Aree protette, la nuova legge? «Un’occasione mancata»

Riceviamo e pubblichiamo la lettera inviataci da Fabio Garbari e Franco Pedrotti, già presidenti della Società botanica italiana

[18 ottobre 2017]

Caro direttore,

il 20 giugno scorso la Camera dei deputati ha votato il testo di una nuova legge sui Parchi e le Aree protette, a sostituzione della Legge quadro 394/91 attualmente in vigore. Il testo, approvato dalla Camera, è ora all’attenzione del Senato della Repubblica per la definitiva approvazione. Contrari a tale nuova legge si sono dichiarati tutti i movimenti ambientalisti, varie associazioni di categoria, un importante sindacato, diversi deputati e senatori, autorevoli personaggi della scienza e della cultura, biologi e naturalisti, ma le loro istanze, ampiamente motivate e giustificate sotto il profilo sia giuridico che scientifico, sono state vergognosamente ignorate o respinte.

Con la nuova legge, le Aree protette (Parchi di varia tipologia e natura, Riserve sia di ambito terrestre che marino) non saranno più attori della protezione della natura, della conservazione in situ delle risorse geomorfologiche, botaniche, zoologiche, ecologiche e paesaggistiche della nazione, ma Enti in rappresentanza di interessi locali, nei quali un approccio economicistico prevarrà rispetto alla priorità della tutela ambientale e alla gestione con  criteri scientifici delle aree oggetto della legge in discussione.

In un’audizione al Senato, il Wwf Italia – che ha definito la nuova legge una riforma contro natura e insoddisfacente – rileva, in sintonia con le altre associazioni ambientaliste, che la legge in discussione fa fare un passo indietro allo Stato nella gestione delle aree protette, affidandole sostanzialmente agli Enti territoriali, come appare evidente nel caso delle aree marine protette che, gestendo il mare, area demaniale per eccellenza, dovrebbero avere un indirizzo e un controllo da parte dello Stato e non dei Comuni.

Tutta la governance dei parchi sarà poi spostata verso interessi localistici, con le figure di presidenti e direttori che non dovranno avere specifiche competenze in materia ambientale. Nei Consigli direttivi sono previste le rappresentanze di portatori di interessi particolari, come agricoltori e pescatori, a scapito delle componenti scientifiche.

Ulteriore elemento di forte preoccupazione l’aver introdotto royalties “una tantum” su interventi ad alto impatto ambientale, quasi a legittimare che chi paga può inquinare. La norma introdotta per vietare prospezione, ricerca, estrazione e sfruttamento di idrocarburi è ambigua e finisce per fare salvi gli insediamenti in essere, ma anche quelli conseguenti e quindi futuri. Sulla gestione faunistica, che sarebbe stata migliorabile con pochi emendamenti, il testo di legge è poco chiaro e finisce per consentire l’utilizzo dei cacciatori per eventuali piani di abbattimento.

Imperdonabili infine  le norme che prevedono l’amministrazione separata tra due Regioni per il Delta del Po, un ecosistema unico tutelato dall’Unesco.

In conclusione, un’occasione mancata per aggiornare la tutela ambientale del nostro Paese.

Le saremmo grati se queste nostre considerazioni potessero essere pubblicate sulla sua autorevole testata, anche considerando che di tutte queste vicende la stampa nazionale e locale, con pochissime eccezioni, tra cui anche i vostri articoli, non ha ritenuto di informare i propri lettori.

di Fabio Garbari* e Franco Pedrotti**

* già direttore dell’Orto botanico di Pisa e già presidente della Società botanica italiana

** professore emerito dell’Università di Camerino e già presidente della Società botanica italiana