Animali veri nel mondo digitale, metterli on-line li protegge o li pone ancora più in pericolo?

Un interessante dibattito avviato dalla Digital Animals Conference

[27 febbraio 2015]

Il 20 febbraio l’Animal studies initiative della New York University ha organizzato, in collaborazione con DarwinApps, The Dodo, Environmental Studies  e Digital Humanities, la Digital Animals Conference ed i diversi interventi di scienziati ed esperti che lavorano a questo tema di frontiera hanno confermato che, come scrive New Scientist, «Anche nel mondo digitale, l’osservazione e la conservazione sono compagni di letto scomodi»-

Etienne Benson, che insegna storia della tecnologia, dell’ambiente e dell’ecologia all’Università della Pennsylvania ha detto: «Abbiamo sentito parlare molto di “internet delle cose” e sempre di più, alcune di queste “cose”, sono esseri viventi», cosa che comincia a porre anche problemi etici e di prospettiva sull’utilizzo e il significato delle tecnologie digitali significa per il futuro della protezione degli animali».

Benson alla Digital Animals Conference  ha descritto Sharksmart, un sistema di monitoraggio lungo e coste della Western Australia che utilizza i dati di squali taggati dai ricercatori per fornire mappe interattive della loro attività, permettendo così di lanciare allarmi, attraverso un sito web dedicato e tweets automatizzati, se gli squali si avvicinano troppo alle spiagge.

Sharksmart durante le vacanze di natale del 2014, in piena estate australe, è diventato famoso in mezzo mondo quando il governo della Western Australia ha deciso di eliminare uno squalo basandosi sui dati del dispositivo applicato alla sua pinna che dimostravano che stava bazzicando un’area vicina ad una spiaggia molto frequentata e una zona dive si fa surf, anche se nessun bagnante o surfista aveva visto lo squalo. Una  decisione che ha fatto arrabbiare gli ambientalisti, che ha suscitato le critiche di una parte dei media australiani ed ha scioccato la comunità scientifica, che si è sentita tradita dal governo dello Stato australiano che ha utilizzato i loro dati per eliminare uno degli squali che stavano studiando.

Secondo Benson, l’eliminazione dello squalo bianco australiano rivela un cambiamento preoccupante nella filosofia dietro il tagging degli animali: «I  tag possono essere un fastidio per gli animali che ne vengono dotati, ed il  tagging è sempre stato visto come un sacrificio fatto da quel particolare animale per il bene più grande della sua specie. Ora, almeno nel caso degli squali della Western Australia, i tag sono diventati una tecnologia di controllo e di punizione».

Anche Thomas Snitch lavora al monitoraggio degli  animali con la sua Air Shepherd, che gestisce droni ad ala fissa in tutta l’Africa centrale e meridionale per proteggere rinoceronti ed  elefanti dai bracconieri.

Snitch, che è un matematico, quando lavorava come analista per l’esercito Usa, studiava le mappe dell’Iraq e dell’Afghanistan per capire dove era più probabile che gli insorti piazzassero gli ordigni esplosivi ed ora dice che «I droni sono meno importanti degli algoritmi che decidono dove dovrebbero volare».

Il flusso continuo di dati geografici, scansioni  Light Detection and Ranging (LIDAR)  movimenti degli animali e bracconieri viene inserito in un super-computer dal team di Air Shepherd che poi passa tutto all’università del Maryland. I modelli predittivi che ne vengono fuori sono utilizzati per gestire in maniera efficace e mirata il piccolo stormo di droni di  Air Shepherd.

Il linguaggio militaresco di Snitch ha fatto storcere il naso a molti degli scienziati che hanno partecipato alla Digital Animals Conference sui diritti degli animali, anche perché il matematico è non sembrava comprendere bene i problemi sociali ed economici che stanno dietro il commercio di avorio, ma i risultati dei sui calcoli e dei suoi droni sono indiscutibili: ogni anno in Africa i bracconieri massacrano in media 1.200 rinoceronti, dall’ottobre 2014, nelle aree pattugliate dai droni di  Air Shepherd non è stato abbattuto nemmeno un rinoceronte.

Anna Frostic di The Humane Society of the United States, ha evidenziato un altro aspetto: «Le tecnologie digitali cambiano il modo in cui guardiamo gli animali. L’ossessione dei social media per i video simpatici di animali li mette in una grave, e spesso deprimente, luce, quando non svolgono un ruolo nella creazione di una domanda di animali esotici e in via di estinzione. Mettete insieme questa richiesta con i siti web ed i network che in realtà permettono ai membri mal attrezzate del pubblico di acquistare facilmente animali che normalmente avrebbero avuto difficoltà a trovare, ed è  la ricetta per il disastro». Non male come critica all’animalismo da salotto da parte di una animalista militante.

La sessa Frostic ha fatto notare che «Ora ci sono più tigri in cattività domestica negli Usa di quante ce ne sono ovunque in natura. Allo stesso modo, la ricerca dimostra che le persone non si rendono conto che specie come gli scimpanzé sono in pericolo, perché sono così abituate a vederli on-line, il che ha a  sua volta un impatto devastante sulla loro voglia di donare ad Organizzazioni non governative e per le iniziative conservazioniste».

Naturalmente noi di greenreport.it siamo più che convinti che i nuovi media possono contribuire ad aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica sulla necessità e l’importanza di proteggere la fauna selvatica, ma il Digital Animals rischia di superare il limite tra il reale e l’artificialmente percepito e bisogna davvero cominciare a chiedersi  come e quanto i format dei  media digitali – in particolare quelli banalizzanti e di scarso o nullo contenuto scientifico – hanno trasformato il nostro modo di vedere, considerare e trattare gli animali e di cominciare a valutare il danno involontario questa tecnologia ha già fatto.