Prato, Terni e Asl NA 1 Centro, gli enti con le performance migliori

Animali in città: pochi controlli e scarsa informazione

Politiche e servizi per gli animali troppo disomogenei o ignorati

[10 aprile 2015]

In Italia vivono moltissimi  cani e i gatti, sia in famiglia che nelle colonie feline controllate e troppi per strada, nei canili o nei rifugi d’emergenza. Ma le nostre case ospitano anche conigli nani, piccoli roditori, pesci, rettili,  uccelli autoctoni o tropicali. Le  città italiane sono sempre più popolate da animali selvatici. gabbiani reali, storni, cornacchie, volpi e cinghiali.. attratti dal cibo che scartiamo e dalla scarsa presenza di predatori.

Per capire quale sia il benessere di questi animali, Legambiente ha sottoposto un questionario a tutti i Comuni capoluogo di provincia e a 146 Aziende sanitarie locali italiane, hanno risposto in 85 Comuni, il 77% e 74 Asl, il 50%, ed il 90% dei Comuni che ha risposto al questionario ha dichiarato di avere un assessorato e/o un ’ufficio dedicato al settore, mentre l’82% delle Asl ha detto di avere almeno il canile sanitario e/o l’ufficio di igiene urbana veterinaria, 2 anche l’ospedale veterinario.

Ma secondo il dossier “Animali in città” di Legambiente, «Sono pochissimi gli enti in grado di assicurare servizi di qualità agli amici a quattro e due zampe e corrette informazioni ai cittadini che se ne prendono cura: solo il 35% delle città del campione raggiunge un punteggio sufficiente (30 punti su 100), il 3,5% (Modena, Ferrara e Verona) raggiunge una performance buona e il 2,5% ottiene una performance ottima (Terni e Prato), mentre il restante 59% raccoglie punteggi decisamente insufficienti. Tra le Aziende sanitarie (novità di questa edizione), raggiungono una performance sufficiente 22 aziende su 74, pari al 30% del campione, mentre hanno una performance buona, ossia almeno 40 punti su 100, 13 aziende sanitarie (Asur 3 Macerata, Asur 1, Avezzano-Sulmona-L’Aquila, Firenze, Brescia, Asti, Roma G, Mantova, Milano, Ausl Umbria 2, Como, Bergamo, Lecco), pari al 17,5% del campione. Solo una, Napoli 1 Centro, supera i 50 punti su 100 raggiungendo una performance ottima».

La direttrice generale del Cigno Verde, Rossella Muroni, sottolinea che «Con  il IV rapporto nazionale Animali in Città vorremmo dare un concretissimo contributo alla crescita della corretta gestione dei milioni di amici a quattro zampe e dell’effettivo rispetto del loro benessere. Per far ciò,  è evidente che le politiche del settore in Italia devono saper passare da una fase pioneristica, dove solo alcune realtà hanno saputo costruire esperienze positive ad una in cui tali esperienze diventino patrimonio diffuso e pratica viva in tutto il Paese». Ma siamo amncora mlto lontano da questo ed emergono grandi differenze tra una città e l’altra e tra le Asl delle diverse regioni: «La spesa pubblica dichiarata dagli 85 Comuni capoluogo assomma a 27.083.871,71 euro/anno nel 2013, con un costo medio di 1,74 euro/cittadino e picchi di spesa fino a 13,15 euro/cittadino a Matera o a 10,3 euro a Terni, opposti ai 10 centesimi spesi da Padova o ai 17 centesimi di Bolzano. La spesa a carico delle aziende sanitarie locali risulta più difficile da calcolare ma verosimilmente stimabile, per il 2013, intorno ai 151.956.670,00 euro/anno, con un costo medio di 2,5 euro/cittadino».

La gran parte dei costi è dovuta proprio alla gestione dei canili rifugio, «Strutture indispensabili per il modello attuale – duice Legambiente –  ma oggettivamente fallimentari rispetto ad obiettivi credibili tanto di benessere animale che di contenimento dei costi a carico delle pubbliche amministrazioni». I Comuni nel 2013 hanno speso  per i canili circa 85 milioni di euro – oltre l’80% del bilancio destinato al settore –  nel 12% dei casi in proprio, nel 30% dei casi con ditte o cooperative con appalto pubblico e nel 58% dei casi tramite associazioni in convenzione. «Preoccupa il fatto – si legge nel dossier – che solo due terzi dei Comuni dichiari di sapere quante e quali siano le strutture autorizzate (77,6%), che risultano così divise: 58 canili sanitari, 24 gattili sanitari, 87 canili rifugio, 6.988 colonie feline, 422 aree urbane per cani, 45 pensioni per cani, 51 allevamenti di cani, 61 campi di educazione e addestramento cani. Più alto, ovviamente, il numero denunciato dalle Aziende sanitarie (il 96% conosce le strutture), ma non tutte effettuano i necessari controlli (89%) presso i 181 canili sanitari, 45 gattili sanitari, 311 canili rifugio, 17.303 colonie feline, 581 aree urbane per cani, 365 pensioni per cani, 488 allevamenti di cani, 161 campi di educazione e addestramento cani e 68 altre tipologie di strutture».

