Premio Città e Aziende sanitarie amiche degli animali: in testa Prato, Terni e Napoli e ASL Napoli 1 Centro, ATS Montagna e ASL di BT

Animali in città 2018: non solo cani e gatti, anche cinghiali

Quadro fortemente disomogeneo e risultati inadeguati: urge una strategia nazionale

[3 ottobre 2018]

Secondo il dossier Animali in città 2018 di Legambiente, presentato oggi a Napoli, «Anche quest’anno, i dati forniti da Comuni e Asl restituiscono un quadro fortemente disomogeneo e, nel complesso, risultati del tutto inadeguati rispetto all’ingente spesa pubblica di 218 milioni di euro annui, dichiarata per la gestione degli animali nelle nostre città. Su scala nazionale, non basta il lavoro messo in campo dagli enti più virtuosi; urge una strategia nazionale coerente con la spesa».

La presentazione del rapporto è stata anche l’occasione per assegnare il premio Città e Aziende sanitarie amiche degli animali, un riconoscimento che arriva dopo sette anni di monitoraggio e che è andato ai Comuni di Prato, Terni e Napoli e tra le aziende sanitarie locali ASL Napoli 1 Centro, ATS Montagna (Agenzia di Tutela della Salute della Montagna – Sondrio) e ASL di BT (Azienda Sanitaria Locale di Barletta-Andria-Trani) «per i risultati raggiunti complessivamente rispetto ai diversi servizi offerti per la gestione degli animali, d’affezione e non, nei centri urbani e presi in considerazione dal rapporto annuale Animali in città».

Infatti, Legambiente spiega che la sua indagine analizza «Analizza i dati forniti dalle amministrazioni comunali e dalle aziende sanitarie locali. Riguarda le aree urbane perché è lì che si è concentrata la crescita di cani e gatti nelle case degli italiani, quadruplicata negli ultimi 20 anni, e dove questa convivenza sempre più stretta ha bisogno di essere pensata e governata in modo nuovo. È un lavoro complesso, che incrocia numerosi parametri e indicatori e restituisce una situazione sul territorio fortemente disomogenea. Anche perché le competenze in materia sono demandate a regioni e comuni e, al netto della legge per la tutela di cani e gatti (la 281 del 1991), non esiste una legge nazionale che regolamenti in modo unitario la convivenza tra uomini e animali nei circa 8.000 comuni italiani».

Ma il direttore generale di Legambiente, Giorgio Zampetti, fa notare che «L’azione dei comuni e delle aziende sanitarie più efficienti è purtroppo una goccia nel mare rispetto a quelle che sono le esigenze nazionali per la gestione di cani e gatti o della fauna selvatica in città, a cominciare dei cinghiali. Di questo argomento, finora, la politica nazionale si è disinteressata, come dimostrano i numeri altissimi del randagismo e dei “canili lager”, specialmente nel Meridione. Questo tema, come quello degli episodi di “incontri ravvicinati e conflittuali” tra cittadini e cinghiali, in moltissime città, deve uscire dalle pagine della cronaca per arrivare a definire strumenti nazionali di gestione del problema, attraverso una puntuale attività parlamentare e in una costante azione di governo».

A risaltare nel rapporto del Cigno Verde sono i 218 milioni di spesa pubblica: 167 milioni dichiarati dalle amministrazioni comunali e 51 milioni dalle aziende sanitarie locali. »Moltissimo rispetto ai risultati raggiunti . dicono gli ambientalisti – e se si considera che hanno fornito risposta solo il 9% dei comuni e il 47% delle aziende sanitarie locali. Sono comunque 27 milioni di euro in meno rispetto all’anno precedente, prevalentemente sottratti alla spesa sanitaria, un calo drastico che non aiuta a risolvere difficoltà ad oggi ancora consistenti.  Il grosso dei costi dichiarati è assorbito dai canili rifugio, strutture indispensabili secondo il modello attuale, ma fallimentari rispetto al benessere animale e alla prevenzione del randagismo.

