Ambiente e green economy, che fine ha fatto il ruolo delle aree protette?

[14 ottobre 2014]

La commissione Ambiente e la commissione Attività produttive della Camera hanno concluso una indagine conoscitiva sulla green economy. Sono stati consultati numerosi e diversissimi soggetti dai ministeri alla Conferenza dei Presidenti delle Regioni, dall’ANCI agli imprenditori alle Università, dalle associazioni ambientaliste alle associazioni di categoria.

Mentre le polemiche infuriano oltre che sui nuovi disastri sul “Rottama Italia” e i nuovi guai che si profilano l’indagine parlamentare ha se non altro il merito, dopo tanti silenzi, di rimettere in pista problemi e impegni anche comunitari che dovrebbero cambiare segno ad attività economiche che hanno prodotto più danni delle bombe d’acqua. Vedremo meglio tra poco anche cosa continua a mancare (o è confusamente presente) in queste riflessioni e proposte, in una consultazione che ha comunque il merito di ricordarci che non basterà certo qualche pannicello caldo per uscirne seriamente.

Che il cambio di marcia richieda un cambio delle politiche ambientali appare chiaro dal documento conclusivo. Insomma la cementificazione e l’uso e il consumo pazzesco  del suolo, l’inquinamento dell’aria, dell’acqua che sono il derivato di una economia affidata unicamente al mercato e ancor più alla speculazione dovranno lasciare finalmente il posto ad una nuova economia appunto quella green. Dalle politiche agricole ai rifiuti, dal suolo alle fonti energetiche l’ambiente dovrà finalmente giocare quel ruolo che anche alcune importanti leggi gli affidarono ma che sono state aggirate, violate o -come si sta ancora facendo- si tenta di modificare in peggio.

Quello che continua a restare un po’ troppo in ombra anche in queste riflessioni critiche dell’indagine è che nuove politiche ambientali urgono non soltanto per uscire dalla morsa delle politiche dell’ILVA e simili ma perché la gestione del nostro territorio  dal mare ai fiumi, dal paesaggio al suolo agricolo e forestale, dalla montagna alle aree interne, permetta finalmente alle comunità locali come ai turisti di fruire di ambienti belli, sani, ricchi di storia e di cultura.

E qui veniamo anche a quelle singolari assenze che dicevo, e pure a qualche intervento ministeriale stranamente elusivo. Nelle decine di pagine del documento ricorre solo una volta la parola area protetta in riferimento alle nuove politiche agricole comunitarie e nazionali. L’associazione dei parchi – Federparchi – non figura tra i soggetti consultati (mentre al senato la legge sui parchi è finita nel frullatore). Si è parlato giustamente di piani e progetti ma non una parola neppure da parte del ministro Galletti sui piani dei parchi. Quei piani a cui è stato tolto il paesaggio ma non il resto. Molti parchi il piano non ce l’hanno; perché? Il ministero se ne sta occupando? Ho visto che negli ultimi tempi si sono tenuti diversi convegni promossi anche con il ministero dell’ambiente sul tema “il ruolo dei parchi per la green economy”. Il documento conclusivo dell’indagine non ne fa parola come del resto non si è fatto parola che il ministero dell’Ambiente dovrebbe per legge presentare al parlamento una relazione annuale sullo stato dell’ambiente che da anni nessuno ha più visto. Si è  parlato giustamente di biodiversità, di tutela natura ma della Carta della Natura come del piano nazionale sulla biodiversità non  vi è stato alcun cenno, da parte di nessuno.

Alla Sapienza a fine 2013 il ministero dell’Ambiente aveva avviato dopo anni di silenzio una riflessione sul ruolo dei parchi. No sarebbe il caso di riprendere quel discorso? Il 5-6 novembre a Rimini si svolgeranno gli Sati Generali della Green economy con moltissimi e autorevoli relatori ma la musica mi sembra sempre quella rispetto. Speriamo che faccia meglio Federparchi.

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