Presentate le osservazioni al Tavolo Generale di Concertazione

Apuane e cave, ecco cosa ne pensa Legambiente della proposta di legge

[18 luglio 2014]

Ieri a Firenze, al Tavolo Generale di Concertazione riunito presso la presidenza della giunta regionale, Legambiente ha presentato le sue osservazioni alla proposta di legge “Norme in materia di cave”.

Legambiente ha espresso la sua contrarietà all’abrogazione della L.R. 104/95, per non fornire spunti alla riapertura di contenziosi di carattere costituzionale sull’appartenenza degli agri marmiferi al patrimonio indisponibile comunale. Per consolidare questa appartenenza, estendendola anche ai beni estimati, ha proposto l’inserimento di articoli che sanciscano il trasferimento di tutti i giacimenti marmiferi dalla categoria cave a quella di miniere, dichiarandone in tal modo l’interesse strategico pubblico ed eliminando così ogni possibile rivendicazione di carattere privatistico.

Tra i vari punti affrontati c’è la critica alla possibilità di estrarre ghiaie dai corsi d’acqua per realizzare opere pubbliche o per cederli alla ditta esecutrice a compensazione del costo dei lavori eseguiti. Questa norma, infatti, esporrebbe al rischio che, di fatto, il fine principale dell’estrazione di inerti divenga il reperimento di risorse economiche per altri interventi (anziché la riduzione del rischio idraulico nel sito d’intervento).

Altra proposta importante è l’introduzione, nell’attività di escavazione, dell’obbligo stringente di accorgimenti volti a proteggere le sorgenti idriche, puntualmente elencati e motivati.

Ma il cuore delle osservazioni è un’articolata proposta volta a garantire il conseguimento contestuale di due obiettivi subdolamente presentati come contrapposti e inconciliabili: l’incremento dell’occupazione nella filiera di lavorazione del marmo e la graduale chiusura delle cave a maggior impatto ambientale. La proposta consiste in due misure complementari:

  • fissare, nella procedura di assegnazione delle concessioni, la percentuale minima di blocchi che deve essere lavorata nel distretto marmifero apuano (es. 50%, da elevare gradualmente man mano che si sviluppa la filiera locale). Questa misura porterebbe ad un graduale incremento dell’occupazione nella filiera;
  • programmare annualmente la dismissione delle cave più impattanti, per un numero di addetti pari alla metà dell’incremento occupazionale ottenuto grazie alla misura precedente.

Per rendere operativo questo meccanismo si richiedono un censimento ufficiale degli addetti attuali (da considerarsi come occupazione “all’anno zero”), per ogni cava e per ogni azienda di lavorazione lapidea, da aggiornare annualmente, e la redazione di un elenco delle cave a maggior impatto ambientale, finalizzato ad individuare una scala di priorità di quelle da dismettere. I criteri da utilizzare dovrebbero comprendere, tra gli altri: altitudine; localizzazione sui crinali; ubicazione nelle aree contigue del Parco Regionale delle Apuane; impatto paesaggistico; minaccia al patrimonio speleologico, ai geositi Unesco, alle falde acquifere e alle sorgenti; grado di fratturazione del marmo (produzione di detriti eccessiva rispetto ai blocchi); difficoltà logistiche od economiche nell’utilizzo o nello smaltimento dei detriti d’escavazione. Un eventuale indennizzo al concessionario per gli anni di concessione non usufruita, nonché accordi sindacali e incentivi per favorire l’inserimento nella filiera di lavorazione dei cavatori perdenti il posto di lavoro, faciliterebbero il tutto.

L’attuazione di questa proposta, peraltro, renderebbe palese sia l’ipocrisia degli industriali che, con la serrata, si sono presentati come difensori dell’occupazione (mentre la disoccupazione è il diretto prodotto delle loro scelte di rapina: escavare i blocchi per l’esportazione), sia la subalternità culturale mostrata dalla Regione e dalle forze politiche e sindacali.

di Legambiente Carrara