Solo lo stoccaggio di CO2 vale in Italia 1,2 miliardi di euro all’anno

Aree protette, la cassaforte del capitale naturale ignorato da tutte le finanziarie

Ma nei Parchi italiani si commettono ancora troppi reati

[25 novembre 2013]

A Edimburgo, in contemporanea con la fallimentare Conferenza delle parti dell’Unfccc di Varsavia, si è tenuto, praticamente ignorato dai media, il Forum mondiale sul capitale naturale (World Forum on Natural Capital) che punta a valutare e valorizzare  i beni e i servizi forniti dalla natura. L’International Union for Conservation of Nature (Iucn), una delle istituzioni che organizzava il forum, spiega che «Il  Capitale naturale sono gli stock mondiali  di  beni naturali, che includono la geologia, il suolo, l’aria, l’acqua e le milioni di specie di piante e animali.  Ci fornisce una vasta gamma di servizi, spesso chiamati servizi ecosistemici, che rendono possibile la vita umana. Questi includono la fornitura di cibo, acqua potabile, materiali vegetali che usiamo per  fare il  carburante, materiali da costruzione e medicine. Ci sono anche servizi ecosistemici molti meno visibili come la regolazione del clima e le difese contro le inondazioni naturali fornite dalle foreste, i miliardi di tonnellate di carbonio stoccati dalle  torbiere, o l’impollinazione delle colture da parte degli insetti».

L’Onu ha chiesto che entro il 2020 i valori della biodiversità siano inclusi nei processi contabili e nei reporting nazionali. Il nostro ministero dell’ambiente  si prepara ad organizzare l’11 e 12 dicembre la Conferenza nazionale “La Natura dell’Italia. Biodiversità e aree protette: la green economy per il rilancio del Paese”, nella quale cui si parlerà anche  del ruolo della conservazione e valorizzazione sostenibile delle risorse naturali anche nella guerra al clima che cambia. Alla COp19 Unfccc di Varsavia la delegazione italiana ha ricordato che i nostri parchi sono «Vittime nella guerra del clima e allo stesso tempo attori di primo piano nella battaglia contro i cambiamenti climatici (…) argini all’effetto serra e contemporaneamente tra le aree più sensibili ai rischi causati dal global warming».

Nelle foreste e nel suolo delle aree protette italiane è stoccata una quantità di CO2 quattro volte superiore alle emissioni climalteranti prodotte ogni anno nel nostro Paese: «Circa 460 milioni di tonnellate di carbonio stoccate nei parchi e nelle riserve contro 433 milioni di tonnellate di CO2 (il carbonio “pesa” 3,6 volte in meno rispetto alla CO2). È quindi una vera e propria funzione di cassaforte del clima quella che viene fornita dalla protezione della natura. In termini economici, il valore complessivo di questo servizio al mantenimento della stabilità climatica è di 1 miliardo e 200 milioni di euro ogni anno: un pezzo non indifferente del risanamento del nostro bilancio, se venisse contabilizzato in termini economici».

Ma gli ecosistemi boschivi e montani salvaguardati dalla rete delle aree protette italiane rischiano un cambiamento dagli esiti drammatici: secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change tra un quinto e un terzo delle specie vegetali europee saranno a rischio di estinzione se la temperatura media globale aumenterà di 2 – 3° C sopra i livelli pre-industriali. In una nota si spiega che «A rappresentare una minaccia sono anche conseguenze apparentemente favorevoli del riscaldamento: più caldo significa più foreste in alta quota. Nel secolo scorso nell’ambiente alpino c’è stato uno spostamento di 0,5-4 metri per decennio delle specie vegetali verso altitudini maggiori. Entro il 2080 è previsto un avanzamento della linea boschiva nelle zone alpine di centinaia di metri con una conseguente perdita del 62% delle specie vegetali montane cui si aggiunge l’estinzione prevedibile di specie animali anche fortemente simboliche, come il lupo, l’orso e il camoscio. Inoltre, con il mutare delle condizioni meteo-climatiche, molte specie di piante stanno migrando di centinaia di chilometri rispetto al loro habitat tradizionale, nel nostro paese soprattutto in direzione Nord Ovest, mentre si prevede che le foreste tenderanno a ridursi nel Meridione. La velocità di questo cambiamento, aggravata dalla frammentazione del territorio, determinerà un aumento delle estinzioni delle specie montane».

