fauna selvatica e né con le economie agro-forestali).

Quindi si devono riscrivere le regole giuridiche “tutte” (dalla l. 157/1992 all’ultimo dei regolamenti o piani regionali) unicamente in funzione della dimensione sostenibile e quali-quantitativa del prelievo venatorio del cinghiale (e non solo), calata su aree omogenee a differente finalità gestionale.

E, per conseguenza, si devono demolire tutte le istituzioni e i luoghi di potere delle note lobby che impediscono l’attuazione di siffatto sistema di gestione, fra cui spiccano in primis gli Atc che, lottizzati da consorterie, fratellanze, connivenze e quant’altro, impegnati nei cospicui ed economicamente rimarchevoli lanci di selvaggina, difficilmente avranno l’indipendenza e la competenza già solo per attuare gli obblighi gestionali previsti dalla (pur pessima) legge quadro sulla caccia ma mai attuati.

Si deve, infine, anche riconoscere che la fauna selvatica, per il progressivo abbandono delle attività agro-silvo-pastorali tradizionali (a volte, in passato, anche eccessive quanto a sfruttamento del territorio: si pensi solo agli immani disboscamenti degli Appennini risalenti a secoli orsono) è ormai regolarmente alle porte della città e frequentemente anche dentro, come non si era mai visto in precedenza. Ciò impone di ri-tarare la logica di approccio alla stessa e quindi di modificare le risposte, ma non soltanto in senso difensivo e repressivo.

Si ode solo parlare di abbattimenti e piani di controllo, ma giammai, come si usa in altri paesi evidentemente più esperti e civili, di tutela della sicurezza della circolazione stradale mediante recinzioni e sovrappassi/sottopassi, nemmeno di interventi sul paesaggio rurale.

La soluzione finale sarà, invece, quella di rimettere la questione al Consiglio Supremo di Difesa?