Aree protette, il documento finale dell’Assemblea nazionale dei circoli Legambiente

4 temi e 10 strumenti per la tutela della biodiversità e del territorio

[18 aprile 2014]

L’obiettivo che abbiamo oggi è capire cosa deve fare Legambiente nelle aree protette, perché è cambiata la fase dal momento in cui   grazie alla corretta applicazione della 394/91 la politica della conservazione in Italia è decollata, sono cresciuti i territori protetti ed anche gli enti parco si sono strutturati e resi maggiormente autonomi. Oggi, innanzitutto, non possiamo più schierarci aprioristicamente a difesa dell’istituzione (ente parco) che governa le aree protette, ma, come facciamo con tutte le amministrazioni pubbliche, pur difendendo la necessità e l’utilità delle aree potette dobbiamo assumere una posizione autonoma che ci consenta di sostenere o criticare determinate scelte che compiono gli enti che gestiscono le aree protette. Siamo dalla parte dei parchi anche quando critichiamo o chiediamo che gli enti parco facciano di più, e non ci deve condizionare più l’idea che alle nostre critiche, giuste e sacrosante, si possano aggiungere quelle di chi le aree protette non le vuole e le combatte. Dopo oltre 20 anni di esperienza, e di attività nei diversi territori di loro competenza, le aree protette non sono in grado di difendere il loro operato anche da critiche strumentali o ingiuste vuol dire che quell’area protetta non ha raggiungo il livello minimo di condivisione con il territorio. Esistono, e lo sappiamo, territori in cui le aree protette non sono accettate ma per la stragrande maggioranza dei casi i parchi godono il favore dei cittadini che le vivono.

Se dovessimo, a partire da questa occasione, scrivere il Manifesto di Legambiente per le aree protette, dovremmo toccare quattro temi:

Tutela della biodiversità e dimensione scientifica. In questo ambito dobbiamo ancora fare molto e migliorare la conoscenza, ad ogni livello, scientifica e la comprensione delle tematiche legate alla conservazione della biodiversità. Le competenze su questi temi all’interno dell’associazione devono ancora migliorare e  occorre investire risorse umane e strumentali per migliorare il livello scientifico della nostra azione associativa in questo settore.  Quanto si sta facendo con i progetti life, nei territori, con singole attività di ricerca, è solo un primo passo che deve essere maggiormente socializzato all’interno dell’associazione attraverso, ad esempio, maggiori occasioni di dialogo tra  i nostri circoli nelle aree protette che potrebbero interfacciarsi su tematiche simili sulla base delle regioni biogeografiche del paese (mettendo così in rete anche Appennini e Alpi) o sulla base delle contestuali condizioni socio economiche in cui questi operano (aree urbane, rurali, montane, insulari). Quando parliamo di dimensione scientifica, non dobbiamo dimenticare che nostro compito è comunque comunicare la biodiversità e la bellezza come valori del paesaggio del nostro territorio e rendere comprensibile e popolare quello che comunichiamo anche attraverso campagne di citizen science.

Modello di governo e qualità ambientale. Dobbiamo evitare lo stereotipo, molto urbano, in base al quale vivere in area parco è di sicuro un vantaggio, spesso non è purtroppo così per la mancanza di servizi e l’abbandono sociale in cui queste aree si trovano poiché sono per la gran parte aree montane e periferiche. Indubbiamente, non possiamo pensare che i Parchi siano solo biodiversità ma anche gestione integrata di territorio e servizi come: rifiuti, gestione servizi sociali, servizi alla persona e all’economia locale, consumo di suolo, tutela idrogeologica, legalità (a questo proposito non è possibile che chi compie reati in area parco, contro la biodiversità o l’ambiente, non venga trattato con maggior severità). Dobbiamo riprendere a parlare di fiscalità di vantaggio per chi vive nei parchi, deve esserci un vantaggio per l’economica locale. Le aree protette devono essere considerate come una sorta di zona franca per lo sviluppo sostenibile, perché chi vive nelle aree protette si assume il carico e la responsabilità di difendere un bene comune (la biodiversità, paesaggio, bellezza…) nell’interesse generale. Il bene comune che viene sostenuto deve essere un vantaggio per la popolazione che vive in quel territorio e grazie al suo impegno contribuisce a garantire servizi eco-sistemici essenziali alla vita. In questa ottica si apre per Legambiente l’assoluta necessità di far emergere le esperienze positive e negative di gestione dei Parchi e delle politiche ambientali dei comuni chi vi insistono. Anche qui dobbiamo superare un tabù, il fatto che noi difendiamo il ruolo della comunità del parco non ci deve esimere dalla libertà di critica nei confronti di quei Comuni che non sostengono giuste politiche ambientali nel loro territorio. Le aree parco devono essere vetrina delle migliori politiche ambientali sul territorio.

Fuori parco. La natura non conosce i confini delle aree protette. I recenti episodi di uccisione di lupi nel grossetano, di bracconaggio in ogni area del paese, ne sono solo l’ultima evidente conferma. Dobbiamo muoverci in una doppia direzione, da un lato, quando si entra in un parco si deve poter capire che sono in un contesto migliore, debbo cioè riuscire a capire che sto entrando in un parco, dall’altro dobbiamo pensare oltre i parchi per sostenere la biodiversità ed i sistemi ecologici. In questa direzione si muove la necessità di avere politiche dei parchi ancora più efficaci in grado di rendere visibile la qualità di questi territori, innanzitutto entro i loro confini, ma anche di valorizzare tutte le aree di transizione (rete ecologica) in particolare  le aree naturali urbane, di sostenere la diffusione degli orti urbani, la ripresa delle battaglie per l’istituzione di nuovi parchi per raggiungere i target previsti a livello globale, di curare e monitorare con particolare attenzione cosa succede ai confini dei parchi, di rilanciare l’esperienza lombarda dei PLIS (Parchi Locali di Interesse Sovracomunale) e quella Toscana delle ANPIL (Aree naturali protette di interesse locale) e dei siti della rete Natura 2000. E’ in questa prospettiva che oggi assume una rilevanza particolare la Custodia del Territorio e il tema dei senza terra, partita in Lombardia e che oggi tocca altre regioni (ad es. Basilicata). Dobbiamo rendere la Custodia una campagna nazionale popolare anche semplificandone la realizzazione e l’adesione ed estendendone la condivisione. Obiettivo è il coinvolgimento dei senza terra con un metodo di partecipazione che possa stabilire un contatto tra la terra e la città.

