Alle foche piace l’eolico offshore

[22 luglio 2014]

Nel mondo specie provenienti da tutti i livelli trofici si sono adattate ad occupare nicchie ecologiche in ambienti fortemente modificati dall’uomo. In mare le infrastrutture oceaniche costituiscono barriere artificiali che spesso hanno come risultato incrementi localizzati della densità di pesci re crostacei. Con lo studio “Marine mammals trace anthropogenic structures at sea”, pubblicato su Current Biology, un team di ricercatori, britannici, olandesi e statunitensi analizza i comportamenti e gli adattamenti di predatori marini all’apice della catena alimentare, in questo caso foche, per sfruttare queste risorse potenziali, diffuse quanto sconosciute.   «Utilizzando dati GPS ad alta risoluzione abbiamo dimostrato come le infrastrutture, comprese le turbine eoliche e le pipelines, modellino i movimenti degli individui di due specie di foca (Phoca vitulina e Halichoerus grypus ). Utilizzando modelli state-space, si deduce che questi animali utilizzano strutture per il foraggiamento. Evidenziamo le conseguenze ecologiche di tale comportamento, in un momento di evoluzione senza precedenti nelle infrastrutture marine».

Fino ad ora l’utilizzo di strutture antropiche in mare da parte di predatori era limitata e basata su dati delle presenze non individualizzate di studi acustici o visivi incentrati su singole strutture o complessi. «Per capire il problema – spiegano i ricercatori – abbiamo bisogno di dati ad alta risoluzione su circolazione a scala fine e modelli di attività dei singoli animali in relazione sia ad un punto (ad esempio turbine eoliche) che a strutture lineari (ad esempio tubazioni)». Questi dati sono ora disponibili attraverso dispositivi GPS per la  localizzazione degli animali (GPS/GSM tags, Sea Mammal Research Unit). I tag sono stati applicati su foche comuni (Phoca vitulina) e grigie (Halichoerus grypus)  sulle coste inglesi e olandesi del Mare del Nord, entrambe le specie si alternano viaggi di foraggiamento in mare, che durano da pochi giorni a un mese, con visite e permanenze a terra.

I ricercatori hanno registrato 11 foche all’interno di due parchi eolici attivi: Alpha Ventus, in Germania e Sheringham Shoal, nel sud-est della Gran Bretagna. Delle foche olandesi, 4 dei 96 individui taggati  nel 2010 e 2011 (durata del tag da 25 e 161 giorni, frequentano Alpha Ventus (costruito nel 2009 e operativo dal 2010) e due di questi hanno mostrato movimenti sorprendenti, concentrando la loro attività solo su alcune pale eoliche offshore. Nel 2012, mentre alcune turbine erano operativi, 7 dei 22 esemplari marcati nel sud-est dell’Inghilterra sono arrivati allo  Sheringham Shoal (in costruzione nel 2010-2012); uno di loro lo ha fatto in tutti i 13 viaggi e ha mostrato schemi di movimento simile a quelli delle foche olandesi, con preferenze per pale eoliche ben determinate

Gli spostamenti sia delle foche grigie che di quelle comuni hanno mostrato associazioni con le condotte sottomarine. Il team di ricerca sottolinea che «Nel 2008, delle 10 foche grigie e 6 comuni  taggate nel sud-est della Scozia, una per ogni specie era associata con i gasdotti. Delle 138 foche taggate  nel nord-est dell’Olanda (2009-2011), due sono state a rilevate su un tratto di pipeline sia mentre la seguivano lungo viaggi multipli per un massimo di dieci giorni alla volta. Inoltre, anche 2 delle 22 foche taggate altrove nei Paesi Bassi sono state registrate mentre seguivano le i condotte».

Tutti dati che suggeriscono che alcune foche utilizzano queste infrastrutture antropiche per cacciare e per spostarsi e che quindi «Gli ali potrebbero effettivamente individuare queste strutture». L’attività di foraggiamento pare particolarmente interessare i parchi eolici offshore.