Il presidente di Federparchi, Giampiero Sammuri, sottolinea: «Non possiamo permetterci di perdere biodiversità: assieme agli elementi costitutivi della natura e del paesaggio italiani perdiamo servizi fondamentali per il mantenimento degli equilibri climatici, per la stabilità dei versanti montani, per l’approvvigionamento di acqua e per la produzione di aria”, “Non lo possiamo fare soprattutto nella settimana in cui – una volta ancora – si contano i morti per eventi meteorologici estremi, collegabili almeno statisticamente al cambiamento climatico in atto. Inoltre non si esce dalla crisi economica e occupazionale se non si pone mano alle cause che stanno scatenando la crisi climatica. In Italia questa realtà è forse più chiara che altrove. Lo dimostrano, al di là dell’inaccettabile tributo di vite umane agli eventi climatici più severi, anche le cifre dei danni da catastrofe rispetto a quelle, molto minori, della prevenzione e della strategia di adattamento al clima che cambia. La Conferenza ‘La Natura dell’Italia’ rappresenta il momento in cui si potrà fare il punto su molte delle politiche ambientali e di protezione del territorio e della biodiversità. Il nostro Paese ha il più alto indice di biodiversità in Europa: questo è il nostro record, il nostro spread positivo. Nella Conferenza di dicembre si incontreranno mondi diversi che raramente dialogano fra loro: l’obiettivo è che l’intero sistema Paese si accorga del giacimento di opportunità che possono nascere dalla gestione accorta, sostenibile e sobria delle risorse naturali».

Ma Legambiente ha fotografato i reati ambientali che mettono in pericolo il capitale naturale nei parchi nazionali, presentando una prima sintesi di una ricerca nell’Ambito dell’Accordo quadro per biodiversità e aree protette, infrastrutture verdi per lo sviluppo della Green economy stipulata tra il ministero dell’ambiente e Federparchi. Il dossier, presentato ad Ottaviano in un convegno promosso da Legambiente e Parco Nazionale del Vesuvio, analizza i dati sull’illegalità ambientale nel triennio 2010-2012. Gli ambientalisti sottolineano: «Per quanto riguarda i dati sui reati ambientali commessi all’interno dei parchi nazionali italiani nel triennio 2010-2012 forniti dai Coordinamenti Territoriali per l’Ambiente del Corpo forestale dello Stato, consentono di sviluppare una fotografia sufficientemente corretta, sebbene parziale, del fenomeno della criminalità ambientale nelle aree protette italiane. In quest’ambito nel triennio 2010-2012 si è registrato un aumento del 32,18% dei reati ambientali registrati nei parchi nazionali per un totale nei tre anni di 5349 reati ambientali. In termini di interventi reali è interessante rilevare nel corso dell’intero triennio l’alto numero di interventi effettuati nel Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano con 295 reati ambientali riscontrati nel 2010, 389 nel 2011 e ben 423 nel 2012, con un aumento nel triennio del 43,38%. Per quanto riguarda, invece, gli illeciti amministrativi rilevati nel solo 2010 risultano ben 2.601, mentre aumentano vorticosamente a 4.619 nell’anno 2011 e a 4.559 nell’anno 2012, raggiungendo la somma totale di 11.779 illeciti amministrativi compiuti nel triennio considerato, con un aumento in termini percentuali del 75,28%. a testimonianza della pervasività e resistenza del fenomeno alle azioni repressive messe in atto. Un maggiore impegno su questo fronte, una capacità di intelligence e intervento più raffinata e moderna e un quadro normativo meglio definito risultano indispensabili per un contrasto reale del fenomeno».

Il presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, parla proprio di capitale naturale quando conclude: «Se oggi l’Italia è fra i Paesi più ricchi di biodiversità in Europa questo primato è da ascrivere alle aree protette che hanno saputo legare, in maniera feconda, la conservazione della natura allo sviluppo sostenibile locale promuovendo concretamente la green economy. Una politica che deve essere sempre più indirizzata al potenziamento delle produzioni naturali, alla ottimale utilizzazione delle risorse, a partire dal riuso integrale dei rifiuti prodotti, alla riqualificazione naturalistica e produttiva degli ambienti degradati e frenare il consumo di suolo senza prescindere da una drastica spinta innovativa che ristori i territori produttivi dei parchi, delle risorse che generano, attuando politiche conservative e migliorative con investimenti che privilegino questi contesti territoriali di qualità che devono diventare dei modelli per l’intero territorio nazionale. Per questa siamo convinti che la politica per le aree protette del prossimo futuro deve rafforzare il suo legame con le comunità locali, coinvolgendo sempre più i cittadini nelle scelte strategiche e nell’identificazione della missione specifica di ogni singola area protetta».