I Parchi al tempo della crisi. Il tema di cui ci dobbiamo appropriare è quello del benessere delle persone che vivono nei parchi, il tema della vivibilità per i residenti e la qualità della loro condizione di vita. Non riduciamo l’interesse verso i parchi solo ad un interesse turistico. In questo senso è fondamentale affrontare il tema del lavoro nei Parchi soprattutto il lavoro giovanile. Quando in area parco riemergono vecchie proposte di sviluppo (in genere impianti e costruzioni per il turismo  mordi e fuggi, non basta più denunciare che appartengono ad un modo vecchio e perdente di vedere lo sviluppo, dobbiamo essere noi a proporre alternative credibili che diano risposte concrete al bisogno di lavoro. Su questo abbiamo ancora troppe poche esperienze da poter raccontare. E’ un terreno su cui la pratica e l’elaborazione culturale delle aree protette sono arretrate. Le proposte di sviluppo sostenibile nei Parchi si devono basare sull’importanza dei servizi ecosistemi che producono lavoro, uscire dal metodo dello sviluppo quantitativo e di grande impatto ambientale (infrastrutture) e avviare processi di sviluppo economico verdi (ad es. agricoltura giovanile). In questa prospettiva dobbiamo aprire l’interlocuzione con i portatori di interesse per costruire nuove e fertili alleanze che creano lavoro buono e giusto.

Sulla base di questo quadro è oggi possibile mettere sul terreno alcuni strumenti di lavoro comune, che abbiano il doppio obiettivo, da un lato rispondere alle novità del contesto, che abbiamo delineato, dall’altro accrescere il tasso di omogeneità della nostra azione territoriale e favorire la messa in connessione della rete dei circoli.

Quali sono gli strumenti che possiamo utilizzare per realizzare gli obiettivi che ci proponiamo? Dalla discussione sembra che se ne possano estrapolare alcuni:

1. produrre un dossier ecosistema aree protette/natura per valutare le azioni positive e negative che si realizzano nei Parchi; 2. creare un osservatorio sui Parchi, una sorta di governo ombra che opera attraverso forum territoriali, che valuti, insieme anche agli altri soggetti del territorio, la politica di gestione dell’ente parco, comprendendo in questo giudizio soprattutto il ruolo e la coerenza con cui operano i comuni che costituiscono la Comunità del parco; 3. realizzare gesti simbolici, come ad esempio, occupazioni di luoghi significativi, anche all’aria aperta, per segnalare/denunciare le criticità e assurdità peggiori, anche contro i bracconieri o chi usa aree protette per il motocross, o le confonde con i parchi gioco; 4. fare il salto di qualità sulla Custodia del Territorio, deve diventare una cosa facile, non complessa, prendersi in custodia e prendersi in adozione, costruire una rete di immaginario e una rete fisica e praticabile che deve raggiungere non una élite ma i proprietari e i senza terra;  5. praticare ed espandere il valore natura, dentro e fuori il parco, come con gli orti urbani, con l’estensione dei Parchi locali dei Comuni come in Lombardia i PLIS e le Anpil in Toscana, con l’istituzione di nuovi parchi, nazionali e regionali; 6. rilanciare l’educazione ambientale nei Parchi, complessivamente si sono fatti dei passi indietro in Italia, e anche noi siamo rimasti indietro, abbiamo perso un piano d’azione che negli anni ‘90 è stato fondamentale; 7. rinnovare e rilanciare la nostra azione sulla gestione della fauna selvatica, mettendo a frutto i vantaggi che in questi anni abbiamo acquisito, sia per l’autorevolezza che abbiamo verso il mondo della caccia sia per le competenze scientifiche acquisite, come ad es. con le attività sul lupo, il camoscio appenninico o le tartarughe marine. Dobbiamo diventare protagonisti, giochiamo di anticipo e cerchiamo di interloquire, da subito, non solo sotto emergenza, soprattutto con il mondo degli agricoltori e le istituzioni regionali; 8. utilizzare PSR e fondi strutturali, non perdiamo l’occasione di lavoro con il territorio e il mondo agricolo, che oggi si prospetta e non sottovalutiamo questi strumenti; 9. non sottovalutiamo il ruolo dei laghi, a partire dal rilancio di Living Lakes, con la campagna Goletta Laghi, fino ad oggi siamo stati troppo timidi sui Laghi, che invece aprono prospettive di sviluppo di sistema e offrono accesso a progetti europei. 10. Valorizzare la nostra rete di Natura e Territorio migliorandone le attività e la condivisione associativa.

Ora dovremo trasformare questi suggerimenti in un piano di lavoro nazionale ed in azioni concrete sul territorio. Per questo è molto utile pensare di organizzare incontri regionali analoghi a questo per riprendere la discussione, magari includendo anche i parchi urbani, per individuare delle iniziative a livello locale.