«La constatazione che una quota di foche regolano  il loro comportamento per utilizzare strutture antropiche solleva domande riguardo gli attributi di questi individui ed alle conseguenze ecologiche di tale comportamento – dicono i ricercatori –  Gli individui che utilizzano strutture spesso lo fanno così ripetutamente da suggerire che, almeno per loro, rappresenta un comportamento alimentare di successo. Anche se non è chiaro quante condotte siano visibili sul fondo del mare e quindi il numero di individui che possono incontrarle, una proporzione relativamente piccola di individui che si incontrano nei parchi eolici le utilizzano. Gli individui che esibiscono questo comportamento includono entrambi i sessi e le diverse età (giovani e adulti)». Inoltre, le foche che frequentano i parchi eolici si foraggiano anche altrove durante i loro spostamenti «È pertanto improbabile – fanno notare gli scienziati – che quelli che utilizzano le strutture rappresentino un sottoinsieme di bassa qualità della popolazione che non è in grado di foraggiarsi  successo altrove, o animali dominanti che sono in grado di escludere gli altri. Ipotizziamo che la spiegazione più probabile sia la variazione individuale nella plasticità comportamentale e quindi nella tendenza a sfruttare nuovi habitat». I parchi eolici presi in considerazione dallo studio sono recenti e quindi la prevalenza di questo comportamento tra le foche potrebbe aumentare con il tempo, soprattutto se le barriere artificiali non sono ancora completamente definite. Quindi l’abitudine di frequentare i campi eolici offshore potrebbe diffondersi tra un gran numero di individui, visto che la popolazione di foche comuni nel Mare del Nord è stimata in 55.000 esemplari equella di foche grigie in 65.000 solo sulla costa britannica del Mare del Nord.

Una delle ricercatrici che ha partecipato, Deborah Russel dell’università britannica di St Andrews, ha detto a Bbc Nature: «Per quanto ne sappiamo questo è il primo studio che ha dimostrato che i mammiferi marini s alimentano nei parchi eolici». La Russel spiega anche che un certo numero di questi mammiferi marini si sposta all’interno dei campi eolici secondo un modello “reticolare”, con linee rette tra le basi delle pale: «L’animale si sposta sostanzialmente da una turbina eolica all’altra, quasi come se le stesse controllando, “OK c’è qualche opportunità di foraggiamento a questa turbina?” E poi vi rimane per un tempo abbastanza lungo, probabilmente se ci sono opportunità di foraggiamento». I ricercatori non sanno quali specie le foche mangino in questi nuovi territori di caccia, ma potrebbero essere attratte da pesci come il merluzzo o il merlano che a loro volta si nutrono di invertebrati che vivono sulle scogliere sommerse.

Secondo la Russell «Naturalmente ci sono alcuni problemi nell’avere questi animali più vicini alle attività antropiche, perché nell’area ci sono le navi di manutenzione, c’è un qualche rumore delle turbine eoliche, così che potrebbe essere negativo. Ma d’altra parte c’è ovviamente molto successo in termini di foraggiamento per questi individui, perché stanno scegliendo di tornare di volta in volta a queste scogliere di origine antropica».

L’Ong Marine Conservation Society ha detto che «non è sorprendente che le foche si nutrono intorno parchi eolici offshore perché le strutture sono spesso costruite su banchi di sabbia che sono anche importanti  siti di allevamento dei cuccioli delle foche e siti di alimentazione. Può essere che queste strutture ingegneristiche offrano maggiori opportunità per i predatori come le foche in cerca di cibo, anche se questo non significa necessariamente che le strutture rendano una zona più produttiva, le foche sono presenti in numero significativo nelle aree già studiate».

I ricercatori sono però convinti che «In questo periodo di sviluppo senza precedenti dell’industria delle energie rinnovabili marine, il numero di predatori che si incontrano in tali strutture è destinato ad aumentare. Le conseguenze ecologiche possono dipendere dal fatto che tali barriere costituiscano un aumento o solo una concentrazione di prede (il dibattito “production versus attraction”). Bisogna risolvere questa incertezza per  valutare se le strutture antropiche devono essere progettati e gestiti per ridurre la loro impronta ecologica globale (se concentrano prevalentemente biomasse e agiscono come trappole ecologiche) o per massimizzarne i potenziali benefici ecologici (ad esempio offrendo nuove opportunità di foraggiamento per i  predatori al top)».