Api e impollinatori, ecco quanto valgono davvero per l’alimentazione umana

Le carenze di micronutrienti 3 volte più probabili nelle aree più dipendenti dall’impollinazione

[18 settembre 2014]

Gli impollinatori contribuiscono a circa il 10% del valore economico della produzione agricola mondiale, ma il contributo di questi animali all’alimentazione umana è potenzialmente molto più alto di quanto già si credesse. A dirlo è lo studio “Global malnutrition overlaps with pollinator-dependent micronutrient production”  pubblicato oggi su Proceedings of the Royal Society B da un team di ricercatori statunitensi, britannici e tedeschi da Rebecca Chaplin-Kramer del Natural Capital Project del Woods Institute for the Environment della Stanford University

Nello studio si legge che «Le coltivazioni variano nel loro grado di benefit dagli impollinatori e molte delle  colture più dipendenti dagli impollinatori sono anche tra le più ricche in micronutrienti essenziali per la salute umana». Il team internazionale ha esaminato le differenze regionali nella dipendenza dagli impollinatori delle colture contenenti micronutrienti e ne è venuta fuori  «La sovrapposizioni tra questa dipendenza e la gravità della carenza di micronutrienti nelle persone di tutto il mondo».

La ricerca è particolarmente importante per chi soffre di malnutrizione e carenze di micronutrienti nel Sudest asiatico, in India, Africa centrale e meridionale ed America centrale. Capirne di più  su dove l’impollinazione sia essenziale per la produzione agricola e la nutrizione umana è fondamentale per dare priorità alla tutele degli impollinatori (insetti, uccelli e mamnmiferi) ed alla ricerca su questi preziosi animali nelle diverse regioni del mondo.

La Chaplin-Kramer sottolinea che «la perturbazione dei servizi di impollinazione ha certamente un prezzo, le stime arrivano fino a 390 miliardi dollari l’anno, ma il costo per la nostra nutrizione potrebbe essere ancora più grande. La politica per la salute pubblica non deve dare per scontati i servizi ecosistemici che sono alla base della produzione agricola».

Gli scienziati di Natural Capital Project – una partnership tra Wood Institute, Institute on the Environment  dell’università del Minnesota, The Nature Conservancy e Wwf – ha collaborato con i ricercatori delle università di Leeds e di Freiburg  per raccogliere informazioni in tutto il mondo sui rendimenti delle 115 delle colture alimentari più comuni, insieme ai dati sulla dipendenza dall’impollinazione e al contenuto di micronutrienti di ciascun prodotto agricolo, poi hanno messo insieme queste informazioni con le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla malnutrizione per i micronutrienti. Il team si è concentrato sulla vitamina A e il ferro, due dei tre elementi che destano maggior preoccupazione per la salute pubblica nei Paesi in via di sviluppo, così come il folato, che fa parte delle vitamine del gruppo B ed è importante nel prevenire le malformazioni alla nascita. I dati hanno permesso di  individuare le regioni nelle quali le carenze nutrizionali si sovrappongono alla dipendenza dagli impollinatori.

I ricercatori sono stati così in grado di identificare le regioni ad elevata vulnerabilità nutrizionale, dove interruzioni dell’impollinazione potrebbero  avere gravi conseguenze per la salute umana. «Ad esempio – dicono al Natural Capital Project – nel Sud-Est asiatico e in parte dell’America Latina, quasi il 50% della vitamina A prodotta di origine vegetale necessita dell’impollinazione. Le carenze di micronutrienti umani sono tre volte più alte in questi e in altri hotspots globali nei quali la produzione di micronutrienti è fortemente dipendente dagli impollinatori, come l’Africa sub-sahariana, l’India e il Medio Oriente. Questo significa che il declino delle specie impollinatrici potrebbero colpire più duramente le stesse persone che possono permettersi di perdere solo il minimo in termini di nutrizione».

Si tratta del primo studio che valuta il rapporto tra nutrizione ed impollinazione a livello mondiale ed uno degli autori, Jamie Gerber, co-direttore della Global Landscapes Initiative dell’ Institute on the Environment dell’università del  Minnesota, dice che in base a questi risultati, «Dobbiamo impostare una nuova agenda di ricerca per la nutrizione ed i servizi di impollinazione che sono essenziali. Con la crescente preoccupazione per come nutrire una popolazione in rapido avvicinamento ai 9 miliardi, dobbiamo garantire alle persone non solo che abbiano sempre abbastanza cibo, ma i nutrienti necessari per vivere una vita sana e produttiva».

Un altro autore dello studio, Guy Ziv, docente di servizi ecosistemici alla School of Geography dell’università di Leeds, conclude: «Le popolazioni di impollinatori sono in declino in tutto il mondo. Questo  a causa sia di un intenso utilizzo dei suoli, dei parassiti, delle malattie o del cambiamento climatico, è il momento di dedicare più risorse allo studio e la tutela di questi insetti. Il nostro studio mette in evidenza la necessità di un maggiore sforzo coordinato a livello globale, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove la capacità è limitata».