Il ministro dell’Ambiente Orlando: «Va difesa una delle specie simbolo del Mediterraneo»

Addio tartarughe marine: «Nel Mediterraneo ogni anno muoiono 10.000 esemplari» [PHOTOGALLERY]

Le principali minacce: catture accidentali, traffico nautico, inquinamento e scomparsa dei siti di nidificazione

[1 agosto 2013]

Il Centro turistico studentesco (Cts,) che da oltre 20 anni è impegnato nella tutela delle tartarughe marine, lancia un preoccupante allarme: «Stanno scomparendo dai nostri mari».

Il monito del Cts arriva a pochi giorni dal  Tarta Day  del 4 agosto,  la giornata nazionale dedicata alla tartaruga marina. Un’iniziativa a cui hanno aderito numerosi Centri di recupero italiani per denunciare l’emergenza tartarughe marine. «Si tratta di animali protetti a livello internazionale da una serie di Direttive e inseriti nella lista rossa della Iucn (Unione mondiale per la conservazione della natura) – spiega il Cts –  ma che nonostante questo rischiano di scomparire dai nostri mari a causa di una serie di minacce».

Il ministro dell’ambiente, Andrea Orlando, ha detto che «L’iniziativa del Cts contribuisce a difendere una specie fra le più preziose del Mediterraneo. Anche il ministero è impegnato insieme con il Cts in difesa degli animali che sono i simboli del nostri mari. Ricordo per esempio i programmi a difesa della foca monaca, tornata alle isole Egadi, o il Santuario dei cetacei istituito con Francia e Montecarlo», un santuario, va detto, che rimane però ancora sulla carta e nelle buone intenzioni che nelle azioni di tutela concrete.

Secondo il Cts, «Catture accidentali,inquinamento, traffico nautico e scomparsa dei siti di nidificazione sono le minacce principali che riguardano nel Mediterraneo le tartarughe marine e in particolare la Caretta caretta la specie più diffusa nei nostri mari. I dati presentati dal Cts dicono che «L’impatto della pesca sulla tartaruga marina è dovuto principalmente a 7 dei 21 Paesi mediterranei, responsabili per l’83% del totale delle catture accidentali (bycatch): la flotta italiana è responsabile del 18% ed è perciò quella che incide maggiormente». Le catture accidentali che si verificano durante le attività di pesca professionale sono il principale pericolo per questa specie. SI pensi che alcuni studiosi stimano che all’anno oltre 130.000 catture possano avere luogo nel Mediterraneo da palangari pelagici (ca.57000) e demersali (ca.13000), reti a strascico (ca.40000) e da posta (ca.23000), con oltre 50000 possibili casi di decesso; le statistiche ufficiali non comprendono però tutte le navi da pesca esistenti e sottostimano il numero di piccole imbarcazioni; dunque, una stima più realistica potrebbe essere di ca.200 mila catture e di 100 mila decessi».

Dal 1980 la pesca con i palangari è  quella che ha un impatto maggiore sulla popolazione di tartarughe marine nel Mediterraneo. Il Canale di Sicilia, il Mar Ionio e l’Adriatico meridionale sono aree dove in estate viene praticato molto questo tipo di pesca, con incremento dei bycatch di tartarughe che inghiottono l’amo nutrendosi delle esche.

La seconda pesca ad avere più impatto sui rettili marini e quella a strascico, incide soprattutto sulle tartarughe che preferiscono acque poco profonde, meno di 50 m, dove si alimentano. Il cts spiega che «Il rischio maggiore per le tartarughe catturate dalle reti a strascico deriva, oltre che da danni fisici per l’impatto con le parti dell’attrezzo, dal tempo di permanenza sott’acqua: il rischio di annegamento degli animali, anche se capaci di prolungate apnee, in condizioni di stress e limitazione di movimento risulta elevatissimo».

Anche le reti da posta e i tramagli determinano un’elevata mortalità diretta, dal 50 al 100%, delle tartarughe che restano impigliate  mangiando i pesci.

Proprio per ridurre la mortalità da catture accidentali la Commissione europea ha recentemente finanziato con Life Natura  il progetto “Tartalife” che coinvolge Cts, Cn Ismar, il Consorzio Unimar, che riunisce le associazioni nazionali di pesca professionale, Legambiente e numerosi parchi e aree marine protette. Tartalife «Nasce con l’obiettivo di individuare e ridurre attraverso sistemi innovativi la mortalità delle tartarughe marine nelle attività di pesca professionale».

L’altro grande viene dal traffico nautico, con collisioni tra tartarughe e barche che quasi sempre si risolvono con la morte dell’animale. Ma le tartarughe devono fare i conti anche con il 20% del trasporto petrolifero mondiale d che attraversa il Mediterraneo, con  360 milioni di tonnellate all’anno di greggio e derivati che, secondo l’insospettabile Unione petrolifera scaricherebbero ogni anno nel Mare Nostrum  circa 1 milione di tonnellate di idrocarburi.

Inoltre questi rettili che vengono dalla profondità dei tempi e degli oceani trovano il loro habitat costiero occupato da decine di milioni di esseri umani che hanno costruito sulle coste del Mediterraneo più di 600 città, innumerevoli turistici e commerciali. «Tutto ciò da un lato aumenta l’inquinamento (sempre più spesso si rinvengono tartarughe che hanno ingerito sacchetti di plastica scambiati per meduse) – evidenzia il Cts – e dall’altro riduce notevolmente i siti idonei alla nidificazione di questi animali che per deporre le loro uova hanno bisogno di spiagge spaziose e soprattutto tranquille. In Italia si registrano ogni anno mediamente 3-5 nidificazioni che si concentrano nelle Isole Pelagie (Linosa e Lampedusa) e lungo la costa ionica della Provincia di Reggio Calabria. A tutto questo, come se non bastasse, si è aggiunto recentemente un altro pericolo: le fiamme. Infatti un incendio doloso ha distrutto recentemente il Centro recupero tartarughe marine Cts di Linosa che evidentemente infastidiva chi vedeva nella presenza delle tartarughe marine un ostacolo allo sviluppo di altre attività che poco hanno a che vedere con la tutela della natura. Il Centro, grazie all’aiuto dei cittadini e delle istituzione, è tornato comunque già operativo e la struttura è stata restituita alle tartarughe marine e agli abitanti dell’isola per i quali è stata sempre motivo di orgoglio».

Stefano Di Marco, vicepresidente nazionale del Cts, conclude: «La situazione delle tartarughe marine  nel Mediterraneo è allarmante e preoccupante. Sono anni che la nostra associazione è impegnata su questo fronte e anche se qualcosa è stato fatto, tanto altro resta ancora da fare. l nostro appello è rivolto principalmente alle istituzioni, in primis alle Regioni e al ministero dell’ambiente al quale chiediamo di sostenere le attività dei numerosi Centri di recupero tartarughe marine che operano lungo le coste italiane intervenendo con personale specializzato per soccorrere animali in difficoltà che dopo cure veterinarie, che in molti casi possono durare mesi, vengono restituite al mare. Un lavoro prezioso, costante e oneroso che nella maggior parte dei casi ricade sulle spalle delle associazioni che gestiscono questi “mini ospedali” che ogni anno permettono di salvare centinaia di tartarughe marine. Tutto questo grazie anche all’importante aiuto che arriva dai pescatori e dai cittadini che sono stati sensibilizzati alla conservazione delle tartarughe e tutela della biodiversità marina. Ci auguriamo che il nostro appello venga raccolto e si traduca presto in un sostegno concreto».