Le colonie feline variano, a seconda delle due fonti «Tra 14.659 (aziende) e 17.500 (amministrazioni comunali), il 68% dei Comuni e il 73% delle aziende dichiara di effettuare i monitoraggi». Le città più amiche dei gatti sono Roma (4.415 colonie e 55.725 gatti), Torino (1.424 colonie e 26.000 gatti), Napoli (1.242 colonie e 12.008 gatti) e Milano (700 colonie e 7.000 gatti).

Un tema scottante e sul quale è urgente intervenire con controlli e sanzioni è l’anagrafe canina, l’unica anagrafe animale obbligatoria per gli animali in città, Che è di competenza delle Asl ad eccezione che nelle regioni Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, dall’indagine è emerso che «Il 68,2% dei Comuni dichiara di conoscere il numero complessivo dei cani iscritti nella anagrafe del proprio territorio, ed il 70% di conoscere il numero delle nuove iscrizioni avvenute nell’anno 2013. Tra le Aziende sanitarie locali, l’82% dichiara di conoscere il numero complessivo dei cani iscritti nel proprio territorio e l’81% di conoscere il numero delle nuove iscrizioni».

Il principale elemento di conflittualità e sofferenza ed il più significativo costo economico a carico della collettività sono i cani vaganti, sia padronali che  randagi, «In media, nei Comuni capoluogo nel 2013, ogni 4 cani catturati 3 hanno trovato felice soluzione tra restituiti ai proprietari, dati in adozione e/o reimmessi come cani liberi controllati – si legge nel rapporto – ma anche in questo caso i dati di dettaglio mostrano situazioni molto differenti che spaziano tra il caso peggiori registrati a Catanzaro, dove trova una soluzione positiva meno di un cane ogni 11 catturati in libertà o ad Avellino  (un cane adottato o riconsegnato ogni 8 catturati) e l’eccellenza di Verbania dove per 1 cane catturato trovano soluzione 10 cani (seguita da Udine e poi da Pistoia). Nel caso delle Aziende sanitarie locali, in media nel 2013, ogni 3 cani catturati 2 hanno trovato felice soluzione tra esemplari restituiti ai proprietari, dati in adozione e/o reimmessi come cani liberi controllati, anche qui con situazioni molto differenti, che vanno dal caso della ASL di Cremona dove ogni 10 cani catturati meno di 2 trova positiva soluzione, alla ASUR 2 di Ancona dove per 1 cane catturato trovano soluzione per 5 cani».

Legambiente dice che «Per la gestione dei cosiddetti cani di quartiere o liberi controllati è indispensabile una costruttiva condivisione di responsabilità e oneri tra Comune, ASL e cittadini incaricati al fine di una piena e positiva accettazione sociale, mentre scarsissime sono le possibilità di successo in assenza di equilibrio tra il numero dei cani, il numero dei cittadini specificamente incaricati e la distribuzione della presenza in aree idonee. Tali esperienze sono presenti in meno di 1 Comune su 5. In generale i Comuni che hanno dichiarato di avere cani liberi controllati sono nell’87,5% dei casi al sud, nel 12,5% al centro e in zero casi al nord Italia. Sono stati dichiarati complessivamente 7.118 cani liberi controllati dai Comuni capoluogo con 954 cittadini specificamente impegnati, ma di questi ben 5.907 sono in città capoluogo siciliane (83% del totale). Ma se i dati generali risultano sostanzialmente confermati dalle aziende sanitarie locali, stupisce che i  numeri per i medesimi territori non coincidano: ad esempio, Napoli non segnala alcun cane libero controllato mentre l’Asl Napoli 1 Centro indica la presenza di 566 cani e 32 cittadini specificamente incaricati, al contrario il comune di Roma segnala 400 cani e 300 cittadini incaricati mentre le Asl Roma A e Roma E dichiarano complessivamente solo 32 cani e 5 cittadini incaricati».

