Amazzonia, cosa resta da fare contro la deforestazione da soia

L'analisi di Martina Molinu, responsabile del Cospe in Brasile

[10 giugno 2016]

Martina Molinu, responsabile del Cospe in Brasile

L’Amazzonia è la più grande foresta pluviale del pianeta, scrigno di un numero altissimo di risorse naturali. Per proteggere questo immenso patrimonio dal 2006 esiste una moratoria, firmata tra il governo brasiliano e i produttori di soia, per la deforestazione per le nuove piantagioni, che dapprima doveva essere rinnovata ogni anno, col perenne rischio che questa potesse essere interrotta, ora è finalmente permanente. La coltivazione della soia era una delle cause principali dell’abbattimento delle foreste pluviali in Brasile. Grazie all’attuazione di questo regolamento la deforestazione nel paese si è ridotta dell’80% rispetto al livello massimo raggiunto nel 2004.

Bisogna però considerare che lo stop alla deforestazione da solo non basta, perché non sufficiente per garantire l’ecosistema delle foreste del paese: «In primo luogo è fondamentale ridurre l’uso dei pesticidi altamente tossici, che contaminano il suolo, l’acqua e causano perdita di biodiversità locale, ecc – denuncia Martina Molinu, responsabile del Cospe in Brasile – infatti, anche laddove non c’è deforestazione, l’industria della soia, promotrice della crescita economica del Brasile, è una vera e propria piaga per la gestione sostenibile delle risorse naturali e per lo sviluppo dei sistemi di produzione contadini locali».

È quindi importante non solo fermare l’abbattimento degli alberi, ma anche applicare la sostenibilità ambientale nelle pratiche agricole e dell’agro-business, preservando servizi ecosistemici e difendendo i diritti socio-ambientali ed economici delle comunità locali. Il Brasile ha infatti il triste primato di essere il paese che più al mondo usa agrotossici, e i pesticidi sono ampiamente usati nelle coltivazioni della soia.

«In ogni caso – osserva la responsabile Cospe – si tratta di un avanzamento verso l’obiettivo desmatamento zero (deforestazione zero)». Dall’inizio della moratoria nel 2006, la produzione di soia in Amazzonia si è ampliata di un milione di ettari, ma solo lo 0,8% di questo ampliamento è stato su aree di nuova deforestazione (dati Greenpeace, ndr).  Quest’accordo è dunque anche un modo per cominciare a garantire l’accesso al mercato solo alla soia “sostenibile”, prodotta senza deforestazione, lavoro schiavistico o minacce ai territori indigeni.

«Il prossimo passo – conclude Martina –  sarà quello di estendere la moratoria: la sospensione alla deforestazione riguarda oggi solo l’eco-regione dell’Amazzonia e non si applica quindi nel resto del Brasile e specialmente nella savana Cerrado, area che maggiormente soffre l’espansione della monocultura della soia».  La savana di Cerrado infatti, nonostante le sue ricchezze ambientali, non gode delle stesse protezioni dell’Amazzonia, ed è una delle aree meno protette del Brasile: ad oggi i tassi di deforestazione nel Cerrado sono molto più elevati rispetto all’Amazzonia, tant’è che attualmente più del 50% della vegetazione nativa di quest’area è estinta o in via d’estinzione.

di Cospe per greenreport.it