In particolare, i comuni dichiarano di spendere il 95% del bilancio destinato al settore per la gestione dei canili, circa 159.163.575,00 di euro della spesa stimata per il 2016. Dichiarano di gestire queste strutture in proprio nell’3,2% dei casi, tramite ditte o cooperative con appalto pubblico nel 30,53% dei casi, tramite associazioni in convenzione nel 46,1% dei casi. Solo un quinto dei comuni tuttavia dichiara di sapere quante siano le strutture dedicate agli animali d’affezione. Dai dati forniti risultano 181 canili sanitari, 73 gattili sanitari, 238 canili rifugio, 62 oasi feline, 18.122 o 16.542 colonie feline (in due domande del medesimo questionario le risposte ricevute dalle amministrazioni comunali variano incomprensibilmente), 1.369 aree urbane per cani, 152 pensioni per cani, 169 allevamenti di cani, 201 campi di educazione e addestramento cani».

Secondo il dossier, «Il 66% delle amministrazioni comunali ha dichiarato di aver attivato l’assessorato e/o l’ufficio dedicato al settore. Il 74% delle aziende sanitarie locali ha risposto di avere almeno il canile sanitario e/o l’ufficio di igiene urbana veterinaria (in 5 casi anche l’ospedale veterinario). In queste strutture le amministrazioni comunali dichiarano di impegnare complessivamente 1.324 persone (in media 1,1 unità a città) e le aziende sanitarie locali 525 persone (media 7,9 unità per azienda). La presenza dell’ufficio diritti degli animali aumenta significativamente, circa un 20% in più in un solo anno, così come raddoppia il numero medio di persone impegnate in questi uffici (da 0,6 a 1,1). Una buona notizia».

Legambiente evidenzia che «Teoricamente, dunque, due terzi dei comuni e i tre quarti delle aziende sanitarie locali dovrebbe essere in grado di fornire risposte adeguate, ma non è così. Solo due città (0,2% del campione) – Prato e Terni – totalizzano i punti necessari a raggiungere una performance ottima. Dieci città (lo 0,8% del campione) ottengono una performance buona, 107 città (il 9% del campione) una performance sufficiente. Sono 35 le aziende sanitarie che raggiungono una performance sufficiente (il 53% delle 66 che hanno risposto), 9 le Asl con una performance buona (13,6% del campione) e quattro – Napoli 1 Centro, ATS Montagna, ASL BT, Savonese – con una performance ottima (6% del campione)».

Ecco gli altri principali punti toccati dal rapporto Animali in città 2018

L’anagrafe canina, l’unica obbligatoria ad oggi per gli animali in città e strumento fondamentale per conoscere il numero di cani con padrone, fa rapidi progressi, passando dal 2013 al 2017 da una media nazionale di un cane ogni 8,8 cittadini a uno ogni sei. È di competenza delle Aziende sanitarie locali, fatta eccezione per le regioni Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia dove l’obbligo di tenerla ricade sui Comuni. La media nazionale è di un cane registrato ogni 5,6 cittadini. Umbria, Sardegna e Friuli Venezia Giulia risultano le regioni più virtuose in quanto a registrazioni (con un cane ogni 2 o 3 abitanti circa). In fondo alla tabella, P.A. Bolzano (un cane registrato ogni 7,9 abitanti), Puglia (8,4) e Calabria (13,2). Tra le aziende sanitarie, quelle che dichiarano di conoscere il numero complessivo dei cani iscritti all’anagrafe canina nel proprio territorio sono il 91% per una media di un cane ogni 7 cittadini.

Il randagismo rappresenta l’elemento principale di sofferenza e conflittualità per gli animali e il costo economico più significativo a carico della collettività. Il quadro della gestione dei canili – con sterilizzazioni, restituzioni e adozioni – rimane stabile: in media tre cani catturati su quattro ritrovano famiglia, ma le differenze sono enormi da Comune a Comune. Ai capi opposti della classifica, la Asl Lanciano (CH) dichiara una soluzione positiva ogni 3 cani catturati, mentre la Asl Cittadella (PD) e l’ASP di Caltanissetta riporta di aver trovato soluzione quasi ogni 3 cani catturati, mentre, dall’altra parte, l’USSL Veneto Orientale ha trovato soluzione a 3 cani a fronte di un solo cane catturato. Secondo le risposte fornite dai Comuni, le performance migliori le danno Sala Baganza (PR), Torrice (FR), Lariano (RM) e Marmirolo (MN) che rispetto ad un solo cane portato in canile nel 2016 hanno trovato soluzione tra i 15 e i 10 cani. In negativo, nel ricollocamento dei cani, sono stati Gela (CL) con un solo cane assegnato su 52 portati in canile e Piedimonte Etneo (CT) con 1 cane su 40, come conferma anche l’incrocio dei dati con quelli sull’anagrafe canina regionale.