Il 74% dei Comuni dichiara di avere un nucleo di Polizia municipale destinato ad effettuare specifici controlli e ben il 60% dichiara di aver dotato il proprio personale di lettore microchip. Ma se si va a calcolare quanti lettori di microchip sono stati davvero distribuiti dai Comuni si scopre che sono solo 135 in tutta Italia, «Ossia in media 1,2 per Comune capoluogo – evidenzia il dossier – coerentemente col numero dei controlli effettuati: 2.967 in totale, ossia un controllo in un anno ad 1 cittadino ogni 5.255 residenti. Di pari passo, l’importo delle somme recuperate attraverso le specifiche sanzioni amministrative che ammontano in tutta Italia, nel 2013, a 103.278,78 euro, di cui ben il 60,3%, ossia 62.303,4 euro, frutto di sanzioni elevate in sole tre città: Prato, Perugia e Pistoia. Quasi tutte le Aziende sanitarie locali dichiarano di intervenire per il rispetto delle regole e il contrasto del maltrattamento degli animali (89%) e praticamente tutte dichiarano di aver fornito di lettori microchip il proprio personale (97,2%) per un numero complessivo di 899 lettori in tutta Italia, ma i numeri relativi alle sanzioni dicono altro: in totale 4.462 controlli effettuati, ossia un controllo in un anno ad 1 cittadino ogni 6.796 residenti».

Se si chiama il Comune o la Asl per avere informazioni o aiuto in caso di animali selvatici in difficoltà, feriti o debilitati o abbandonati solo il 57,5% dei Comuni è in grado di dare un’indicazione utile e «Le risposte rinvieranno nel 29,4% dei casi alle ASL, nel 28,2% alla Polizia Provinciale e nel 23,5% dei casi a Corpo Forestale e Associazioni di protezione degli animali. Nel caso delle Aziende sanitarie locali, 2 su 3 danno risposta (il 66,2% dei casi), anche se soltanto 1 su 5 dichiara di intervenire con proprio personale (nel 19% dei casi). Ancora inferiore risulta il livello di conoscenza della biodiversità animale che abita sempre più spesso i territori urbanizzati, nonostante questa conoscenza sia la necessaria premessa per le più idonee azioni di prevenzione al fine di ridurre conflitti e danni, anche in termini di zoonosi. Solo il 18,8% dei Comuni capoluogo, meno di 1 su 5, ha una mappatura delle specie animali presenti e meno di 1 Comune su 3 mette in atto azioni di prevenzione (il 28,2% dei casi). Tra le Aziende sanitarie, 2 su 3 non monitorano le specie sinantrope (il 62,1% dei casi), e quando ciò avviene riguarda nel 29,7% dei casi l’avifauna».

Il 50,5% dei Comuni ha dichiarato di avere spazi aperti dedicati agli animali d’affezione: 422 aree dedicate ai cani, – uno spazio dedicato ogni 15.413 cittadini residenti e un’area ogni 16,88 kmq. Anche in questo caso le differenze tra le regioni sono molte, con  i due estremi rappresentati da Napoli, dove c’è un’area dedicata ogni 191.914 cittadini e ogni 23,4 kmq, e Siena dove c’è un’area dedicata ogni 3.636 cittadini ed ogni  7,9 kmq.

Il 90% dei Comuni capoluogo dichiara di avere un regolamento per la corretta detenzione degli animali in città: «L’accesso ai locali pubblici e negli uffici è regolamentato in 2 Comuni su 3 (nel 62,3% dei casi). Per la fruizione delle coste, tra i 35 Comuni capoluogo costieri che hanno risposto al questionario solo il 28,5% ha adottato un regolamento per l’accesso degli animali. Pochi anche i Comuni capoluogo che hanno adottato un regolamento per facilitare inumazione, cremazione e tumulazione ossia il dopo fine vita dei milioni di nostri amici a quattro zampe (solo il 29,4%)».

Solo il 9,4% dei Comuni che hanno approvato regolamenti e agevolazioni fiscali per facilitare le adozioni dai canili e un misero 4,7% hanno adottato un regolamento per facilitare, con agevolazioni fiscali o sostegni economici la sterilizzazione di cani e gatti, o contrastare l’incontrollata popolazione riproduttiva canina e felina, mentre ben il 75,67% delle Asl dichiara di effettuare azioni di prevenzione del randagismo tramite sterilizzazione delle popolazioni di cani e gatti.

Antonino Morabito, responsabile nazionale fauna e benessere animale di Legambiente, conclude: «Sebbene la sensibilità sia aumentata negli ultimi anni, c’è ancora moltissimo da fare. Le Istituzioni potrebbero fare molto per i nostri amici a quattro zampe anche spendendo cifre contenute. In diverse città e Aziende sanitarie questo già avviene grazie a regole chiare e incentivanti unite a controlli efficaci e frequenti. La sinergia tra le diverse Istituzioni e tra esse e i privati, inoltre, risulta palesemente la condicio sine qua non per la miglior riuscita».