Agire ora, o il cambiamento climatico farà sparire 700 specie di mammiferi e uccelli

Studio italiano: i politici ignorano i possibili impatti del riscaldamento globale

[14 febbraio 2017]

Lo studio “Species’ traits influenced their response to recent climate change”, pubblicato su  Nature Climate Change da un team di ricercatori che comprende gli italiani Michela Pacifici, Piero Visconti, Stuart Francesca Cassola e Carlo Rondinini, il britannico Stuart Butchart e l’australiano James Watson, lancia un nuovo pressante allarme sugli effetti dei cambiamenti climatici sui mammiferi e gli uccelli e si propone di individuare le relazioni tra la loro risposta ai cambiamenti climatici e una serie di caratteristiche intrinseche e fattori spaziali.

Gli scienziati italiani e i loro colleghi hanno analizzato 70 studi che riguardano 120 specie di mammiferi e 66 studi relativi a 569 specie di uccelli, che analizzano le risposte di queste specie ai cambiamenti climatici negli ultimi decenni.

Il team di ricercatori  ha scoperto le prove di risposte negative ai recenti cambiamenti climatici da parte di quasi 700 specie, ma dicono che solo il 7% dei mammiferi e il 4% degli uccelli che hanno mostrato una risposta negativa sono inseriti nella Lista Rossa Iucn elle specie minacciate di estinzione per il cambiamento climatico.

Secondo il team italo-britannico-australiano, i mammiferi più a rischio per cambiamenti climatici non sono fossori (cioè non vivono sotto terra) e vivono in areali con una bassa stagionalità delle precipitazioni. Per quanto riguarda gli uccelli, il cambiamento climatico sembra avere un maggiore impatto su quelli che si riproducono e nidificano ad alta quota e che hanno bassa temperature stagionali all’interno delle loro areale. Inoltre, le grandi variazioni delle temperatura registrate negli ultimi decenni hanno influenzato negativamente molti mammiferi e uccelli.

Il Global Mammal Assessment Program, al quale lavorano sia la Pacifici che Rondinini  dell’università La Sapienza di Roma, spiega che  «E’ probabile che almeno una popolazione del 47% dei mammiferi minacciati e del 23% degli uccelli minacciate  abbia già risposto negativamente ai cambiamenti climatici».

La Pacifici, principale autrice dello studio, evidenzia che «Ciò implica che, in presenza di condizioni ambientali avverse, le popolazioni di queste specie hanno un’alta probabilità di essere influenzate  negativamente anche dai futuri cambiamenti climatici».

L’elenco delle specie molto note che probabile sono già state influenzate negativamente dai cambiamenti climatici, tra i mammiferi comprende: il leopardo delle nevi, il ghepardo, l’Orango del Borneo,  gi elefanti africani e asiatici, i gorilla occidentali e orientali, i rinoceronti neri e di Giava, Sumatra e rinoceronti neri tra i mammiferi; mentre tra gli uccelli il cambiamento climatico ha già colpito duramente il  pinguino crestato del Fiordland, l’aquila imperiale spagnola  e l’edredone di Steller.

Partendo da queste specie per le quali sono noti i rischi climatici, gli autori dello studio forniscono la prima quantificazione del numero di taxa che possono essere già influenzati del riscaldamento globale e una valutazione sulla vulnerabilità basata sui tratti distintivi delle diverse specie. Al Global Mammal Assessment Program de La Sapienza dicono che «I  risultati di questo lavoro suggeriscono che l’impatto del cambiamento climatico sui mammiferi e gli uccelli nel recente passato è attualmente fortemente sottovalutato e questo può avere importanti implicazioni sia per la comunità scientifica e che per i forum politici intergovernativi».

Secondo Rondinini, «Si stanno accumulando solide prove che il cambiamento climatico abbia già colpito alcune specie, ma non altre. Sulla base di queste evidenze, identifichiamo i tratti che possono aiutare le specie a far fronte al cambiamento, o destinarle al declino e a metterle in pericolo. La nostra conclusione è che, nel prossimo futuro, molte più specie non ancora colpite possono essere minacciati dai cambiamenti climatici».

Intervistato da The Guardian, Watson dell’università del Queensland e della Wildlife conservation society, ha spiegato che «Molti esperti hanno fatto valutazioni climatiche sbagliate, molto sbagliate in alcuni casi. La maggior parte dei ricercatori tendeva a valutare l’impatto dei cambiamenti climatici su una specie o di un ecosistema, e spesso guardando in avanti di 50 o 100 anni, ignorando il fatto che il clima è già alterato. Penso che  come la comunità scientifica ha comunicato il problema sia un problema reale, perché le persone etichettano questa come una minaccia futura. Quando si mettono insieme le prove, l’impatto sulle specie è veramente già drammatico».

Alcune specie, come gli elefanti e i primati, sono più vulnerabili di altre a causa della loro scarsa capacità di adattarsi alle  condizioni mutevoli e per il loro basso tasso di natalità. Mentre i roditori, che vivono spesso sotto terra ed hanno tassi riproduttivi alti, sono meno in pericolo.

A essere più colpite sembrano le specie di mammiferi con diete “speciali”. SE gli uccelli che vivono sulle montagne sembrano patire di più i cambiamenti climatici, quelli delle foreste tropicali e subtropicali sono minacciati dal degrado dell’habitat e devono affrontare – così come i mammiferi –  ulteriori sfide derivanti dal cambiamento climatico.

Watson  evidenzia che «Molte valutazioni delle specie elencate nella Lista Rossa hanno presunto che la caccia, la deforestazione e la perdita di habitat comportino un rischio maggiore e più immediato rispetto ai cambiamenti climatici. Ma molte valutazioni del rischio sono semplicemente cieche di fronte al fatto che il cambiamento climatico sta avvenendo ora. Se si legge un articolo scientifico sul cambiamento climatico e le specie, sembra sempre che le cose andranno peggio in futuro, non che stia accadendo ora».

Per anfibi, rettili, pesci e piante, molto meno studiati di mammiferi e uccelli, la situazione potrebbe essere ancora peggio.  Watson  dice che «E’ necessario che i governi agiscano urgentemente per ridurre l’impatto del cambiamento climatico, rallentando il suo progresso, riducendo drasticamente le emissioni e rafforzando la resilienza delle specie e degli ecosistemi. Dobbiamo dare natura una possibilità di combattere, il che significa che dobbiamo garantire che i sistemi siano sani e  funzionanti. Non possiamo permetterci il degrado e la frammentazione degli ecosistemi e dobbiamo gestire le specie invasive. I politici non possono semplicemente rimandare. Devono rendersi conto che ogni decisione che prendono ora avrà un probabile impatto sulle specie e che, non agendo,  consentendo che continui lo status quo, perderemo la capacità della natura di adattarsi rapidamente in futuro».

Secondo i ricercatori lo “standard globale” della Lista Rossa non basta a risolver il gigantesco problema della perdita della biodiversità accelerata dal cambiamento climatico: «Dobbiamo andare oltre il documentare una crisi – conclude Watson – Questo studio dimostra che dobbiamo agire».