Dal 2015 al 2016 crescono le colonie feline monitorare dai Comuni – ci sono 1.600 colonie in più – ma il numero complessivo di gatti scende di 16.000 animali e i cittadini coinvolti sono addirittura 32.000 in meno. Il 100% dei contesti urbani ha gatti liberi più o meno “autorganizzati” in colonie. La corretta gestione delle colonie feline è uno degli elementi che facilita il buon rapporto con gli animali in città o che, al contrario, può ingenerare frequenti conflitti. Solo il 24,4% dei comuni dichiara di monitorare le colonie feline presenti nel proprio territorio e da questi monitoraggi risulterebbero 16.542 colonie, con 139.862 gatti e 10.484 cittadini impegnati. Rispetto al numero dei cittadini residenti, le amministrazioni comunali che risultano più amanti dei gatti sono: Castellar (CN) con 1 gatto ogni 3 cittadini, La Maddalena (OT) con 1 gatto ogni 5 cittadini, Mondovì (CN) con 1 gatto ogni 6 cittadini, Menfi (AG) con 1 gatto ogni 8 cittadini, Curtatone (MN) e Agugliano (AN) con 1 gatto ogni 10 cittadini. L’82% delle Aziende sanitarie dichiara di monitorare le colonie feline presenti nel proprio territorio e da questi monitoraggi risultano 30.851 colonie per 256.339 gatti e 14.557 cittadini incaricati.

Regolamenti e ordinanze a favore degli animali. Scendono i comuni che dichiarano di avere un regolamento per la corretta detenzione, l’accesso ai locali pubblici o per il corretto utilizzo di botti e fuochi pirotecnici. Dichiara di avere un regolamento per la corretta detenzione degli animali in città il 24% dei comuni, l’accesso ai locali pubblici e negli uffici è regolamentato in meno di un comune su 10, botti e fuochi d’artificio solo nel 2,4%. Raddoppiano, invece, i comuni che hanno un regolamento per l’accesso alle spiagge, ma il numero rimane basso: siamo a 21 (il 12%). Nessun progresso rispetto ai regolamenti per tumulazione, inumazione e cremazione, per arrivo e sosta di spettacoli o per il contrasto all’uso delle esche avvelenate. La percentuale dei comuni che hanno adottato un regolamento per facilitare cremazione, inumazione e tumulazione dei nostri amici a quattro zampe è ferma al 5%. Arrivo e sosta di spettacoli con animali sono regolamentati nel 10,5% dei comuni. Poco meno di un comune su 13 ha adottato (7,8% dei casi) un regolamento contro l’uso di esche e bocconi avvelenati, che si sta prepotentemente affacciando dalla campagna in città.

Non cambia, inoltre, il quadro delle aree parco dedicate ai cani, prigioniere di una pianificazione urbanistica che non le aveva previste e i dati continuano a restituire una realtà molto differenziata. Stando ai Comuni che hanno risposto positivamente (20%) risultano 1.369 aree, in media uno spazio dedicato ogni 8.093 cittadini residenti. In positivo, Bigarello (MN) dove risulta un’area per cani ogni 681 cittadini. Molto bene anche Rota d’Imagna (BG) con un’area dedicata ogni 958 cittadini e, tra le grandi città, Milano con un’area cani ogni 3.527 cittadini. In negativo, Napoli dove risulta un’area ogni 82.121 cittadini, Messina con un’area ogni 80.532 cittadini e Potenza con una sola area cani per tutti i 67.902 residenti.

Rimane un’eccezione il monitoraggio della fauna selvatica, per prevenire e gestire conflitti o zoonosi, la trasmissione di malattie infettive dagli animali agli uomini: quattro comuni su 100 monitora l’avifauna, mentre solo un comune su 100 monitora gli altri animali (come mammiferi e specie alloctone).